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Estate 1972 – Da Rimini a Gabicce come verso l’Isola del tesoro

Con il cugino si partiva dal Porto canale con il suo gommone verso le ore 9. Era un gommone semplice, di media dimensione e maneggevole. Era fatto di una bella gomma resistente ed impermeabilizzata di color grigio. Il gommone aveva sotto una carena che garantiva un assetto sicuro in acqua. L’impiantito interno era composto da traversine di legno disposte orizzontalmente che univano tra loro i tubolari in tessuto gommato dando stabilità trasversale all’imbarcazione e sulle quali camminavi e ti muovevi senza difficoltà.

Il motore del gommone era un Evinrude da 25 cv ad accensione manuale, di un bel colore blu ed argento. Il gommone era ormeggiato a fianco dell’edificio dove ancora oggi c’è il Club Nautico. Vicino al gommone c’era la colonnina del carburante per natanti poggiante su un punto del bordo in cemento che delimitava quella zona del porto canale. L’addetto era sempre pronto ad infilare il rubinetto della pompa dentro i serbatoi delle barche a motore. Lo stesso addetto era poi anche il gestore del distributore di benzina lato strada e riempiva i serbatoi delle auto che vi si fermavano.

Durante l’uscita dal Porto le manovre erano agevoli anche se incontravi qualche peschereccio che rientrava o qualche barca a vela che stava uscendo in contemporanea con te. All’uscita dal Porto, prendevamo la direzione verso Gabicce e progressivamente ci spostavamo nel nostro tragitto in acque più al largo ma non troppo rispetto l’altezza del molo. Raggiunta la distanza giusta dalla riva, tenevamo quella direzione fino al promontorio di Gabicce.

Gabicce Mare e Monte in una vecchia cartolina

Il viaggio a Gabicce era un viaggio affidabile ed avventuroso allo stesso tempo, condotto in acque tranquille ma non vicine alla riva. Nei nostri gesti marinari durante la traversata non c’era niente di agonistico, di ansioso, c’era in essi solo la perizia di quelle poche tecniche marinare che sapevamo esserci necessarie ed il gusto di un’avventura semplice e quasi quotidiana di contatto con l’ecosistema marino. Con quelle belle traversate in gommone, si consumava in noi la sete di un escursionismo nautico convenzionale, consapevoli di non rischiare mai la deriva e di avere sempre garantito il ritorno sicuro a casa. Mai durante quei tragitti abbiamo infatti avuto paura, essendo due nuotatori provetti e resistenti.

Durante il viaggio si incontrava qualche peschereccio di media dimensione che faceva ritorno al porto di Rimini dopo una nottata intera passata a pescare. Altri pescherecci invece li vedevi piccoli più al largo, stavano ancora pescando. Le nostre traversate erano sempre a mare tranquillo. La superficie dell’acqua intorno a noi veniva riverberata dai raggi del sole in tante sfumature di colori. Il moto ondoso del mare era dappertutto sinuoso, solo in qualche punto increspato.

Il cielo sopra di noi era invece di un bell’azzurro/blu a tonalità fissa, qualche gabbiano volava a media altezza ed a volte uno di loro scendeva sfiorando l’acqua. Il sole splendeva alto nel cielo.

Una volta mentre avevamo superato in altezza Gabicce Mare e stavamo virando verso le insenature di Gabicce, abbiamo visto sul lato destro del gommone due pinne dorsali affioranti dall’acqua che ci affiancavano. Dopo il primo momento di paura pensando a degli squali, abbiamo visto che erano due delfini. Dopo un po’ questi ci hanno lasciato. Erano venuti a vedere incuriositi chi o che cosa fossimo. Bisognava capirli! Il colore del gommone era di un grigio simile a quello del loro mantello ed il movimento dell’elica del motore Evinrude rendeva l’acqua sotto il gommone bianca e spumeggiante come la rendono i pesci di notevole dimensione quando muovono vigorosamente la coda per nuotare. Quei due delfini avevano scambiato il gommone per uno di loro.

