Home > Economia > La riforma della pubblica amministrazione in sei punti

La riforma della pubblica amministrazione in sei punti

Ermete Dalprato ex dirigente all’urbanistica del Comune di Rimini, professore a c. di “Pianificazione territoriale e urbanistica” all’Università degli Studi della Repubblica di San Marino interviene sulla riforma della Pubblica Amministrazione interviene con una articolo pubblicato sulla rivista on line specializzata “Ingenio”.

 

“E’ notizia di questi giorni che il nuovo governo Draghi (Brunetta ministro per la “Semplificazione e la Pubblica Amministrazione”) ha messo a punto un accordo con le organizzazioni sindacali per procedere al rinnovamento della Pubblica Amministrazione. Ritenuta “motore di sviluppo” e “catalizzatore della ripresa” (sono parole testuali del Presidente del Consiglio).

La cosa non può che farci piacere visto che da tempo, in epoca non sospetta, avevamo ritenuto che una pubblica amministrazione funzionante ed efficiente fosse elemento fondamentale per lo sviluppo e la ripresa del paese. (v. “Opere pubbliche, ripresa economica e … burocrazia” – InGenio  07/05/2020).

Una vera novità

Quello del nuovo Governo è sicuramente un atteggiamento in controtendenza rispetto a quella generalizzata opinione che la pubblica amministrazione altro non sia che un apparato burocratico inefficiente e ostacolo al rinnovamento del Paese, tant’è che i provvedimenti che il Legislatore ha messo in campo in periodi più o meno recenti sono quasi sempre orientati a scavalcarla proprio per evitare che le operazioni di rinnovamento cadano nelle sue maglie.

Le cosiddette norme di semplificazione (che di semplificazione non sono state) si sono sempre più spesso basate sulla traslazione al privato del ruolo pubblico in base ad un (malinteso) principio di sussidiarietà (v. “In attesa della riforma dell’edilizia: tra semplificazione e liberalizzazione” – InGenio 08/09/2020).

Ciò ha comportato un disinteresse alla professionalizzazione della Pubblica Amministrazione ed ha indotto una sua marginalizzazione, escludendola dai ruoli attivi dei procedimenti salvo poi chiamarla in causa nelle attività (queste sì meramente formali) dei controlli ex post con le conseguenze poco edificanti che sono ormai sotto gli occhi di tutti.

Se la pubblica amministrazione non funziona bene – ed è innegabile che soprattutto in questi ultimi tempi stiamo assistendo ad un suo decadimento – bisognerebbe chiedersi il motivo anziché ignorarla e basta; troppo semplice e anche troppo autoassolvente liquidare la questione in un assioma perché è evidente che le cause dell’inefficienza sono dentro al sistema e non fuori.
Così si evita solo un sano esame di coscienza che potrebbe mettere in luce politiche sbagliate.

Sarà un percorso lungo…

Il governo non si nasconde che questo è solo un inizio e che di per sé quest’iniziativa non rappresenta nulla e non porterà a nulla se non avrà poi il dovuto seguito, tant’è che lo stesso Presidente del consiglio ha sottolineato che ancora tutto è da fare.

Ma l’importante è cominciare. E cominciare dall’affermazione di principio della consapevolezza del ruolo che la Pubblica Amministrazione deve svolgere.

Si sa, non è mai tempo di mettere mano all’organizzazione: quando le cose vanno perché farlo?, quando le cose non vanno non c’è tempo per farlo perché siamo in “emergenza” e invece organizzare richiede tempo e ponderazione, ma in emergenza si bada solo all’immediato (e, magari, si approvano solo decreti-legge …).

I punti cardine della riforma

Sei sono i punti strategici su cui il Governo intende agire:

  • Lavoro Agile
  • Sistemi di classificazione professionale
  • Formazione
  • Partecipazione
  • Welfare Contrattuale
  • Semplificazione

Alcuni sono di carattere per così dire materiale e operativo e si potranno risolvere con leggi, contratti e risorse dedicate all’acquisto, come la dotazione di strumentazione informatica che porterà alla digitalizzazione della pubblica amministrazione e che comporterà indubbiamente un agilità operativa di fatto e un miglioramento e una rapidità dei rapporti.

Ma non basta; cardine della riforma deve essere la professionalizzazione della P.A.

La “cultura” della Pubblica Amministrazione

La vera riforma della Pubblica Amministrazione è quella immateriale, rivolta alla formazione del personale che la costituisce; in parole povere nella formazione culturale e professionale degli operatori.

Tesa a ridare loro riconoscimento del ruolo e coscienza dell’appartenenza ad un corpo strategico che ha funzioni specifiche nella attività dello Stato: recuperando quell’“etica” che pare essersi un po’ scolorita.

La formazione professionale è veramente l’elemento chiave su cui dobbiamo insistere per ridare slancio alla pubblica amministrazione; se ci sarà ben vengano le dotazioni materiali per migliorare il comportamento e le attività, tenendo presente però che le dotazioni materiali altro non sono che lo strumento, ma, come ogni strumento, va messo in mano a chi ha la consapevolezza, la conoscenza e le capacità tecniche per poterlo usare. E l’esito dipende da come lo si usa.

Avere computer e fare video conferenze aiuta e rende più rapidi e snelli i rapporti, ma non semplifica l’interpretazione di nome inintelliggibili; ed è lì che continuiamo a perdere tempo ed energie che poi addebitiamo alla burocrazia.

La riforma della P.A. investe il ministero e il governo per l’attività di impulso, ma per la sua attuazione riguarda tutti.

Per la lettura dell’articolo integrale 

Ultimi Articoli

Scroll Up