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Eppure un po’ di movida ci farebbe tanto bene

Avete mai sentito parlare di saturazione semantica? Io non ne sapevo niente fino a un minuto fa, quando ho googlato “ripetizione parola perdita senso”, in cerca di spiegazione del bizzarro fenomeno per cui un vocabolo sentito o pronunciato ripetutamente viene percepito come un accrocchio di suoni e niente più.

A quanto pare, il nostro cervello dà significato a una parola solo legandola alle altre, se la si isola ripetendola lui non la capisce più, la sente e basta. A me la saturazione semantica sta succedendo con movida, termine in questi giorni inflazionato sui media: il viavai notturno dei giovani da un locale all’altro è accusato di riaprire le porte al contagio che abbiamo faticosamente tenuto a freno in due mesi e mezzo di quarantena.

Non so se l’accusa è fondata; in Lombardia, la regione più colpita dal Covid-19, la bomba virale sono state le case di riposo e i pronto-soccorso, che non mi sembrano esattamente poli di vita mondana. Certo, i ragazzi che ricominciano a uscire la sera non sono i guardiani del distanziamento sociale, ma ho l’impressione che la pandemia abbia scatenato il guastafeste che sonnecchia in tanti, dandogli l’alibi per additare come untore chiunque abbia l’aria di divertirsi più di noi, specie se lo fa fuori dalle mura domestiche e se ha qualche anno in meno.

Movida sì, movida no… a forza di sentirla ci dimentichiamo che a introdurla nel nostro vocabolario non è stato un ballo di gruppo in spiaggia o il gergo da vacanzieri a Ibiza. Movida nasce bene, anzi, benissimo: si è affermato nella Spagna a cavallo fra gli anni 70 e 80 del Novecento, quando la caduta del regime franchista aveva liberato tutta la gioia di vivere e la voglia di trasgressione compressa dalla cupa e bigotta dittatura del Caudillo.

I giovani si erano impadroniti delle strade di Madrid e le riempivano di vitalità e di animazione (che è il significato letterale di movida). C’erano sì il ballo, l’alcool, la droga e il sesso, ma anche arte e nuove forme di comunicazione. Il cantore della movida era il giovane Pedro Almodovar della Legge del desiderio, il suo inno era No controles degli Ole Ole.

Col tempo l’aspetto sociopolitico della movida si è stemperato anche nel suo paese natale, e la parola è diventata sinonimo internazionale di baldoria. Sulla Riviera romagnola, poi, movida si è ambientato a meraviglia, grazie a quel suffisso iberico che al nostro orecchio suona così familiare e invitante perché ricorda rustìda e magnèda.

Ecco, questa saturazione semantica che impoverisce il significato storico di movida, mi dà un po’ sui nervi. Ma è una posizione di retroguardia nell’epoca in cui Bella ciao, la canzone della nostra gloriosa Resistenza, è diventata un meme globale grazie alla Casa di carta, una serie, guarda caso, creata in Spagna.

Eppure ci sarebbe un gran bisogno di movida nel senso originario, una ventata di allegro e creativo disordine giovanile, capace di spazzare via il grigiore e la tristezza che incombono sulle nostre città, Rimini inclusa, e non solo per colpa del coronavirus. Gli assembramenti e il nomadismo da un pub all’altro, di creativo e allegro hanno ben poco, e l’unico brivido trasgressivo viene dal rischio di violare le ordinanze anti-Covid e di prendersi una multa.

E comunque ci vuole altro che l’obbligo di consumare solo seduti ai tavoli per preservare la salute pubblica, come dimostra la rissa a colpi di sedia scoppiata giorni fa in un bar di piazza Tre Martiri, fra tre avventori di età non proprio verdissima. Chissà, magari si prendevano a sediate per mantenere il distanziamento sociale anche durante la colluttazione. Speriamo non sia il primo esempio della nuova socialità post-pandemica, o dopo i danni da Covid-19 dovremo subire anche quelli da Movid-20.

Lia Celi

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