Home > Cultura e Spettacoli > Elio Tosi, il Sigismondo d’Oro che portava Rimini a Parigi

Elio Tosi, il Sigismondo d’Oro che portava Rimini a Parigi

Come sempre nel corso della nostra vita, dopo i baci e gli abbracci, quando gli chiedo come sta, invece di rispondermi, mi fa sentire i bicipiti e il petto possente (è sempre stato così con Elio, guai dargli la mano che te la stritola) e sua moglie Rita mi dice che tutte le mattine da viale Trieste va a piedi in città a far la spesa, e poi a passeggiare sulla spiaggia… “Ma quanta plastica, che vergogna”, esclama quando parliamo di mare e del suo circolo gli Amici del Mare, in cui passa qualche ora a giocare a boccette o a briscola ogni pomeriggio. “Non ti credere, non siamo mica tutti maschi, ci sono anche belle signore che giocano a burraco e io sono il più vecchio.” E Rita aggiunge: “Non sta mai fermo, io ho tre protesi, lui non prende neppure la pastina per la pressione”.

Elio: Cammino molto. Non ho mai fumato né bevuto, mezzo bicchiere di vino a tavola, un caffè macchiato col latte al circolo. I liquori li ho sempre serviti agli altri. Ora un po’ di ginnastica qui in casa, da solo. Sono forte, ancora porto su per le scale il carrello pieno di spesa. All’Embassy non ho mai avuto bisogno di buttafuori, e non ho mai messo le mani addosso a nessuno, non ce n’era bisogno. Neppure quando hanno cercato di ‘vendermi protezione’ con le minacce, niente paura, mai ceduto. Ero molto severo, ma gentile. Quelli strani con gli scarpazzoni, le creste e i capelli colorati da me non entravano: mi spiace ho tutti i tavoli prenotati, era la frase ricorrente”.

Lui , 88 anni tra poco. Insieme, 65 di matrimonio senza mai un ripensamento, affermano entrambi. Tre figli, nipoti e pronipoti a pranzo, beati loro coi manicaretti di Rita per ogni festa comandata, e tanto lavoro di successo sempre insieme dagli anni ‘50.

A Rimini sono arrivati nel ’55 dal Savioli di Riccione, col duo Semprini-Mulazzani (parenti tra loro e con Elio) insieme ai quali già lavoravano. Lei in cucina e lui a capo di tutto, imbattibile, fermo e cortese, nell’organizzare il personale, i fornitori e le spese. Intessere rapporti, con simpatia. Così ha costruito le imprese di successo degli anni ’60 – ’80, l’Embassy, ma ancor prima il Paradiso, più di mezzo secolo fa, quando era la villa del Conte Ginanni, compagno di Tina Mirti Fabbri, madre di Paolo e Gianni che rimasta tragicamente vedova di un pilota di aereo coi figli piccoli, si unì al conte separato. Una donna colta e affascinante che tutti chiamavano “la contessa”: nel ’57, nella Rimini che si stava aprendo al turismo ha avuto l’intuizione di destinare la villa sui colli di Covignano a ristorante di prestigio.

Elio: “Quando il Paradiso andava lanciato, con Claudio Semprini lo abbiamo fatto. Gianni Fabbri era ancora un ragazzino, da noi all’Embassy per un po’ è stato alla reception. Per 15 anni ho insegnato alla scuola alberghiera, poi d’estate gli alunni venivano in stage da noi al ristorante. Li dividevo tra il servizio ai tavoli e la cucina. L’esperienza coi clienti era la migliore formazione. Tante le generazioni di operatori turistici che sono diventati poi imprenditori, i miei figli compresi, dei quali vado fiero. Il 60% di merito però è di Rita, instancabile a curare ogni cosa in cucina, il suo regno. Abbiamo lavorato tanto, guadagnavamo molto e però facevamo guadagnare molto anche gli altri. E’ capitato che facessimo filotto, negli anni con Semprini al Paradiso, le feste la notte e i pranzi subito dopo, senza dormire: io da solo non avrei potuto fare nulla di tutto ciò. E se ora ricevo da Rimini l’onore del Sigismondo D’Oro, più della metà va a lei.”

I tavolini dell’Embassy in Viale Vespuccu

Il mio ricordo personale di Elio è che come tanti riminesi di allora dal ’71 in poi, finiti i fasti di Buscaglione & c. che l’avevano lanciato, siamo diventati prima clienti, poi amici e anche complici nel lavoro. E poiché col mio marito di allora che egli ancora frequenta e i nostri due figli sul passeggino a cui lui ogni giorno dava il buffetto, abitavamo praticamente sopra il giardino dell’Embassy, non si dormiva ed era quella la passeggiata obbligatoria di ogni sera, avanti e indietro per Viale Vespucci, come molte altre giovani coppie, coi signorotti riminesi doc tirati a lucido al tavolino a commentare chi passava… tutto ciò finché non giungeva l’ora in cui gli uomini si trasferivano al tavolo riservato fisso per tutta l’estate del night sala da ballo.

