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Ultimi giorni al museo MAMbo di Bologna della mostra “David Bowie is”. David Bowie è nell’immenso.
Una mostra serve a conoscere e scoprire. Questa su Bowie, dopo la sua morte a inizio anno, anche a celebrarlo. Provare a scoprire David Bowie in una mostra è impresa ardua, ancor più se si decidesse ora, in questi ultimi giorni, di reale sovraffollamento.

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La mia esperienza di sabato 5 novembre. Il ridotto respiro tra un oggetto e l’altro, tra uno schermo e l’altro, tra uno scritto e l’altro, tra un costume e l’altro, tra schiene e teste di persone, in totale apnea con l’audio-cuffia che guida verso la musica, verso discorsi in inglese, verso un vorticoso girare attorno a sollecitazioni visive, gli abiti, i manichini: emozione! Un solo artista è stato capace di fare –e bene- per dieci artisti.

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Ma al contempo germoglia l’esigenza di intimità, la pausa, il distacco. Notare l’assenza del vuoto. Ecco, l’esigenza del Vuoto in una mostra così. E’ lo strumento che permette di osservare, lontano e vicino ogni singolo elemento esposto. L’osservazione. Lo stimolo. Mi commuovo anch’io, cerco gli occhi umidi di altri. Ma vorrei stanziare di fronte ad un documento per osservarne la calligrafia, le correzioni, le sbavature, i trucchi geniali, le didascalie così come di fronte ad una canonica opera. Dissentire in caso di qualcosa di incomprensibile per me o scoprire ambiti sconosciuti o note mai approfondite.

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I tacchi a spillo sotto le scarpe da uomo, il suo dipinto che ritrae Iggy Pop, il testo di “Hereos” su un foglio di carta millimetrata in penombra all’entrata del piccolissimo angolo sull’enorme periodo della “trilogia berlinese”. Alcuni dei miei “furti di ricordi” in questa esperienza, districandomi in uno spazio limitato per l’immensità artistica che è stato.

Qualsiasi edificio sarebbe idealmente limitato ma occorre comprendere come gestire concreti limiti.
Non si può comprimere il vissuto immenso in un piccolo spazio pressato di gente. Una mostra è conoscenza, scoperta, stupore, dissenso, provocati dal contenuto non dal contenitore. Serve spazio, distanza flessibile, fisica, intellettiva e psicologica. Serve avvicinarsi alle teche, agli oggetti, scegliere se soffermarsi in quella specifica visione, in quella specifica lettura, poter leggere per potersi leggere dentro. Spazio, per una mostra serve spazio. Se c’è poco spazio, ridurre di molto gli ingressi (per lo meno).

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Ma forse anche queste considerazioni sono il perpetuarsi degli effetti prorompenti e inaspettati di Bowie, i desiderata che si sfaccettano come il suo essere stato caleidoscopico uniti a una mia personale pedanteria. Per tutto l’immenso che un artista come lui ci ha lasciato, anche con l’affollamento, meglio andarci. Anche solo all’ultimo minuto.

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(le foto sono di Giacomo Pepe)

Marta Ileana Tomasicchio

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