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Il falò della laicità: oggi Verona, ieri Rimini

Ha rinfocolato differenze e incazzature di piazza. Perché? A chi conviene? Verona regressiva, ma non per le donne. Per il progresso, l’eguaglianza e la democrazia di tutta l’Italia. La cultura di genere ha una storia accidentata, Rimini docet. Basti constatare che nella seconda decade del terzo millennio è una cultura ancora confinata tra femministe, anziché acquisita quale patrimonio non ideologico di noi tutti, dei partiti per primi che dovrebbero rappresentare più della metà della popolazione… sempre che le donne non si lascino solamente utilizzare (all’occorrenza).

Fin dalla riforma del diritto di famiglia, la vera rivoluzione culturale in Italia nel 1975, tutti dovremmo essere consapevoli dei diritti di genere, in epoca di unioni civili di più. Dato per certo che famiglia è quella che ciascuno si sceglie di amare, nel dopo-Verona, luogo che resterà nella memoria collettiva come quello in cui si è tentato di ri-bruciare Giordano Bruno, credo sia utile descrivere a chi non c’era, del clima tutt’altro che serafico di cui ha narrato sul Corriere Romagna la coppia allietata da una nascita, grazie a un appartamento e un lavoro ottenuto da un felice incontro con la Comunità di don Benzi.

A Rimini noi laici ci siamo sempre battuti, con armi impari, nonostante le amministrazioni cosiddette di sinistra, tra gli integralismi: da Cielle e Muccioli a don Benzi. Mi auguro che i bambini venuti al mondo “per merito” del don e i pro-life abbiano sempre una vita felice. Così come anche le donne sopravvissute ai suoi/loro anatemi che hanno responsabilmente fatto scelte differenti.

Ma andiamo ai fatti che hanno segnato il movimento femminista riminese. Quel venerdì 17 settembre 1999, abitavo in campagna, ricevo una telefonata dal piano nobile della Residenza Municipale: “Vieni, corri. Ravaioli è sulle scale di piazza Cavour che arringa contro l’aborto con Don Benzi”. In realtà era già nell’aria l’aggressione che il don avrebbe fatto, tant’è che il giorno stesso era uscito sul Carlino un mio pezzo che per l’ennesima volta rivendicava la laicità dello Stato e l’autodeterminazione della donna, il rispetto della legge e del Parlamento che l’aveva promulgata, peraltro confermata da due referendum abrogativi. Uno di noi radicali, perché per ridurre il ricorso all’aborto clandestino la consideravamo troppo restrittiva: volevamo depenalizzare tout court l’aborto che la legge 194 riservava alle strutture pubbliche (dunque in mano agli obiettori) e vietava alle minorenni, mentre nell’altro gli integralisti imponevano per legge la loro fede.

A fine anni ’90, ancora dopo vent’anni dall’approvazione in pieno compromesso storico, quando Dc/Pci governavano insieme (la legge 194 è del 1978, conquista della mia generazione) c’era ancora chi non si dava pace. Don Benzi con la sua comunità le aveva tentate tutte. Dall’entrare in ospedale e nel consultorio pubblico per dissuadere chi vi si recava per l’interruzione volontaria di gravidanza, la presa in carico in comunità di ragazze madri (con retta dei servizi sociali, ovvio) fino a giungere a quanto di più macabro e colpevolizzante per le donne potesse esserci: manifesti con feti in utero di sei mesi per i corridoi dell’ospedale (non di 8/10 settimane come per legge devono essere) fino al depliant richiesto all’Ausl sulla destinazione in apposito cimitero del “prodotto del concepimento”. Non un bambino. Vita umana c’è, solamente quando un nascituro respira fuori dall’utero materno.

