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Francesco Tonti, clown e giocoliere per vocazione

La passione è tutto nella vita. Quando una cosa ti prende l’anima poi è maledettamente difficile lasciarla andare. E se poi, con il passare del tempo, ti accorgi che riesci bene in quello che ti piace, allora è fatta. Congratulazioni, hai trovato la tua strada, amico! E’ successo così per Francesco Tonti, da Rimini. Attore, giocoliere, clown, soprattutto un vero amante della messa in scena. Quello che si fa nelle piazze, dai cosiddetti ‘artisti di strada’, ma anche quello che va in scena nei teatri, semplicemente un curioso e instancabile attore. Ma come nasce questa passione per la clowneria, per la giocoleria e per la rappresentazione? Chiediamolo direttamente a lui…

Tonti, quando si è avvicinato al mondo della giocoleria?

Nel lontano 1998. Avevo iniziato a frequentare un corso al Centro Giovani Casa Pomposa a Rimini, diretto dal Circolino. I due insegnanti da cui ho imparato ‘a far girare le palline’, si chiamano Riccardo Maniglia e Andrea Rastelli. Da lì mi si accesa la fiamma della giocoleria e così ho iniziato a vedere filmati su questa attività, mi sono allenato tanto e ho partecipato ad alcune convention. Con il passare del tempo questa attività mi ha catturato talmente tanto che mi ci sono dedicato a tempo pieno“.

C’è molto lavoro dietro a questa pratica?

La giocoleria, come ogni tecnica, dà risultati che sono relativi al lavoro e agli allenamenti che uno sostiene. L’inizio è accessibile a tutti. Capire i meccanismi base non è molto difficile, quello che risulta complicato e continuare ad allenarsi per raggiungere certi risultati e diventare un giocoliere puro“.

Lei è un giocoliere puro? 

No. Io dico sempre che non sono un giocoliere. Il giocoliere si dedica completamente a questa pratica, mentre io uso l’arte della giocoleria,  faccio girare le palline (ride n.d.r). Mi sono avvicinato a questa tecnica per usarla come strumento all’interno di una poetica più ampia“.

Ci sono molte persone, anche giovani, che vorrebbero imparare questa tecnica?

La giocoleria piace, perché tocca le corde del gioco e del superamento dell’ostacolo. Può appassionare. Dopo una prima fase iniziale di interesse, però, subentra la necessità di fare un lavoro più approfondito, come dicevo prima, e quando questo accade non sono tanti quelli che continuano“.

Per quando riguarda la clowneria invece?

Nasco come attore e ho incontrato la giocoleria e la clowneria successivamente. Il clown è quello che ho studiato di più, con cui ho fatto più spettacoli e, soprattutto, che mi ha cambiato la visione della vita. La giocoleria è una tecnica, il clown è uno spirito che si avvicina attraverso uno studio tecnico ma che va in profondità. Il lavoro sul clown è molto più intenso della giocoleria. Una volto incontrato non lo si può abbandonare perché modifica il modo di osservare le cose. Lo frequento sulla scena con i miei spettacolo e ne insegno la tecnica secondo il metodo Lecoq“.

E il Clown lo possono fare tutti?

Ogni persona ha un grande potenziale comico. E’ importante abbattere le barriere e gli schemi a cui siamo attaccati. E’ importante spegnere il cervello e fidarsi della propria espressività corporea. Il Clown consente di fare autoironia, di ridere dei propri difetti, problemi e paure. Ridendoci sopra si sprigiona un potenziale comico elevatissimo. Quindi, di base non c’è chi è più portato o meno a fare il Clown, ma c’è chi è più disposto di altri a mettersi in discussione e imparare a leggere la realtà in modo meno rigido“.

La clowneria può essere considerata una forma di terapia?

Il Clown è la figura che, più di ogni altra, è entrata nei contesti socio-sanitari, nelle carceri, nei contesti di povertà, perché ha questo potere incredibile di far ridere con meccanismi universali . E si ride della condizione umana. Quindi si, può essere anche una grande terapia“.

Fino a quando continuerai a esibirti e far ridere la gente?

Non riuscirei a immaginare la mia vita senza lo spettacolo. Ho cominciato a muovere i primi passi in questo mondo che ero bambino e, un giorno, ho deciso che questa sarebbe stata la mia vita. Per me questa è una vocazione e non ho mai pensato di dedicarmi ad altro, ma nella vita non si può mai dire“.

Nicola Luccarelli

(foto di Marco Montanari)

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