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Giovanni Casadei, il Grattacielo di Rimini teatro del mondo

: ‘Recitare è mettersi a nudo’

Recitare è la forma più alta di catarsi. Questa parola viene dal greco ‘Katharsis’ ed è un termine utilizzato per indicare la purificazione da una contaminazione e poteva riguardare sia un avvenimento materiale che spirituale. La recitazione, quindi, libera la persona che la pratica da ogni scoria dell’anima, paura e debolezza interiore. L’attore è colui che mette a nudo se stesso e crea un collegamento con il pubblico, facendolo entrare in empatia con la propria essenza. Questo concetto di recitazione è stato abbracciato in toto da Giovanni Casadei (classe 1968), attore e regista teatrale di Rimini.

Casadei ha scelto il teatro per presentarsi al pubblico e far uscire la propria anima. Tanti i laboratori e corsi di recitazione tenuti da questo attore e regista e altrettante sono le rappresentazioni che ha portato in scena e non solo a Rimini. Tra le sue numerose opere ricordiamo, la più recente ‘Flats, scene di straordinaria quotidianità. Una pièce teatrale, andata in scena al Teatro degli Atti, che raccontava il crogiolo di cultura, religione e abitudini racchiuse in un simbolo della città di Rimini: il Grattacielo. A rendere ancora più interessante questa rappresentazione sono stati gli attori non protagonisti (abitanti del Grattacielo), che calcavano la scena per la prima volta.

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Quando è nato il suo amore per la recitazione?

«Il virus del teatro, come mi piace spesso chiamarlo, si è insediato quando ero poco più che adolescente a seguito della partecipazione al mio primo laboratorio teatrale tenuto da Norberto Midani. Ho presto capito che il fare teatro aveva qualcosa di speciale, inizialmente solo come ideale mezzo per dare spazio al proprio ego, che a quel tempo traboccava, poi con il giungere della maturità, come stimolante opportunità per un’approfondita indagine di sé, del lavoro di gruppo e di tutti gli aspetti che costituiscono la mente e l’animo umano».

Cosa vuol dire per lei stare sul palcoscenico?

«Comunicazione ed empatia. Quando si crea quel particolare ‘dialogo’ fra l’attore e il pubblico allora l’alchimia fra chi recita e chi ascolta diventa qualcosa di magico e di intenso, che si trasforma in emozione, partecipazione, riso o anche talvolta profonda riflessione».

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Lei è sia attore che regista. E’ più complicato dirigere o recitare?

«Personalmente trovo più complicato recitare, perché il lavoro che l’attore deve fare su di sé per impersonare un carattere, prevede sia un lavoro fisico che intellettuale talvolta molto impegnativo e stressante. Inoltre le tournée, specialmente quelle lunghe, sono piuttosto sfiancanti dal punto di vista fisico, anche se di questi tempi le lunghe tournée sono diventate piuttosto rare. Dirigere invece, pur essendo un lavoro più complesso, mi stimola maggiormente in quanto si opera in tutti gli aspetti della messinscena, dalla scenografia alla drammaturgia, dai costumi alla poetica, al rapporto con gli attori che per me, che sono una persona piuttosto empatica, risulta essere semplice e molto produttivo».

La rappresentazione teatrale ha qualcosa in più di quella cinematografica?

«Perché il teatro ha una peculiarità che il cinema non ha e cioè che esso avviene in diretta, è un dialogo dal ‘vivo’ fra esseri umani,tra gli attori e gli spettatori. Chi agisce in scena è presente, corpo e mente di fronte ad una platea e può così ‘sentire’ il pubblico, captare le reazioni, nutrirsi dell’energia che viene profusa dagli ascoltatori e qualche volta anche interloquire con essi».

In Italia, si riesce a fare ancora del buon teatro?

«Purtroppo il teatro ha sempre meno sostegno economico da parte delle istituzioni e l’avvento di nuove e più tecnologiche forme di intrattenimento hanno in parte minato la sua polarità. Tuttavia credo che il buon teatro abbia principalmente bisogno di un’importante componente, che non ha confini geografici e senza la quale non avrebbe ragion d’essere: la passione. E’ questa che fa sì che esistano realtà nazionali e locali molto interessanti e motivate che, anche con ridotti mezzi economici e solo attraverso un impegnativo e costante mestiere, si sono ritagliate un posto rilevante nel panorama teatrale».

