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Giorgio Pruccoli: “A chi deve parlare oggi il PD?”

Nel dibattito in vista del’elezione del nuovo segretario nazionale del Partito Democratico interviene oggi Giorgio Pruccoli, consigliere della Regione Emilia Romagna:

A chi deve parlare oggi il P.D.? A quali ceti sociali si deve rivolgere, sempre che di ceti sociali si possa ancora parlare?

Io credo che il Partito Democratico debba essere in grado di parlare a tutti e in particolare debba sapersi rivolgere alla intera platea delle generazioni: dai pensionati, ai lavoratori, fino agli studenti.

La divisione per ceti, che ha contraddistinto il ‘900, non spiega più la politica già da quando nelle fabbriche del Nord si è iniziata a votare la Lega Nord di Bossi. Lo scivolamento di tutte le classi sociali verso il basso avvenuto nell’ultimo decennio ha rimescolato ancora di più le carte, i sedimenti della bottiglia così agitata non si sono ancora riposizionati e nell’epoca dell’individualismo sfrenato e della disintermediazione le categorie sono mutevoli e magmatiche.

Il cittadino lo trovi ora inquadrabile qui, ora inquadrabile là. Occorre centuplicare lo sforzo per raggiungere con i propri messaggi i cittadini uno a uno, provando a entrare con la pazienza del sarto tra i buchi apertisi nel tessuto sociale e cercare di ripararli.

Il che equivale alla rigenerazione del senso comune, alla tessitura di una nuova trama dello stare insieme, compartecipi di un destino collettivo che tenga agli urti violenti e disgregatori di questa epoca.

Quali sono le prime idee che dovrebbe proporre al Paese, all’interno di un programma politico, il nuovo segretario di un P.D. che si vuole legittimamente ricandidare a guidare l’Italia? Se la sente di indicare almeno un provvedimento in materia di economia, fisco, lavoro, previdenza, giovani, ambiente, sicurezza e immigrazione?

Credo che all’interno della mozione Martina ci siano le risposte più chiare proprio a questo. Nelle altre, in particolare nella Zingaretti, trovo tanti passaggi più autoreferenziali, tipici di un partito che, spaventato dal 4 marzo, si preoccupa di come organizzare se stesso, magari tornando indietro con la macchina del tempo, piuttosto che creare un’offerta politica alternativa al peggior Governo dell’era repubblicana.

Dalle urne sono uscite due domande di protezione sociale diverse, ma che hanno trovato il modo di sommarsi vettorialmente per formare il nuovo esecutivo. La prima è quella del Nord, una delle zone con il livello di qualità della vita più elevata del Continente, che teme però di perdere quegli standard e quindi diffida di tutto ciò che è incertezza, a iniziare dagli immigrati. “Ho lavorato e mi sono speso tantissimo, tu Stato Italiano devi proteggere ciò che il sudore della mia fronte ha prodotto, da tutto ciò che lo minaccia”.

La seconda è quella del centro Sud, dove il lavoro è ancora troppo spesso una chimera, figuriamoci i diritti collegati allo stesso. “Il lavoro non lo trovo, se lo trovo lo trovo in nero o sottopagato, fatico a gestire la mia persona e la mia famiglia, tu Stato Italiano devi proteggere me e miei cari”.

Ecco, queste due domande così forti e decodificabili sono trasversali a tutti temi della domanda e sono la priorità cui dare risposte alternative alla flat tax, alla caccia al nero e al reddito di cittadinanza.

Parto dagli Stati Uniti d’Europa, che è l’unica risposta definitiva possibile al più grande flusso migratorio della storia. Sono i Governatori degli Stati confinanti col Messico a occuparsi del muro sul confine o Trump? Quella decisione, ovviamente deprecabile, è rimessa al Presidente della confederazione eletto dai cittadini. Bisogna andare in quella direzione e subito, altrimenti l’Europa muore davvero e non sarà meglio, sarà tanto peggio.

Poi bisogna inserire in Costituzione il principio dello sviluppo sostenibile. L’uomo in armonia con l’ambiente, no agli oscurantismi a priori, ma no anche allo sfruttamento indiscriminato e alla distruzione delle ricchezze naturali. Poi occorre riscrivere diversi patti tra le parti sociali per coniugare le esigenze transgenerazionali di questo Paese.

