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E il verucchiese Celli svela il decalogo del potere

Pier Luigi Celli: “Il potere, la carriera e la vita. Memorie di un mestiere vissuto controvento” – Chiarelettere.

Pier Luigi Celli è nato a Verucchio l’8 luglio 1942. Ha dunque 77 anni e qualche mese. Non ha mai avuto molti peli sulla lingua e non è certamente fra i personaggi italiani più simpatici. Ma sa molte cose che possono servire per capire la società e la politica italiana.

E’ stato manager di Olivetti, Enel, Wind e Omnitel. Direttore generale dell’Università LUISS “Guido Carli” di Roma e della RAI, direttore centrale di UniCredit, membro dei consigli di amministrazione di Hera, Adr, Bat e Unipol, presidente dell’ENIT dal 2012 al 2014, quando si è dimesso. Dal luglio 2014 a dicembre 2016 ha ricoperto la carica di senior advisor dell’Amministratore delegato di Poste Italiane. Oggi è il presidente di Sensemakers e membro del consiglio di amministrazione di Illy.

“Il potere può essere una malattia e bisogna esserne capaci di guarire. Parola di chi il potere l’ha gestito per molti anni”. In questo libro Celli prova a raccontarsi e a rovesciare molti luoghi comuni sul mestiere del manager. La sua ricetta è diretta e sorprendente: “mettere al centro le emozioni che, se ben governate, costituiscono la vera risorsa di una persona e di una azienda”. Per questo, secondo Celli, “gli ambienti di lavoro devono essere concepiti in modo che ognuno possa esprimersi al meglio secondo potenzialità e forme di intelligenza specifiche”. Ma non è facile. C’è molto da svecchiare.

Celli sostiene di avere sempre avuto “la coscienza della precarietà di ogni modello di carriera manageriale, con la ferma convinzione di non prendere mai sul serio i successi, e l’abitudine a non contare sulla tenuta di relazioni che traevano significato e peso dal potere conquistato”.

Sul perché Celli abbia voluto scrivere questo ennesimo suo libro lo si può cogliere nella frase che a un certo punto mette nero su bianco: “In fondo una vita manageriale ben spesa è di per sé un discreto romanzo”.

Come quando imparò che le gerarchie aziendali vanno rispettate: “Ho capito che le gerarchie non amano essere interpellate saltando i livelli, che, in azienda, aver ragione non è sufficiente per essere considerati nel giusto, che l’organizzazione ha le sue regole e le governa chi sta al vertice, a prescindere dalle condizioni di adattamento che alle volte richiederebbero ben diversa attenzione. Che se il tuo capo diretto è anche uno che vale poco o niente, questo non ti autorizza a disobbedire”.

“Inevitabilmente, col passare del tempo e degli incarichi, di capi ne ho incontrati tanti. Per i più non c’è memoria. Il potere lo hanno preso, lo hanno utilizzato, se ne sono gloriati. E sono finiti”.

“Mi ha sempre affascinato la manifestazione del potere. La potenza dei suoi riti, lo stile del suo esercizio, la distanza quasi mistica dei suoi interpreti, l’adesione di quanti ne dipendono”.

Può piacere o non piacere ma questo è il mondo che Celli ha vissuto e tuttora vive. Quello che conosce. Quello dove “il pelo sullo stomaco” deve essere tanto. Giusto per gradire alla fine Celli ci regala anche un decalogo sugli errori, i vizi, i riti, le responsabilità degli uomini di potere:

  • Un vero leader vende fiducia e alleva discendenza;
  • La differenza tra genio e stupidità è che il genio ha (sa) i suoi limiti;
  • L’essenza della strategia è decidere cosa “non fare”;
  • Una visione che non trascina all’azione è solo un’allucinazione;
  • Una gran parte del talento è formato dal coraggio;
  • Un buon capo deve avere un occhio sensibile, un cuore generoso e una pelle da elefante;
  • La cosa più importante di una comunicazione è capire che cosa non è stato detto;
  • Un buon compromesso è raggiunto quando entrambi i contendenti hanno ragioni di insoddisfazione;
  • L’analfabetismo emotivo/affettivo dei capi riduce profondamente ogni adesione dei dipendenti;
  • Non è necessario diventare capi per essere felici, anzi;
  • Una corte di fedeli è il terreno ideale per coltivare idee sbagliate;
  • C’è sempre un momento in cui dire “basta” è la miglior soluzione per uscire di scena (e farsi rimpiangere).

Paolo Zaghini

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