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Giorgio Giovagnoli: “lettera aperta all’amico, avvocato Cesare Brancaleoni”

Caro Cesare,

fino alla lettura della tua risposta al mio post non sapevo che “il noto avvocato” eri tu. Non avevo fatto volutamente nessuna ricerca, in merito, prima di scrivere su Facebook perché ero quasi convinto che lo conoscessi e quindi, se così fosse stato, non volevo essere condizionato. Anche nel dire quello che sto per scrivere non mi sento condizionato pur sapendo che eri tu. Stai tranquillo che non sparerò alzo zero su di te.

Ritengo opportuno risponderti con questa lettera aperta anche perché non sarebbe giusto che tu venissi percepito, da chi non ti conosce, come un intollerante, un razzista, un omofono, perché così non è. E mi dispiace che proprio tu sia incappato, in questa spiacevole situazione.
Ti sto rispondendo non certamente con lo spirito di un nuovo Torquemada.

Ritengo che ad una risposta vada data risposta nel modo più civile possibile, nel riportare alle sue giuste dimensioni questa vicenda.

Vedi Cesare, se non avessi ricevuto nessuna risposta la cosa per me sarebbe finita lì e chi fosse il “noto avvocato” non me ne sarebbe importato proprio nulla perché quello che dovevo dire l’avevo già detto.

Eccomi qua, invece, a risponderti pensando sia utile a tutti per evitare “linciaggi” inutili e dannosi e per cogliere l’occasione di affrontare temi importantissimi in questi momenti in cui parte del nostro Paese sembra aver perso la ragione e l’umanità.

Hai chiesto scusa e questo sottintende che sei consapevole di aver detto qualcosa fuori luogo. Ti do atto e questo va a tuo merito.

Ti conosco ormai da oltre 60 anni. Tu non te lo ricorderai, ma la prima pizza che mangiai la mangiammo insieme con alcuni amici comuni alla Pizzeria da Lino alla stazione. Io so che non sei quello che alcuni che non ti conoscono pensano di te. Quello che ho letto nella tua risposta e nell’intervista a Chiamamicittà.it penso meritino alcune riflessioni, proprio per non ingigantire i termini della questione, sperando che ciò faccia bene a tutti.

Le mie sono alcune considerazioni di carattere, chiamiamole così, “storiche” tese a portare un contributo per capire cosa succedeva alla fine degli anni ’50.

Non è vero Cesare che a Rimini tutti facevano così. Tutti, come dici tu, tiravano i sassi ai “finocchi”. Purtroppo chi legge le tue parole le percepisce come un rimpianto e una nostalgia. Ma credo che nel tuo animo non pensassi questo. Però mi sono chiesto perché scrivere queste cose in un momento preoccupante come questo.

Che, allora, qualche gruppo di ragazzini un po’ sbandati infastidisse alcuni di questi soggetti è vero: lo si sentiva raccontare da loro stessi. Ma mai che li avessero aggredisti, picchiati o feriti.

Oggi la musica è purtroppo cambiata e le aggressione ai gay sono all’ordine del giorno e non sembra che questi gesti di enorme viltà siano in diminuzione. Anzi!.

Alla fine degli anni ’50 a Rimini c’erano alcuni gay conosciuti da tutti.
Ti ricordi il gay che si dichiarava un nobile e che raccontava pubblicamente quanti ragazzi aveva fatto salire nella sua auto di lusso? Tutti lo ascoltavano, ma nessuno gli tirava sassi. L’unico suo “merito” era che non si vergognava di far capire che era gay. Credimi Cesare, c’era più tolleranza in quei tempi.

A Montetauro di Coriano, la mia parrocchia, dove ci sono rimasto fino a 10 ann,i c’era un personaggio conosciuto da tutti e da tutti stimato. Bravissimo nel commercio all’ingrosso di vino. Era molto autorevole. Lo conoscevano tutti come la Colomba di Ciro. Colomba era il suo nome, quindi si presume fosse una donna. Ma Colomba vestiva stranamente. Giacca, cravatta, sottana e scarpe da uomo. Nessuno le ha mai mancato di rispetto e noi ragazzini l’unica cosa che ci permettevamo di chiedere ai nostri genitori era perché si vestisse così.

Se Colomba, oggi, girasse di notte da sola o in compagnia, vestita in quel modo cosa pensi che le potrebbe succedere? Ora dire che gli anni 50 erano peggiori di quelli di oggi è una valutazione che non condivido ed è meglio non scherzarci sopra.

Il linguaggio Cesare ha la sua importanza e non c’è bisogno che te lo dica io. L’uso di parole appropriate è stato il tuo mestiere.
Ma alcune parole che hai usato suonano stonate in questo momento e ingenerano gravi equivoci.

Alcuni messaggi sono pericolosi proprio perché arrivano nelle menti di chi non ha più umanità e non ha più una coscienza civile. E cominciano ad essere troppi.
Tu sei stato mosso dall’indignazione di quel cartello. Certo in sé l’espressione era pesante per alcuni, per altri ironica. L’ho letto anch’io. “Un po’ fortino!” mi sono detto, ma tutto qui.

Lo so che saranno stati migliaia quelli che hanno letto quel cartello e che si saranno indignati.
Magari hanno condiviso la processione riparatoria per lo “schifo” della sfilata gay organizzata da “sedicenti cattolici”.
Organizzassero una processione riparatoria per i milioni di ragazzi, stuprati, violentati, sottomessi e umiliati da religiosi gay e pedofili, in tutto il mondo.

Non ho nessuna nostalgia dei tempi in cui un omosessuale veniva chiamato spregiatamene “finocchio” e gli si tiravano i sassi e credo che come me ce ne siano tanto altri. Credo che questo confronto faccia bene a tutti senza pensare che si vogliono fare processi sommari.

Però detto come l’hai detto tu non puoi pensare che non sia stato letto attribuendogli il significato che aveva. “Quante cose sono cambiate da quando nel Borgo San Giovanni negli anni 50 prendevamo a sassate un finocchio che transitava provocatoriamente a bordo della sua bicicletta…senza sella. Eravamo tutti d’accordo”

Scusa Cesare, tutti chi?
Mi sarebbe piaciuto che avessi scritto che negli anni ’50 eravamo ragazzini inconsapevoli di quello che facevamo e oggi che siamo grandi non possiamo avere rimpianti perché tiravamo sassi a “un finocchio”.

Oggi come oggi, di fronte ad una società che si sta frantumando, di fronte ad una società in cui “i valori” sono il danaro, il lusso e un Suv, di fronte ad una società senza un progetto, senza un sogno, questa società sarà destinata a scomparire di fronte all’intolleranza, al razzismo, alla xenofobia e non possiamo permetterci il lusso di sbagliare.
Concludo dicendo che tutto sommato credo che questo confronto civile fra noi due sia stato salutare se mai avesse contribuito a trovarci sempre più uniti contro la violenza e l’intolleranza.Giorgio

Tranquillo Cesare.
Quando ti incontrerò non mancherò di salutarti con un sorriso.
Per il momento at salut!!!

Giorgio

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