Il sistema non regge più: da una parte i giovani che premono per entrare con dignità nel mondo del lavoro, dall’altra tante persone che vorrebbero andare in pensione, ma non possono perché il sistema non regge le simulazioni di stress test. In questo io propongo il modello del patto per il lavoro del presidente Bonaccini a livello nazionale, visto che la nostra regione è quella che ha abbassato in maniera più decisa il tasso di disoccupazione grazie a quello strumento.

Data la legge elettorale di stampo proporzionale oggi in vigore, quale dovrebbe essere la strategia delle alleanze da proporre al Paese?

E’ evidente che aver riportato il Paese a un sistema proporzionale è stato un danno enorme fatto a un partito che nasceva con la vocazione maggioritaria. Il rimpianto per l’esito del referendum sulla riforma costituzionale collegato alla legge elettorale maggioritaria con premio di maggioranza, in me cresce giorno per giorno. Ma, come si dice, bisogna saper nuotare nel mare in cui ci si trova.

Io resto convinto che il polo sovranista abbia elementi sufficienti e naturali per continuare ad esistere unito a lungo. Il Pd deve diventare il fulcro della aggregazione di tutte le forze politiche e degli ambienti culturali che non si riconoscono nelle politiche giallo-verdi, che peraltro mostrano la corda.

Occorre lavorare da protagonisti alla pari, alla costruzione di un largo fronte democratico che dia un’alternativa di voto agli elettori (storici, nuovi, di ritorno da qualunque lido attuale) e che affronti l’emergenza democratica in atto.

Abbiamo un Governo fascista ed eversivo, non poteva che nascere perché così hanno decretato gli italiani, ma va avversato con ogni mezzo e ne va accorciata la vita politica il più possibile. Con chi ci sta e ha a cuore i cardini di una democrazia che stanno distruggendo a colpi di maglio.

La stagione renziana va accantonata?

La stagione renziana, in un partito che possieda una dinamica normale, finisce nel momento in cui il segretario è un altro. Ma guai alle abiure o all’illusoria consolazione che basti chiedere scusa (non si capisce poi di che cosa, per aver salvato l’Italia dal baratro ?).

Osservo l’atteggiamento bipolare di chi per vent’anni gridava che gli italiani non capivano niente perché votavano Berlusconi. Questa tornata elettorale porta con sé la novità che tanti analisti del partito dicono che gli italiani che hanno votato Lega e Cinque stelle non hanno avuto poi tutti i torti.

Io dico che se è così chiudiamo tutto e consegnamoci a loro!!! Invece no, noi dobbiamo rivendicare con forza la stagione politica recente e presto si vedrà che la nostra era un’Italia migliore. Purtroppo qualcuno nel partito ha sempre vissuto Renzi come un corpo estraneo, come un incidente della storia di cui liberarsi in fretta. Il 4 marzo è in gran parte figlio di quel pensiero malato.

Considerando che l’idea stessa dell’Europa oggi sembra invisa a molti italiani (anche tra quelli che non votano Lega e cinque stelle) qual è l’idea di Europa che deve promuovere il P.D.?

Ho già in parte risposto prima. Aggiungo che io credo nell’Europa dell’Erasmus, all’Europa in cui vedo le mie ragazze prendere un aereo ed essere lì in poche ore, dove io alla loro età potevo solo immaginare di andare (col passaporto superando la frontiera).

Le prime norme scritte nei villaggi di tanti secoli orsono, servivano a normare gli scambi commerciali dell’epoca, il micromercato, magari del baratto. Coi primi statuti nacquero anche le prime regole di convivenza civile e poi via via tutto il resto. Ecco, l’Europa oggi è un villaggio che si è fermato alle regole degli scambi commerciali, o poco più. L’elezione dei rappresentati al Parlamento europeo è un rito freddo che non coinvolge le persone, perché non se ne percepisce la ricaduta nel quotidiano, se non magari per qualche limitazione per cui subito scatta l’analogia Europa = rompiscatole.

A metà del guado non si può stare: dall’Europa dei mercati, della moneta e della finanza si deve passare all’Europa dei popoli. Sempre attraverso la democrazia rappresentativa, ma che si espliciti in poteri esecutivi a livello federale. Bisogna cedere quote di sovranità nazionale, lo so, ma è l’unica strada percorribile.

Giorgio Pruccoli

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