A Rimini e provincia, ad esempio, esistono dei talenti in questo campo?

«Sì certo. Penso all’Arboreto Teatro Dimora di Mondaino che, grazie ad un lungo e tenace lavoro, si è appena meritato un Premio speciale UBU o ancora ai Motus che hanno conquistato un riconoscimento nazionale e internazionale. Ma anche realtà come Il Mulino di Amleto che, attraverso un lavoro di propedeutica, è diventato un riferimento locale per chi vuole approcciarsi all’universo teatrale o Alcantara, autorevole esempio di professionalità per il teatro ragazzi».

A quali attori e registi si è ispirato per realizzare le sue opere?

«La Scuola di Teatro di Bologna di Alessandra Galante Garrone con i suoi insegnanti, è stata la prima fonte di ispirazione con un metodo di approccio al lavoro serio e professionale. Poi Giorgio Strehler, Thierry Salmon, Luca Ronconi, il Teatro dell’Elfo con i loro attori e i cui spettacoli erano da me attesi con trepidazione ed entusiasmo. Ricordo ancora l’emozione all’entrata del teatro, ogni qual volta andavo ad assistere ad una delle loro opere. Sapevo che ne sarei uscito in qualche modo arricchito sia dal punto di vista professionale che umano».

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Quante rappresentazioni ha portato in scena fino a questo momento? Dove ha recitato e diretto oltre a Rimini?

«Al di fuori del territorio riminese, ho collaborato con La Compagnia del Serraglio, lavorando principalmente a Roma e a Milano con svariate produzioni di compagnie diverse. Da qualche anno, però, il mio lavoro non è più prettamente attoriale. Esso si concentra sull’attività di propedeutica. Attraverso l’attività laboratoriale indirizzata a gruppi di adolescenti o adulti di vari contesti (scuole, centri sociali, case di cura, gruppi di scrittura), è diventato, per me, prioritario approfondire, attraverso il gioco teatrale, oltre al potenziale creativo, temi quali l’indagine di sé, l’ascolto, lo stimolo alla partecipazione, al lavoro di gruppo, il rafforzamento dell’autostima e della capacità di comunicazione. In sintesi il teatro non solo come atto performativo ma come utilissimo strumento che entra nei vari gruppi sociali e attraverso il quale i partecipanti possono trovare inediti mezzi per meglio interagire con se stessi e con la società».

Possiamo affermare che ‘Campanelli’ sia stata la sua rappresentazione più riuscita? Ce ne vuole parlare?

«’Campanelli’ è stato un progetto attuato insieme alla Compagnia del Serraglio e che si articolava in tre fasi diverse: la scrittura, la stesura del testo e la messa in scena. Quest’ultima ha avuto come palcoscenico 5 appartamenti del grattacielo di Rimini, uno dei quali è la mia attuale abitazione. E’ stato un lavoro che ha coinvolto molti artisti del territorio, e che ha visto come protagonista un edificio simbolo della città, il grattacielo appunto, che si è rivelata una location perfetta, di grande impatto scenico e richiamo per i riminesi, incuriositi da questo paese in verticale. Per questi motivi ‘Campanelli’ ha fatto da apripista per altri progetti che hanno coinvolto il grattacielo come ‘Grattacielo 50’ in omaggio ai 50 anni dell’edificio e il più il recente Flats – scene di straordinaria quotidianità, realizzato con l’associazione ‘Condominium’, in cui gli abitanti del grattacielo si sono raccontati e hanno raccontato le storie di uno dei simboli della Riviera».

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Quali sono i suoi prossimi progetti?

«Come detto prima, al momento, la mia occupazione si rivolge soprattutto all’attività laboratoriale. Sto preparando e presentando alcuni progetti che coinvolgono le scuole, gruppi e associazioni. Inoltre sono in cantiere altre idee che coinvolgeranno ancora il grattacielo e la sua comunità».

Nicola Luccarelli

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