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Di’ Salvini, l’é saléda la rénga?

Gli immigrati leghisti che siedono al Consiglio Comunale di Rimini si chiederanno cosa sia la “renga”. Letteralmente si tratta della traduzione in dialetto romagnolo dell’arringa, divenuta il distintivo della diffusa miseria di un tempo, quando “s’una rénga e magnèva una faméja”. Proprio per questo “la renga” è diventata anche il sinonimo canzonatorio della sconfitta ricevuta: L’é cativa la rénga!”.

Lunedì mattina era una goduria assistere alla conferenza stampa di Salvini, che svestiti i panni del lupo azzannatore aveva assunto le sembianze della pecorella smarrita. Lo vedevi cosi cincischiare pezzi di frasi sconnesse, fingendosi pateticamente convinto che in una competizione elettorale il vero obiettivo sia mettere paura all’avversario. Se poi si vince meglio, se non si vince pazienza.

Mancava solo l’esortazione a ricordare, proprio alla vigilia dell’ennesimo Festival di Sanremo, le sagge parole che lì cantarono nel 1967 Shel Shapiro dei Rokes e il grande Lucio Dalla: “bisogna saper perdere…non sempre si può vincere…”

Era dunque del tutto evidente il pietoso tentativo di far dimenticare le sue gradassate in campagna elettorale, quando gridava ai quattro venti: «Ho una convinzione, vinciamo. Ma non mi basta vincere, vorrei stra-vincere. Cancellare il Partito democratico, dargli una lezione….Prima li mandiamo a casa domenica, poi andiamo a dare l’avviso di sfratto anche al governo». Quel suo faccione stralunato davanti alle telecamere pareva insomma sottintendere “cosa volete che sia, per qualche slogan? Come dicono a Roma, nun stamo a guardà er capello”.

È comunque desolante che anche in questa regione la Lega, pur sconfitta, abbia convogliato su di sé tanta pochezza culturale e tanto livore pseudo-politico, messi in moto da replicanti testoline infinitamente più piccole delle rispettive pance, quotidianamente alimentate delle schifezze che Salvini somministra loro, i cui ingredienti sono odio, razzismo, rancore. Il tutto condito con massicce dosi di violenza verbale.

È però incoraggiante che la Lega abbia subito una sonora batosta dal PD sia a Bibbiano, teatro dell’infame campagna denigratoria; sia al Pilastro, dove un’orripilante megera aveva istigato Salvini a quella truculenta “bravata citofonica”, applaudita da chi, prima che leghista, andrebbe chiamato idiota.

Costituisce un esercizio di benefico sadismo anche gustarsi la delusione di quanti già si vedevano in ruoli regionali di primo piano. Il simil-berlusconiano Sgarbi innanzi tutto, che ci andrà solo da Consigliere, in quanto unico rimasuglio di Forza Italia, e per fortuna non da Assessore alla cultura, come si sapeva sarebbe diventato con Borgonzoni presidente.

Ma è proprio qui a Rimini che si registra il caso più esilarante: quello del primo legaiolo Galli, che trombato per un pelo nella scorsa elezione, questa volta veniva dato in una botte di ferro.

A giusta ragione, giudicava infatti irrilevanti le due candidature femminili, e considerava nel contempo la presenza in lista di Montevecchi poco più che una marchetta dovuta al di lui protettore, quel Senatore Pillon che per le idee che professa, per le cose che dice, per le leggi che propone, sembra venire direttamente dalla Santa Inquisizione ed essere in procinto di mandare al rogo tanti di noi.

Naturalmente a molti dava un po’ fastidio doversi sorbire l’invadente presenza di quel ragazzino che ricorda un po’ il “bimbo bello Plasmon”, il quale fino a pochi mesi fa era il fedele scudiero di Gioenzo Renzi, che lo coccolava portandolo con sé in ogni dove, ignaro che in realtà il “fratellino d’Italia” santarcangiolese fosse da tempo un “leghista in sonno” che però, come oggi lui dice, voleva apparire ancora meloniano per rispetto a chi l’aveva votato.

Impressionato dall’attitudine dimostrata da quel giovane oscurantista nella caccia alle streghe, Pillon lo aveva dunque reclutato ed imposto in lista a Rimini. Mai e poi mai Galli avrebbe però immaginato che Comunione e Liberazione (o almeno la sua gran parte) ne potesse fare il suo nuovo campione, regalandogli la valanga di preferenze che in passato convogliava su personaggi di ben altra (e più alta) caratura, quali Pasquinelli, De Sio, Smurro.

Infine una nota comica. A spoglio quasi concluso, il capogruppo legaiolo a Rimini ha dichiarato alla stampa che Bonaccini, pur arrivando primo, si sarebbe trovato ad essere “l’anitra zoppa”, come viene definito il presidente o il sindaco che, sebbene eletto, non possa comunque disporre delle maggioranza consiliare.

Una tale previsione nasceva dalla convinzione che la Borgonzoni, anche se sconfitta, avrebbe avuto dalla sua il maggior numero di consiglieri, dal momento che la coalizione salvinian-melonian-tardoberlusconiana sarebbe risultata più votata di quella di centrosinistra.

Invece alla fine, anziché l’anatra zoppa, Salvini & C. hanno dovuto “prender su”…l’oca giuliva.

Nando Piccari

Post scriptum – Questione di rima

Il coordinatore di Forza Italia, tal Umberto Casalboni, era così convinto del trionfo della Borgonzoni – grazie naturalmente al gigantesco apporto dei “berluscones” – da lasciarsi andare ad una coglionesca manifestazione di “euforia preventiva”.

Alla vigilia sia del voto che della “Giornata della memoria”, costui ha infatti deciso di far girare la foto di una bottiglia di olio di ricino (la graziosa bevanda che durante il ventennio veniva fatta ingerire, non certo con le buone, agli antifascisti), accompagnata dall’avviso che ve n’era una scorta «per fare digerire la sconfitta ai sinistrati», ossia ai sostenitori di Bonaccini che il 27, secondo lui, si sarebbero ritrovati con le ossa rotte.

A parte il consenso di pochi dementi e di qualche rifiuto del consorzio umano, quell’indecente scemenza ha provocato una valanga di espressioni di disgusto. Alle quali il forzitaliota ha però contrapposto tutto il suo stupore: «Non devo giustificare nulla e non devo chiedere scusa. È stata una goliardata». Che in questo caso fa rima con stronzata.

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