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Gilberto Sacerdoti: «Peltro e argento»

Col sole di luglio e la bora
la pelle dell’acqua è una cotta
di scaglie e di schegge d’argento –
e se anche, schizzato il bagliore,
nel giro di un nanosecondo
l’argento si spegne nel peltro,
ah, il peltro dell’acqua si accende
di nuovo e rischizza l’argento.

Per quanto non sia pertinente
che all’acqua, il suo fulgido esempio,
per dieci minuti la testa
contesta il primato del peltro.

Un po’ di misticismo, ne ho bisogno,
qualcosa che trascenda il me terragno,
che renda più guardabile quel grugno
che vedo nello specchio del mio bagno!

Ma come, mio dio, come – come quando
bastava osmotizzarsi con il tempo
e cielo, sole, pioggia, nebbia e vento,
entrava tutto dentro di rimando?

Quand’era così strano, tanto, forte
e buono il fuori che se entrava dentro
io che ero io ero però anche altro,
non l’io chiuso in un grugno dentro un antro…

Gilberto Sacerdoti (Padova, 1952)

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