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Da fondatore del PD, il mio NO al Referendum

Il vero quesito sul Referendum non è quello sul monocameralismo, né quello sul destino di Renzi. Il vero quesito va cercato altrove e per farlo occorre allargare lo sguardo alla storia dell’Italia degli ultimi cento anni.

1912, il Governo Giolitti introduce il suffragio universale maschile, lo fa perché percepisce la necessità di “includere” ceti sociali più ampi nella vita di un paese dalla giovane e incerta democrazia.

1924, dopo la Marcia su Roma, il Parlamento approva la Legge Acerbo: il premio di maggioranza al 65% si ottiene con il 25% dei voti validi. I Popolari tentarono di portare la soglia al 40% ma non ci riuscirono. L’impianto è lo stesso dell’Italicum, cambiano solo i numeri. Mussolini sposta l’equilibrio istituzionale verso il rafforzamento dell’Esecutivo, verso la decisione.

1948, è nata la Repubblica, serve la partecipazione di tutti alla difficile ricostruzione di un paese lacerato e distrutto dalla guerra perduta: legge elettorale proporzionale e voto alle donne. Nel 1953 De Gasperi varò la cosiddetta “Legge Truffa” che portava la soglia per il premio di maggioranza al 50% dei voti validi, impossibile da raggiungere anche per la DC.

Nonostante il bicameralismo e senza Legge Truffa, l’Italia del lavoro è diventata la settima potenza industriale.
Poi ci fu il “decisionismo” di Craxi che si esercitò alzando il debito pubblico. Ora c’è quello di Renzi.

In cento anni abbiamo sempre oscillato fra questi due poli: partecipazione/decisione. Perciò la domanda vera é: in questa fase politica così tormentata, il pendolo va portato sulla partecipazione o sulla decisione?

La risposta è facile ed è racchiusa nella formula della “democrazia decidente” perché una democrazia incapace di decidere è destinata a decadere, ma una struttura “decidente” senza partecipazione delle classi sociali dinamiche, è destinata a prendere decisioni che nulla cambiano.

Senza partecipazione non c’è cambiamento se non nella direzione di chi comanda nel mondo e non è esattamente la direzione che una forza di sinistra può apprezzare. Anche perché il suo popolo, se non è rappresentato, se non ottiene risposte, si rivolge a Trump.

Questo ci insegna anche il “combinato disposto” fra riforma costituzionale e Italicum, da una parte, e, dall’altra, l’agire concreto del Governo Renzi con la sistematica estromissione dei corpi intermedi dal circuito della decisione politica. Meno partecipazione, decisione più veloce. Ecco perché Davide Serra, il guru finanziario della Leopolda, dice: ”Il sindacato non ha mai creato un posto di lavoro!”. Il sindacato è un inutile relitto del secolo scorso e, come il sindacato, tante altre forme di rappresentanza.

A proposito di finanza, è interessante il documento della banca d’affari americana J.P. Morgan, quello che critica le Costituzioni nate dalla lotta antifascista giudicandole troppo ricche di elementi di socialismo. Non riguarda la riforma Boschi che non cambia i valori fondamentali della prima parte della nostra Costituzione. Riguarda però il rapporto fra poteri finanziari e organismi sociali. JP Morgan dice: ”I sistemi politici delle periferie mostrano queste caratteristiche: esecutivi deboli; stato centrale debole; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori…e contemplano il diritto alla protesta contro i cambiamenti dello status quo politico”.

Bellissimo: le Costituzioni nate dalla lotta al fascismo vanno cambiate perché troppo “socialiste”, bisogna ridurre i diritti dei lavoratori e il diritto di protesta contro i cambiamenti in senso reazionario. I diritti costituzionali dei lavoratori e il diritto alla protesta, sono forse un problema per JP Morgan, ma so che per noi sono il sale della democrazia e il motivo per cui esistiamo come forza politica.

Dunque il pendolo della storia continua a oscillare fra partecipazione e decisione.

E’ chiaro che il PD non c’entra con le fantasie di onnipotenza del potere finanziario, ma una pulce nell’orecchio me la sento. Nelle riforme Boschi non c’è nessun colpo di stato, c’è solo una scelta sbagliata: rafforzano il ruolo dell’Esecutivo proprio nel momento in cui parte del nostro popolo ci abbandona, non si sente più rappresentato, non si riconosce nelle nostre azioni di governo. Come dimostrano le ultime elezioni amministrative.

Dobbiamo chiederci: nel ciclo politico di oggi, dopo la rivolta dell’America profonda, è più importante velocizzare le decisioni sotto il ricatto delle elites finanziarie, o sviluppare la partecipazione perché solo da essa deriva la forza per il cambiamento degli equilibri sociali?
Non è l’introduzione di nuove regole referendarie o di legislazione popolare, che può risolvere il problema della “partecipazione”, semmai può aiutare un corpo sociale attivo che va scomparendo perché nessuno più ci si dedica. Nella società, fra il leader e il popolo, lì nel mezzo, non c’è quasi più nulla.

Qualcuno ha ricordato che per approvare il jobs act ed eliminare una delle principali conquiste dei lavoratori italiani, il famoso bicameralismo paritario ci ha messo 40 giorni. Per la legge Fornero ci sono voluti 17 giorni. Straordinari esempi di velocità legislativa, quindi il problema non sta nel bicameralismo, ma nelle scelte politiche.

L’ottimo Cuperlo ha sbagliato: solo un progetto di riforma dell’Italicum proposto dal Governo, primo firmatario Renzi, e incardinato in Parlamento, avrebbe ottenuto (forse) qualche credito. Ci voleva un pomeriggio per farlo. Perché Renzi non l’ha fatto? Perché pensa di vincere con i voti della destra “decisionista”, dopodiché il foglietto con su scritto “Stai sereno Gianni” (come dice Bersani) finisce nel cestino.

Negli ultimi giorni serpeggia poi uno strano ragionamento: la vittoria del No costringe Renzi alle dimissioni aprendo un baratro in cui sguazzeranno i populismi.

Dunque la sinistra italiana è ridotta così male da considerare Renzi l’ultimo baluardo contro il populismo? Stiamo scherzando? In mille giorni di governo Renzi, la Lega è salita al 16% e i 5 Stelle al 28%. Dove sono finiti la forza del PD, i rapporti internazionali con le forze progressiste d’Europa, il legame con il mondo del lavoro, con gli intellettuali, con le piccole imprese? Sono un inutile peso che rallenta la decisione del leader illuminato o sono la forza con cui possiamo emanciparci dal pensiero unico del capitalismo finanziario?

Queste sono le ragioni “politiche” per cui voterò NO al Referendum! Di quelle strettamente istituzionali non dico, non perché non siano importanti, ma solo perché sono la conseguenza di quelle appena dette.

Giuseppe Chicchi

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