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Ma Federico ha continuato a parlare in dialetto

Gianfranco Miro Gori: “La radici di Fellini romagnolo del mondo” – Il Ponte Vecchio.

Miro Gori torna con questo volume ad occuparsi di Federico Fellini. Lo ha fatto negli ultimi quarant’anni con pubblicazioni, articoli, mostre, rassegne. Per dovere d’ufficio come responsabile della Cineteca comunale di Rimini, ma anche come attento studioso del mondo cinematografico italiano. Senza averlo mai incontrato personalmente (ci sembra di aver capito da quanto lui scritto): “Ho incontrato Fellini qualche volta a partire dalla fine degli anni Ottanta. Ma al telefono o per posta”. Poi lo invitò in diverse occasioni ad intervenire ad appuntamenti a lui dedicati, ma senza successo: “Tatti Sanguineti mi descrisse come l’assaltatore ufficiale o istituzionale di Fellini”.

41 - Gori su Fellini

In questo ultimo testo Miro Gori ripercorre il rapporto di amore/odio di Fellini con la nostra/sua città. Il regista lasciò fisicamente Rimini alla fine degli anni ’30, ventenne, per Roma: ma il filo che lo legò per tutta la vita alla sua città natale non venne mai reciso. Da un film all’altro sino ad “Amarcord” (uscito nelle sale cinematografiche il 18 dicembre 1973), ovvero quando porterà Rimini sulla vetta della sua immensa fantasia cinematografica. “Sta di fatto che, grazie al cinema, non se ne andò mai. Perché con le immagini – in esterni reali o ricostruite in studio, ma mai girate a Rimini – ritornò costantemente qua”.

Il fil rouge che Gori individua in questo rapporto continuo di Fellini con Rimini e la Romagna è nell’utilizzo che egli fa in maniera costante, film dopo film, del dialetto: “questa sostanza che permane è il dialetto. E’ il dialetto che caratterizza la piccola patria”. Afferma Gori: “Ma qual è la Romagna che Fellini mostra? Una Romagna dialettale. Che potremmo definire premoderna. Aindustriale. Borghigiana o borghese (…). Una Romagna che presagisce il boom, la speculazione edilizia, la ‘riminizzazione’”. Ma anche “se questa Romagna ha ascendenti contadini, non li mostra”.

I film di Fellini hanno sempre due poli: Roma e Rimini. Ma mentre Roma è vista nei suoi luoghi fisici, reali (palazzi, piazze, strade, fontane), “Rimini è sempre fiction, materia affabulata, dunque ricostruita in studio o altrove. Spazio immaginario delle imprese, per così dire, dei vitelloni, di Titta & C., del nonno, della nonna che monologa nel suo austero casolare contadino e della Saraghina. Che vive sulla spiaggia: una spiaggia deserta, ‘fuori stagione’”.

I film del regista riminese “intrattengono stretti legami con la terra natia che, come un fiume carsico, a volte splende, altre volte si cela. Nondimeno, anche quando essa non si mostra, lo spettatore attento non mancherà di ritrovarne le tracce indirette. Fellini fonda sul ricordo dell’infanzia e della giovinezza buona parte del suo cinema”.

In rapidi capitoli Gori ci parlerà poi anche di Fulgor, delle fotografie di Rimini di Davide Minghini (che illustrano il volume “La mia Rimini” di Fellini, curato da Renzo Renzi del 1967), dei fantastici disegni del regista che accompagneranno l’uscita di ogni suo film, dei film storici alla Fellini (lo storico Carlo Ginzburg, a proposito del “Satyricon” sosterrà che non si tratta di un film storico bensì, semplicemente, di un film di Fellini).

Chiude il volume un bellissimo, breve, intervento di Piero Meldini: “Fellini visto da qui”. E’ il racconto di come i riminesi abbiano convissuto, con difficoltà, con il successo globale del loro regista. “Dopo la sua morte, a Rimini (e non solo) Fellini diventò innanzi tutto un marchio. A lui, ai suoi film, ai suoi personaggi si intitolarono vie e piazze, aeroporti e alberghi, ristoranti e bar, vini e birre: e anche questo, in fin dei conti, andrà considerato un omaggio. Del quale – ne sono convinto – Fellini non si sarebbe affatto scandalizzato. A quanti altri uomini di cinema, a quanti artisti è capitato di diventare l’insegna di una pizzeria o l’etichetta di una birra? Forse è questa, oggi, la vera gloria”.

Paolo Zaghini

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