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Federalberghi: “l’imposta di soggiorno è solo una tassa sul turismo”. Rimini e Riccione nella top ten degli incassi

E’ iniziata a Capri la 69° assemblea generale di Federalberghi. E’ stata l’occasione per fare il punto sullo stato del turismo italiano. E’ previsto anche la partecipazione del ministro del turismo Gian Marco Centinaio.

Un incontro annuale che il presidente Bernabò Bocca utilizza anche per affrontare spinosi problemi per i gestori delle strutture ricettive. Tra questi quest’anno è stata dedicata particolare attenzione all’imposta di soggiorno.

In primo luogo i dati.

Sono 1.020 i comuni italiani che applicano l’imposta di soggiorno o la tassa di sbarco, con un gettito complessivo che nel 2019 si avvia a doppiare la boa dei 600 milioni di euro”.

Questi comuni, pur costituendo appena il 13% dei 7.915 municipi italiani, ospitano il 75% dei pernottamenti registrati ogni anno in Italia. “A quasi dieci anni dalla reintroduzione del tributo – afferma Bocca – dobbiamo purtroppo constatare di essere stati facili profeti. La tassa viene introdotta quasi sempre senza concertare la destinazione del gettito e senza rendere conto del suo effettivo utilizzo. Qualcuno racconta la storiella dell’imposta di scopo, destinata a finanziare azioni in favore del turismo. In realtà è una tassa sul turismo, il cui unico fine sembra essere quello di tappare i buchi dei bilanci comunali”. “Negli ultimi tempi – denuncia Bocca – il quadro si è aggravato per effetto di un apparato sanzionatorio paradossale, che noi chiediamo di modificare, che tratta allo stesso modo chi si appropria indebitamente delle risorse e chi sbaglia i conti per pochi euro. Chi paga con qualche giorno di ritardo e chi non ha mai versato quanto riscosso”.

La maggior parte dei comuni che applicano la tassa di soggiorno sono montani, seguono le località marine e quelle collinari. Le città d’arte sono ‘solo’ 104, ma comprendono le cosiddette capitali del turismo italiano, che muovono grandi numeri. Ultime le destinazioni lacuali e termali. Geograficamente sono distribuiti, per la gran parte, nel nord est, seguiti dal nord ovest. Fanalino di coda il centro che distacca il Mezzogiorno di qualche punto percentuale.

Nel 2017, i comuni italiani hanno incassato circa 470 milioni di euro a titolo di imposta di soggiorno e imposta di sbarco. Il dato è in progressivo aumento: il gettito nazionale accertato era di a circa 162 milioni di euro nel 2012 e 403 milioni nel 2015.

Per il 2019, si può stimare un introito di oltre 600 milioni di euro. Il trend è generato sia dalla costante crescita del numero di comuni che applicano l’imposta sia dai cospicui aumenti delle tariffe.

E’ Roma la città che ha incassato il maggior gettito derivante dall’imposta di soggiorno, con un incasso pari a 130 milioni. L’incasso delle prime quattro città, ovvero Roma, Milano, Venezia e Firenze, è superiore a 240 milioni, oltre il 58% del totale nazionale. Nella top ten, a seguire, al quinto posto figura Rimini, seguita da Napoli, Torino, Bologna, Riccione e Verona.

Il governo non ha mai adottato il regolamento quadro che avrebbe dovuto fissare i principi generali per l’imposta di soggiorno, evidenziano gli albergatori – e in assenza di una regola, i comuni si sono mossi in ordine sparso, generando un quadro confuso. Per esempio, una famiglia di tre persone che soggiorna in un albergo a tre stelle per due giorni a Roma paga 24 euro per l’imposta di soggiorno, a Venezia 17,40 euro, a Rimini 12 euro, a Catanzaro 7,80 euro e a Bibione 6,30 euro.

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