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“Elena. Vedrai che dopo poco passa”

Elena ritorna nei momenti meno opportuni, quando le mie difese sono sotto soglia. Il sogno ricorrente come il peggior incubo, arriva puntuale, angosciando anche il riposo, scacciato via solo dall’improvviso risveglio liberatorio. La scena rispecchia il classico dei thriller, il delitto commesso involontariamente, con l’occultamento del cadavere, che dopo anni, viene casualmente ritrovato. Poi l’indagine degli inquirenti, arriva al sottoscritto, sono scoperto, il mio scheletro nell’armadio taciuto per anni, il mio segreto inconfessato, è svelato al mondo. Io ho ucciso Elena, una bambina stupenda ma credetemi non l’ho fatto apposta. E’ stato uno sbaglio! Poi per fortuna mi sveglio, spossato per la storia assurda, inverosimile, che non mi appartiene.

Purtroppo è un sogno ricorrente, anzi un incubo.

Il pensiero, nella nostra mente a volte è come l’acqua quando esce dal contenitore, è incontrollabile, ecco la mia mente si comporta così. È incontrollabile. Cerco irrefrenabilmente una spiegazione, una ragione plausibile del perché quell’incubo ogni tanto si manifesta. Forse ognuno di noi ha segreti inconfessati, forse sconto i dispetti cagionati alla mia sorellina, oppure semplicemente perché ho letto troppi libri e visto film gialli. Poi, la psiche scava nel profondo, solleva qualche ricordo recente, porta alla luce quel che del passato è rimasto recondito, rendendo così una via accessibile al ricordo che riaffiora, chiaro e lucente come un utensile inox mai usato e dimenticato nella dispensa.

Elena, una bambina meravigliosa, cinque anni, affetta da Aids conclamato, contagiata dalla mamma, uccisa dal morbo un anno dopo il parto. Il padre non si è mai saputo chi fosse, forse una di quelle storie dove l’eroina è il solo comune denominatore che unisce la storia di Elena e dei suoi genitori. Ora Lei è qui, in ospedale, reparto pediatria, nella sezione dei malati in isolamento.

La dottoressa è in visita con la caposala e il sottoscritto, allievo infermiere al secondo anno di corso. Entriamo nella cameretta, sono dieci giorni che è ricoverata, una polmonite ha notevolmente peggiorato il suo quadro clinico, già critico. Sembra addormentata per incantesimo, ma è in stato di semi coscienza. Giace sul letto, supina, a lato c’è Clara una delle dipendenti dell’istituto, dove Elena abita da sempre.

Dischiude gli occhi, ci vede, mi vede, e dalle sue labbra esce un “Ciao Marco”, il fatto di essere stato salutato per primo, m’inorgoglisce e suscita le attenzioni dei presenti nei miei confronti. Dopo le domande di rito a Clara, sulla nottata trascorsa, la dottoressa legge la cartella clinica, sollevando gli occhiali da miope sulla testa e avvicinandola a pochi centimetri dagli occhi, poi mi guarda come a dirmi di assisterla nell’atto che andrà a compiere. Infatti, con voce affabile, annuncia ad Elena che la deve visitare e prende in mano il fonendoscopio. L’accarezzo delicatamente, Lei accenna a un sorriso sempre tenendo gli occhi semi chiusi, appena cerco di sollevarle il pigiama per liberare il suo petto, Elena, emette gemiti di dolore. Mi fermo, l’accarezzo di nuovo e osservo la sua faccia delicata, stringe gli occhi in segno di sofferenza come ad allontanare il dolore, ha cinque anni ed è magrissima. Le sue ossa sono fragili e il suo corpo mi dà l’impressioni che si possa spezzare tra le mie mani enormi. Faccio un altro tentativo, ma Lei geme solo a sfiorarla, allora le sussurro: “Ti ho fatto male, scusa, vedrai che dopo poco passa”, e riprovo a sollevarle la maglietta del pigiama, questa volta con successo. La dottoressa compie le sue manovre e mi fa cenno di girarla, ma Elena sente troppo dolore e non riesco. È importante vederle la schiena, perché ha una lesione e deve essere assolutamente medicata, allora mi viene un’idea che sottopongo al medico, che l’approva.

Mi stendo delicatamente su un fianco accanto a Lei, poi la caposala alza il lenzuolo che avvolge il materasso dalla parte opposta del sottoscritto, Elena delicatamente compie quel mezzo giro e me la ritrovo abbracciata, con il mento ancorato tra la mia spalla e il collo. Mi alzo in piedi, con Lei in braccio, ha emesso un piccolo lamento, non pesa nulla, il suo odore sa di pulito come l’innocenza. Sul gluteo ha una piaghetta da decubito che la dottoressa si accinge a medicare. A questo, punto mi accorgo che sto piangendo come una fontana, in silenzio come solo gli adulti sanno fare, le lacrime conquistano tutti i solchi del viso fermandosi sui vestiti. Guardo la dottoressa, anche lei piange silenziosamente, in risonanza con le mie lacrime e con quelle della caposala. Finita l’operazione, mi corico nel letto, depositando Elena, che si accorge delle mie lacrime e con gli occhi quasi chiusi mi sussurra. “Carlo hai sentito male? Non ti preoccupare, vedrai che dopo poco passa”.

Elena non supererà la notte, si è spenta nel silenzio di quel reparto, neanche Clara se n’è accorta, come se non volesse disturbare nessuno. M’informò la capo sala, me lo disse con i gesti di chi capisce la sofferenza, mi appoggiò la sua mano sulla guancia scuotendo leggermente la testa con quel sorriso amaro e rispettoso del dolore. Ho sempre avuto un senso di colpa che adesso mi porto dietro, forse perché quando la tenevo in braccio, non sono riuscito a trasferirle un po’ della mia salute, un po’ della mia vita, un po’ del mio destino. Lei è innocente non ha mai avuto colpe, neanche quel peccato originale che tutti hanno. Elena non ti preoccupare torna nei miei sogni quando vuoi, torna sotto la forma che ritieni migliore anche con l’incubo ricorrente, perché tanto poi mi sveglio e se ho avuto paura………” vedrai che dopo poco passa”. Ciao Elena.

BIEMO

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