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Noi genitori, prigionieri del terrore


28 Maggio 2017 / Lia Celi

«E tu vivrai nel terrore»: con frasi del genere un tempo si lanciavano i film horror all’italiana (nella fattispecie, un classico di Lucio Fulci), oggi invece si addicono di più all’essere genitori.

Ogni scelta fatta per i figli, specie in materia di salute, fin dagli esami prenatali, ormai viene vissuta come un verdetto fatale che può significare vita o morte.

Questo non perché la medicina sia arretrata o meno disponibile, anzi, la mortalità in età pediatrica è incommensurabilmente minore rispetto non dico all’epoca dei nostri nonni, ma a quella dei nostri genitori, e il sistema sanitario italiano, dati recentissimi pubblicati dalla rivista scientifica inglese Lancet, è fra i dodici migliori del mondo, davanti a Francia e Germania e ad anni luce da Gran Bretagna e Stati Uniti, rispettivamente al trentesimo e trentacinquesimo posto.

Quel che è cambiato, rispetto al passato, è la mole di informazioni contraddittorie che investe madri e padri, e anche il senso di responsabilità, con cui le generazioni più giovani, a partire dalla mia che tanto giovane non è, hanno un rapporto complesso.

I nostri genitori si sentivano abbastanza autorevoli per decidere di noi accettando anche il rischio dell’errore, mentre noi siamo più incerti, abbiamo bisogno di rassicurazioni e conferme e siamo perseguitati dalla paura di sbagliare e dal sogno impossibile che i nostri figli un giorno non ci debbano mai rinfacciare nulla o rimproverare di niente, a differenza di quanto abbiamo fatto noi con i nostri genitori.

Vaccini o no? Medicina tradizionale o alternativa? Qualunque decisione si prenda, è frutto di rovelli tormentosi e veglie su Internet, di discussioni con il partner o confronti con altri genitori, con la sensazione che nessuno ci dica la verità, e l’ultimo passo è sempre un atto di fede.

Io, per esempio, quando ho vaccinato i miei figli ero informata dei rischi, ma ho pensato che la percentuale era equivalente a quella contenuta in qualunque scelta che facciamo nella vita, sia per noi che per loro.

Se attraverso la strada sulle strisce con mio figlio, nessuno può garantirmi che non mi venga addosso un pirata della strada, se passeggio nel mio quartiere non ho la sicurezza al cento per cento che una fioriera non si stacchi dal terzo piano di un palazzo non mi piombi in testa o che un gabbiano impazzito non scambi il mio naso per un pesce e scenda in picchiata per strapparmelo.

Non siamo mai in una botte di ferro, in nessun momento della nostra vita, e comunque, se mai comprassimo una botte di ferro, ci troveremmo dentro un foglietto di avvertenze che per legge ci informerebbe dei pericoli derivanti dall’uso improprio delle botti di ferro, per quanto improbabile, o da un’ipersensibilità accertata alla botte, al ferro o a tutti e due.

Quando il mio bambino prende la tonsillite lo curo con gli antibiotici e non con l’omeopatia, ma se scegliessi altrimenti non lo farei per moda, ma perché qualcuno più preparato di me mi ha convinto che i rischi connessi agli antibiotici sono maggiori.

Poi, magari, una volta su mille, succedono tragedie come quella di Ancona, con un bimbo morto per un’otite curata con mezzi inadeguati, e si scatenano guerre ideologiche che non servono a nulla: l’ottusità e la fallibilità si riscontrano fra gli omeopati quanto fra gli allopati.

Rassegniamoci a portare la soma della responsabilità, incrociando le dita, o rivalutando l’antica e toccante credenza cristiana nell’angelo custode, perché ci illumini e protegga. E che non ha controindicazioni, almeno per ora.

Lia Celi www.liaceli.it