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Elezioni europee, fra gli inglesi che oggi votano senza sapere dove andranno

Per noi italiani il dibattito politico inglese degli ultimi tre anni è del tutto incomprensibile, spesso malinteso dai commentatori italiani che lo usano sulla base dei propri desideri o delle tesi da sostenere, così come spesso accade con dati economici parziali britannici. Oggi qui si vota. E c’è un elemento fondamentale che dobbiamo avere chiaro in mente, ed è in effetti il punto di somiglianza più forte che c’è tra il nostro attuale sistema politico ed il loro. Da noi, negli ultimi tre anni, il dibattito politico è stato dominato da alcuni elementi fondamentali, tra cui l’immigrazione è stato il principale.

Samuele Zerbini oggi a Londra

Qui nel Regno Unito, in maniera persino molto più focalizzata che da noi, il punto centrale del dibattito, che ha relegato gli altri ai margini, è stato la Brexit. Questo chiaramente dimostra prima di tutto l’inadeguatezza della classe dirigente inglese che ha permesso che una follia del genere diventasse reale: l’impossibilità di ottenerla se non a grave prezzo di fallimenti e recessione sta di fatto ingoiando un politico dietro l’altro. La May è oramai finita, fra congiure di palazzo ed errori è ai suoi ultimi giorni. Ma il prossimo premier (forse proprio Boris Johnson, uno dei principali colpevoli del disastro) si troverà nello stesso cul de sac: è impossibile al tempo stesso uscire dall’unione e non avere enormi danni. I tre anni di incertezza stanno già facendo pagare la loro presenza: di ieri le notizie del fallimento della catena di ristoranti Jamie Oliver’s Italian, con 1300 posti perduti, e quello delle acciaierie britanniche, con 5000 posti a rischio più 20.000 nell’indotto. Entrambi causati solo dalla possibilità che si esca dall’Unione Europea. Senza contare ovviamente che queste sono due di migliaia di aziende che hanno chiuso o ridotto il personale negli ultimi tre anni.

Dato quindi che da tre anni si parla solo di Brexit, accantonando qualsiasi altra attività seria e necessaria, e che questa ancora non sia avvenuta, non sorprende vedere come i due partiti che hanno scelto di mettere la Brexit come tema principale della propria campagna elettorale siano quelli accreditati come i maggiori trionfatori: i LibDem contro, schierati in maniera cristallina e netta, Farage con il suo Brexit Party, neonato partito con una serie di punti oscuri sui propri finanziamenti, su cui proprio in questi giorni la Magistratura inglese sta puntando la lente di ingrandimento, a favore della Brexit.

Senza niente, senza voti, senza linea escono i Conservatori, svuotati dalla lotta di potere e dalla divisione tra Brexiter e remainer. Ma soprattutto i Laburisti scontano una leadership del tutto inadeguata e apparsa fuori tempo. Corbyn, salutato come quello che avrebbe riportato la sinistra nel Labour, ha riportato anche le sue proprie contraddizioni: bloccato dalle sue convinzioni da anni 70 antieuropee in un partito europeista e che avrebbe potuto sia evitare il disastro, sia oggi porsi come punto di riferimento per la società che non accetta di tornare indietro.

Negli ultimi giorni si registra un certo nervosismo nell’elettorato, sfibrato da tre anni di promesse fallite, polarizzazione estrema e un dibattito monotematico. La rivolta dei milkshake, che consiste nel gettare un milkshake addosso a politici di destra estrema, negli ultimi giorni ha colpito anche Farage, ma soprattutto è spia di un corpo politico che si sta sfibrando.

Lo spoglio dei risultati avverrà in contemporanea in tutta Europa, nonostante qui si voti oggi. Molto del futuro di questo Paese si gioca in queste elezioni, che sono sostanzialmente un ennesimo grande sondaggio sulla Brexit: eppure tanti segnali ci dicono che il risultato sarà ancora bloccato, frutto di un Paese sostanzialmente diviso a metà. Per molti saranno i tre giorni più lunghi della propria vita.

Samuele Zerbini

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