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Dio perdona, le magliette no

L’altro ieri, al bar, due clienti commentavano l’aggressione russa all’Ucraina. Ad un certo punto uno dei due se n’è uscito con: “Se ci fosse qualcuno disposto a far fuori Putin a pagamento, giuro che organizzerei una colletta”.
Lì per lì confesso di aver pensato che in tal caso ben difficilmente sarei riuscito a non essere pure io fra i sottoscrittori.

Poi però mi sono ravveduto quasi subito, pensando anche a quanto ci sarebbero rimaste male le “anime belle” che in questi giorni si affannano a gridare ai quattro venti che ciò che serve non è mettersi a disquisire su chi abbia torto e chi ragione, ma è la foglia di fico della mediazione diplomatica super partes.

Non stanno forse in guerra anche gli Ucraini, esattamente come i Russi? Dunque “pari sono” e per questo aiutarli a salvare con le armi qualche ospedale, un po’ di donne e di bambini e magari anche la centrale nucleare, sarebbe dar loro un vantaggio che alimenta la guerra e va contro la pace.

Certo, il drappello dei “pacifisti a costo zero” presenta varie sfumature, due delle quali sembrano riesumate pari pari del passato.

Una è l’ala troglodita degli eredi del “neutralismo” anni ’70, “né con lo Stato né con le Brigate Rosse”, l’altra quella tormentata che nei miei anni giovanili non stava né con gli Usa invasori né con il Vietnam martoriato da bombe e napalm, ma era “contro la guerra in quanto tale, punto e basta”.

Le novità oggi aggiuntive sono un certo giustificazionismo pro-Putin che promana da qualche troncone dell’Anpi e il neutralismo peloso di larga parte dei vertici sindacali di Uil e Cgli (chissà cosa direbbe Landini se qualcuno s’inventasse lo slogan “né con i padroni né con gli operai, ma solo mediazione”?).

In tutto questo bailamme spicca il caso di Salvini, che spera di conferire un tocco di decenza e di presentabilità all’immagine di sé ostentata fino a ieri, tentando cinicamente di sfruttare il dramma degli Ucraini martoriati dal criminale suo amico Putin.

Se non fosse per la tragedia che fa da sottofondo, verrebbe da ridere a crepapelle per quel pietoso tentativo di smaltire un po’ della mondezza etico-politica di cui è portatore, fingendo di aver raccolto l’appello di Papa Francesco, che per anni si era invece divertito a sfottere esibendo la maglietta pro-Ratzinger qui ripresa.

Come pure rivolgendogli tante altre carinerie sui social o in dichiarazioni pubbliche: «Io sono fermo a qualche tempo fa, a Papa Ratzinger» «Il mio Papa è Benedetto»«A noi quelli che invitano in chiesa gli imam non piacciono»«Benedetto aveva idee chiare sull’immigrazione».


Nella patetica speranza di far dimenticare tutto questo, oggi Salvini non si accontenta di chiamarlo come tutti Papa Francesco, ma sente il bisogno di citarlo ogni cinque minuti come “il Santo Padre”, ricorrendo alla medesima pacchianeria recitativa di quando, volendoci far credere che più volte al giorno lui prega la Madonna, non si limita a dire “recito l’Ave Maria”, ma “rivolgo una preghiera al cuore immacolato della Beata Vergine”.

Salvini è arrivato in Polonia indossando un giaccone-marchetta pieno zeppo di loghi di presunti sponsor che però, non appena l’hanno saputo, gli hanno imposto di svestirlo. Aveva anche lasciato intendere che la sua fosse una “missione” coordinata con Caritas e Compagnia di Sant’Egidio, che invece hanno prontamente smentito.

In realtà quella sua grossolana operazione d’immagine avviene sotto l’egida di una onlus piuttosto atipica, di cui è patrona la “vaticanista sui generis” Francesca Immacolata Chaouqui che, difesa dall’avvocata e senatrice leghista Giulia Bongiorno, fu condannata dal tribunale vaticano a 10 mesi di reclusione per la «responsabilità criminale» di aver sottratto informazioni riservate sulle spese economiche della Santa Sede.

Mai Salvini si sarebbe però aspettato che fosse proprio un sindaco come lui di destra e “sovranista”, quale Wojciech Bakun, primo cittadino di Przemysl, a mandargli in vacca la sceneggiata finto-umanitaria con la più atroce delle sputtanate, che ha fatto il giro di giornali e telegiornali, con la “quasi eccezione” di quelli Rai.

«Io non la ricevo» ha scandito mentre gli sventolava sotto il naso una delle sue tante magliette con l’immagine di Putin, aggiungendo poi «venga con me al confine a condannarlo».

Cosa che Salvini non può fare, dal momento che il 6 marzo 2017 lui ha siglato un accordo tra la Lega e il partito di Putin Russia Unita, tuttora vigente, nel quale si prevedono varie forme di collaborazione e scambio di informazioni.

«Salvini sembra il cugino scemo di Papa Francesco», ha commentato l’altro giorno Andrea Cangini, che non è certo un pericoloso comunista ma un Senatore della sua alleata Forza Italia. Così come ha fatto il suo collega di partito On. Elio Vito, che gli ha dedicato un grazioso pensiero («Salvini cerca visibilità. Il vero comico è lui, non Zelensky»), con riferimento al passato dell’attore oggi Presidente della Repubblica Ucraina.
É bello trovarsi ogni tanto d’accordo con qualche avversario politico.

Nando Piccari

Post Scriptum
Abbinamento perfetto
Domenica pomeriggio stavo guardando la televisione quando mi è sembrato di sentire il confuso borbottio di un altoparlante provenire dall’esterno. Ho aperto la finestra del soggiorno e, nonostante la precaria percezione acustica, ho intuito trattarsi di un comizio no-vax che stava impuzzolendo l’arena contigua a Castel Sismondo.
Per uno di quegli istinti masochistici che non sempre riesco a controllare, ho deciso verificare se da qualche altra finestra della casa mi fosse consentito ascoltare meglio.
Alla fine l’ho trovata: la finestra del bagno, il luogo perfettamente idoneo a ricevere e contenere le tante stronzate che mi è poi toccato sentire.

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