Nei giorni precedenti l’allora direttore Carradori aveva organizzato un convegno in Via Ducale insieme alla comunità con tutto il solito codazzo di carrozzini, bambini piangenti, mamme incinte, e “il don dalla tonaca lisa”, oggi oramai santo, che fa il leader e insegna cosa prova una donna: lo scopo è imporre all’interno della sanità pubblica un ufficio della comunità Giovanni XXIII. Ci siamo tutte imposte contro, con decisione. Nel mio intervento, oltre a proporgli di istituire un numero verde, ho tentato di spiegargli qualcosa (il mio ultimo figlio era piccolo, e metterlo al mondo era stata una scelta impegnativa): “Che avevo abortito e anche avuto tre figli sempre e solo per libera scelta e a differenza di lui, avendolo dentro, sapevo riconoscere quando si trattasse di ritardo mestruale o figlio; e che un uomo per giunta prete mi dicesse cosa e come si doveva sentire, provare, decidere, pena l’infelicità e la punizione eterna, mi dava molto fastidio”. Grandi applausi dalle operatrici del consultorio, ai quali aveva dato il via la responsabile della commissione femminile del Pci e già presidente del consorzio socio-sanitario, Clara Signori.

Così per quella volta lì è finita. Ma lui non si è dato per vinto: l’obiezione totale (un medico esterno aveva un incarico finalizzato), gli insulti alle “donne omicide dagli uteri svuotati e ai medici assassini”, le preghiere, i manifesti coi feti nella pancia… non gli erano bastate, in quanto punizioni da infliggere alle sue vittime. Allora, quel venerdì 17 davanti a Villa Assunta, dove si eseguivano le interruzioni – poiché chiusa dai Contarini e acquistata con pessimo affare dall’Ausl per cui qualcosa ci andava fatto – si era presentato con relativo mazzo di fiori bianchi con nastro “per i bambini non nati”. La richiesta negli slogan dei cartelli era: cerimonia religiosa di sepoltura in cimitero come per una persona deceduta. Poi una sorta di comizio insieme al Sindaco (con Alberto Ravaioli non ci siamo parlati per anni, mentre ora che è un amabile medico in pensione, siamo amici).

Da quel momento in avanti ci siamo tutte immediatamente autoconvocate in un coordinamento transpartitico, le donne del Pci/Pds con noi radicali e della sinistra più extra, molto incazzate, presidiando il Consiglio Comunale. Avevano risvegliato le streghe, che “tremate tremate, son tornate” ancora e di nuovo. Il Comitato in nome di quella giornata si è chiamato appunto Venerdì 17 e ha creato un notevole scompiglio in città.

Ho conservato tutto il materiale del tempo, tra cui un esposto al prefetto quale rappresentante del Governo su “un ministro del culto che insieme a un sindaco eccita al dispregio delle istituzioni” firmato da diversi consiglieri comunali di maggioranza, più Orietta Ripa di Meana (assistente sociale, cattolica) e me stessa. Non mi pare poi sia stato consegnato, poiché nel frattempo è arrivata una lettera di scuse dal Sindaco Ravaioli (che pare fosse stato malconsigliato nell’aggregarsi alle preghiere), in cui egli tra il resto dice: “Non mi piacciono il linguaggio e i termini che don Oreste sta utilizzando nella sua battaglia sull’aborto, non mi piacciono gli integralismi di nessun tipo e nessuna forma. Credo però che il dialogo non debba essere abbandonato”. Fatto sta che alla ricandidatura di Ravaioli due anni dopo, una lista di sole donne “l’ala” (laica, ambientalista, liberale, antiproibizionista) si è presentata in opposizione alla sua. Ma in realtà la guardia non sarebbe dovuta essere mai abbassata, la legge 194 è stata sempre boicottata dalla classe medica e le donne che vi ricorrevano esposte a vessazioni di ogni tipo: dall’obiezione opportunistica, al ricovero in camera con madri che partorivano, agli interrogatori già sul lettino su chi è “il padre” e via andare.

Anche le preghiere davanti all’ospedale, un convegno pro-life e il family day sono violenza, se sono branditi come arma contundente, minacciosa e colpevolizzante, contro la scelta responsabile e autodeterminata che una persona di genere femminile compie per diritto sancito dallo Stato. In una democrazia occidentale evoluta chi si occupa di anime, tanti lo fanno per ogni confessione monoteistica, imam compreso… non si può imporre la propria legge divina a chi non crede. Ma così ciclicamente è. Morale? Digli di smettere. Magari votando.

Manuela Fabbri

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