Una delle frane del Monte San Bartolo nel 1936

Si arrivava di solito alla stessa insenatura di Gabicce. Poche volte abbiamo provato un approdo diverso. Da lì Rimini non si vedeva più da un pezzo. Cercavamo tra gli scogli sommersi affioranti sull’acqua i punti liberi dove infilarsi col gommone. Una volta trovati, si spegneva il motore e si procedeva con qualche colpo di remo. Il gommone aveva in dotazione due corti remi di resina che si usavano a mo’ di pagaie, non essendo dotata l’imbarcazione di scalmi. Scendevamo poi in acqua dove questa ti arrivava tra cintola e petto. Allora si buttava la piccola ancora ed il gommone era così ormeggiato.

In quegli approdi mattutini a noi sembrava di essere entrambi “Corto Maltese”, il protagonista dei fumetti di avventura di Hugo Pratt e quelle piccole insenature locali
ci sembravano pittoreschi anfratti nascosti di qualche punto della costa del Mare di Cortès, nella California messicana!

Noi a quel punto della mattina eravamo liberi di fare le nostre immersioni in un acqua cristallina e tra scogli coperti d’alghe. Nelle immersioni indossavamo la maschera per non perdere niente di quella suggestiva visione subacquea. I pesci che vedevi sotto non erano molti, l’Adriatico non è certo il Tirreno ma quelle immersioni risultavano lo stesso bellissime. Ogni tanto guardavamo indietro se il gommone non presentasse problemi di ancoraggio e giù di nuovo sotto.

Negli scogli dove c’erano attaccate le cozze, le staccavamo dalla loro parete desistendo da quelle che si staccavano con difficoltà. Erano delle belle cozze di media dimensione e le riponevamo in un sacchetto di cellophane che ci eravamo portati in acqua. Ogni tanto andavamo al gommone e vi riversavamo il contenuto del sacchetto, poi con il sacchetto vuoto continuavamo a raccogliere. Una volta raggiunta la quantità sufficiente di cozze raccolte, entravamo nel gommone e riempivamo equamente quattro sacchetti nuovi, due per ciascuno.

“Gabicce Mare, il dolce colle”, 1952

I sacchetti con cui avevamo fatto la raccolta, di solito risultavano lacerati in più punti a causa del bordo tagliente delle valve di quei mitili ed erano quindi inutilizzabili come contenitori finali. Poi finite quelle operazioni, eravamo liberi di continuare a goderci bagno ed immersioni.

Sulla spiaggetta di fronte ci poteva essere qualche turista steso sulla sabbia o in acqua a fare il bagno vicino a noi. In quell’insenatura c’era anche uno stretto e lungo molo in legno al cui fianco approdavano solo piccole barche, visto la presenza ogni dove di scogli. L’insenatura era fatta a semiluna e la sua spiaggetta dopo la zona di sabbia, presentava verso il monte, erba, arbusti e bassi alberelli.

Quella spiaggia come era differente da quella di Rimini! Sopra la nostra insenatura si ergeva scoscesa la parete di Gabicce in alcuni punti spoglia in altri ricca di vegetazione. Una stradina sterrata e tortuosa saliva quella costa fino a confluire nella strada sotto Casteldimezzo.

Gabicce Mare e Monte nel 1977

Noi dopo esserci stancati di immersioni, tornavamo al gommone. Rimanendo dentro l’acqua, lo rivoltavamo portando la sua prua verso il mare aperto poi vi salivamo dentro. Dopo esserci asciugati alla bell’e meglio con il nostro telo, accendevamo il motore e prendevamo la via del ritorno, seguendo lo stesso tragitto dell’andata. Al ritorno ci capitava di essere meno osservatori della natura circostante di quanto lo fossimo stati all’andata. Eravamo infatti abbastanza stanchi ed avevamo solo il desiderio del rientro. Si ormeggiava il gommone nello stesso punto dove lo si era preso la mattina, quel posto lo trovavamo sempre libero viste le dimensioni ridotte del nostro natante.

La rupe di Gabicce in una cartolina del 1954

Era ormai mezzogiorno, il ritorno a casa era come per l’andata, a volte in bici, a volte in filobus. Intanto i rispettivi sacchetti di cozze li avevamo messi nelle nostre sacche da mare e una volta arrivati ognuno a casa propria, le mamme cucinavano le cozze per tutta la famiglia, nella pentola o gratinate al forno, condite sempre con abbondante limone. Ragazzi, che mangiate!
Dopo aver mangiato le cozze di Gabicce, nessuno di noi ha mai avuto problemi gastrointestinali.

Gaetano Dini

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