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Due paroline ai pasdaran del generale Pappalardo

Avete presente quel gioco della Settimana enigmistica, «scopri le differenze»? In questi giorni lo stiamo vivendo in versione tridimensionale. Tutto sembra tornato quasi normale, il paesaggio cittadino è quello in cui siamo cresciuti e vissuti, eppure tra un fotogramma di oggi e uno, apparentemente identico, risalente al giugno 2019, ci sono in realtà tante piccole differenze lasciate dal passaggio del coronavirus.

In quello odierno vediamo passanti con la mascherina, alcuni anche con i guanti; le persone si tengono a una certa distanza, le strette di mano sono diventate colpetti di gomito; alcuni negozi sullo sfondo sono chiusi, altri sono aperti, ma con i clienti in fila fuori dalla porta, e sulla soglia c’è un dispenser di gel sanitizzante per mani.

Piccole differenze tra un’epoca in cui voler mantenere le distanze era un segno di altezzosa asocialità e una in cui, al contrario, denota rispetto per la propria e altrui salute, oltre che per le leggi; virtù civica, insomma. Ma la virtù sta nel mezzo, accuratamente distanziata dai due estremi. Di cui uno è solo fastidioso, l’altro è anche pericoloso.

Il primo è rappresentato dal diffidente paranoico, che gira bardato come un palombaro, con gli occhi terrorizzati al di sopra della mascherina con valvola e quadruplo filtro. All’ultra-diffidente non basta mettere un metro fra lui e il prossimo, ne pretende almeno tre o quattro, se violi la sua sacra area, anche solo con un piede o con un avambraccio, ha una mezza crisi isterica, manco tu fossi un sicario dell’Isis che lo affronta brandendo un pugnale. Per quanto irritante, questo soggetto si disinnesca da solo, nel senso che è lui stesso a sfuggirti o a obbligarti a stargli lontano.

L’altro estremo, invece, oltre a farti girare i maroni può far girare anche i bacilli. E’ il pasdaran del generale Pappalardo, che per brevità chiameremo il Papparàn. Il Papparàn si è assunto il compito non solo di predicare il verbo complottista del suo ayatollah (e cioè che il virus è una fake news, le mascherine e il distanziamento sono il simbolo dell’asservimento al potere, e ci sono fior di extraterrestri che possono confermarlo) ma anche di molestare verbalmente chi, per convinzione o per non incorrere nelle multe e nelle sanzioni previste dalla legge, osserva le precauzioni anti-contagio.

Il Papparàn, in genere un uomo di mezza età, gira a viso scoperto e a mani nude, possibilmente sudaticce, entra nei negozi e fa scenate a freddo all’esercente che indossa la mascherina e la richiede ai clienti, accusandolo di essersi lasciato fare il lavaggio del cervello da Conte e dai media. Oppure rampogna a gola spiegata, in un tripudio di goccioline, chi sta disciplinatamente in fila, sostenendo che sono tutti vittime e complici di una macchinazione, che le cifre di morti e contagi sono false e che le pile di bare viste nei tiggì erano solo una messinscena.

Il Papparàn è abbastanza fortunato da non imbattersi spesso in qualcuno che ha sperimentato sulla sua pelle o su quella di un congiunto la tragica realtà del Covid-19 e che alle sue sparate avrebbe il giusto impulso di saltargli alla gola – cosa che, del resto, si guarderebbe bene dal fare, perché lui le leggi le rispetta.

Al massimo colleziona occhiatacce contrariate, risposte stizzite e inviti ad allontanarsi. C’è da sperare che il Papparàn incontri un seguace di un Pappalardo ben più illustre, quello di Ricominciamo, che urli “io non posso restare seduto in disparte, né arte né parte”, perda le staffe e gli dica (o gli dia) il fatto suo. A nome di tutti noi.

Lia Celi

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