Elio: “Il sistema era questo: invitavano a ballare le signore e signorine eleganti italiane e straniere che frequentavano il locale e lì era tutto sotto controllo, cosa poi facevano dopo io non lo so. Tra questi, immancabile, il cugino di tuo padre, l’ingegner Fabio Fabbri. Che si distingueva, per eleganza e buona conversazione, ma soprattutto perché tra gli sposati che ogni sera si toglievano la fede, lui era invece uno dei pochi scapoli, e caspiterina come imbarcava! Ricordo la sera del 1955 in cui all’Embassy abbiamo fatto la Miss Italia nazionale. Lui, galante, all’american bar le aveva fatto i complimenti, ma poi è andato via. La Miss, Brunella Tocci, mi  chiese chi fosse il mio amico così distinto e il suo indirizzo, e anche due sere dopo tornò a richiedermelo. Ma quando l’ho riferito a Fabio la sua reazione è stata: ‘ma va là, lei ha un sacco di grilli per la testa, vuol girare il mondo’. E questo era abbastanza tipico dei latin lovers nostrani di allora, molto comodi e stanziali, non avevano voglia di complicazioni”.

Elio ora parliamo di Fellini e dintorni, ma dato che la vostra amicizia la conoscono tutti, raccontiamo la quasi inedita avventura di Parigi?

Elio: “Sì dai, quella è stata proprio bella. Ma siamo avanti, nell’89. Sindaco Massimo Conti e assessore alla Cultura Ennio Grassi. Siamo arrivati in treno con le cuccette a Parigi (di cui non ha mai avuto rimborso, ndr), tutta la mia brigata di cucina di allora: Rita, Gino Angelini, Gaetano Callà. Poco tempo prima tu avevi organizzato una cena per far conoscere a Grassi Maddalena Fellini, sorella di Federico e moglie di vostro cugino Giorgio Fabbri, il pediatra padre di Francesca. Sai che ancora lo vado a trovare ogni tanto, perché lui è tanti anni che non può muoversi. Così il Comune aveva dato il Novelli per ‘Stal mami’, la prima opera di Liliano Faenza che avrebbe dovuto essere messa in scena da una compagnia dialettale nel teatro parrocchiale di Maria Ausiliatrice. Maddalena era la protagonista e col tuo ufficio stampa lo hai fatto diventato un evento nazionale, era anche su Panorama. La Masina era venuta alla prima e di lì era nata l’amicizia che prima non c’era proprio tra la famiglia Fellini e il Comune. La leggenda è vera: Federico veniva di nascosto, la notte. Rimini, salvo i pochi amici, ignorava Federico e Federico ignorava Rimini”.

Sì, confermo Elio. In quegli anni c’era una piccola rivoluzione in atto, anche grazie a te, voi, i ‘culturali’ comunali (Renzo Semprini, Piero Leoni, Miro Gori) e i giovani Arci/Onu (Riccardo Fabbri, Moreno Neri, Pier Pierucci) cercavamo di trovare in voi più intraprendenti operatori del turismo un po’ di complicità, per liberarci dai lacci ideologici con qualche innovazione. Prima che partissimo ne avevamo orchestrata un’altra. Con la mia agenzia di comunicazione ebbi l’idea di chiedere a Luisa Severi, che aveva la boutique più elegante di Rimini, di dedicare una serata tutta sua per gusto e costi a ‘Rimini e le Cinema’: mi sembrava una forma di rispetto e coinvolgimento per i riminesi che non avrebbero potuto godersi il successo di Parigi. Era gennaio, il periodo della moda e lei sarebbe stata là per le sfilate. La moda è cultura e col cinema aveva molto a che fare. Nel ridotto del Consiglio Comunale, allora in Sala Ressi, Ennio Grassi e Giorgio Giovagnoli, deus ex machina delle relazioni pubbliche comunali, erano stati prudenti, ma infine accettarono e il gusto sopraffino di Luisa rese l’evento magnifico, cose mai viste a Rimini. Miro Gori, allora responsabile cinema, aveva cullato da tempo l’idea di portare a Parigi una rassegna dedicata ad autori riminesi e anche i film girati a Rimini. E c’era anche Pier Vittorio Tondelli che l’estate prima aveva presentato al Grand Hotel il suo libro “Rimini” da cui sognava di trarre un film. Non potevano mancare Tonino Guerra e i film di Fellini. Scontato che lui non sarebbe venuto. Ma Giulietta Masina, Maddalena Fellini e Francesca, erano lì. E tu e la tua Brigata di Cucina di allora, voi tutti da Rimini per la festa all’Ambasciata italiana di Rue de Varenne, la cui Cultura era diretta da Paolo Fabbri. Dunque Rimini cento volte Rimini.

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/01/25/mille-volte-rimini-in-un-unico-film.html

Elio: “A Parigi la Marr inviò gratuitamente il camion frigo con tutto l’occorrente. All’Ambasciata ci organizzarono una cucina con stufe che affittammo là. Cucinammo per un giorno intero. Per il dinner party, ma anche un pranzo, se ricordo bene. Tanti stuzzichini e manicaretti, con i nostri tradizionali piatti. La pasta e fagioli è andata a ruba, ricordo che non riusciva a soddisfare tutti i bis, poi piada, squacquerone e rosole, coniglio in porchetta… nella sofisticata e un po’ vecchiotta sede diplomatica d’Italia a Parigi, credo che altre di serate con tanta accoglienza e allegria, se ne videro poche”. Conclude l’irripetibile Elio Tosi, Sigismondo d’Oro 2018.

https://riminisparita.info/le-interviste-di-r-s-elio-tosi/

Manuela Fabbri

Scroll Up