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Gli avvocati perdono la causa contro il Comune di Rimini anche al Consiglio di Stato

Gli avvocati del Comune di Rimini Wilma Marina Bernardi e Maria Assunta Fontemaggi hanno perso il ricorso al Consiglio di Stato contro il Comune di Rimini.

Gli avvocati dell’ufficio legale del comune avevano fatto ricorso al Tar (Tribunale Amministrativo Regionale) dell’Emilia Romagna per annullare, previa sospensiva, le delibere che riorganizzavano la struttura degli uffici comunali.

Quattro i motivi del ricorso da parte degli avvocati del Comune di Rimini:

  • Il primo lamenta l’assenza di partecipazione procedimentale alle scelte sulla nuova organizzazione
  • Il secondo motivo contesta che l’incarico dirigenziale delle ricorrenti sia assimilabile ad un qualsiasi incarico di cd. alta professionalità
  • Il terzo motivo esamina un ulteriore profilo dell’eccesso di potere denunciato con il precedente
  • Il quarto motivo eccepisce la violazione dell’art. 23 L. 247/2012 da parte del regolamento comunale sull’ordinamento degli uffici e dei servizi dell’avvocatura civica.

In pratica, i legali chiedevano di godere di maggiore considerazione nell’organizzazione comunale, il che avrebbe potuto portare anche un trattamento economico più alto.

Contro il ricorso il Comune si costituiva in giudizio.

Il 4 settembre è stata pubblicata la sentenza del tribunale che rigetta il ricorso degli avvocati Wilma Marina Bernardi e Maria Assunta Fontemaggi.

I legali del Comune hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato che con sentenza pubblicata il 29/11/2019 ha confermato la sentenza del TAR dell’Emilia Romagna e rigettato il ricorso.

Il Consiglio di Stato ha argomentato in modo puntuale su ogni punto contestato dagli avvocati. In particolare “non emergono ragioni che possano condurre ad annullare anche in parte qua le direttive impugnate che costituiscono il legittimo esplicarsi dei poteri di autorganizzazione della struttura comunale derivanti dalla legge e dallo Statuto comunale”.

Il TAR interviene anche per riguarda la retribuzione di posizione: ”Laddove nell’individuazione concreta della retribuzione di posizione per i dirigenti comunali, le ricorrenti dovessero intravedere delle scelte non rispettose della parità di trattamento di fronte a situazione omogenee, potranno adire il giudice del lavoro per rivendicare il diritto ad una giusta retribuzione, ma allo stato non si ravvisano aspetti di illegittimità nelle scelte operate”.

Il Consiglio di Stato argomenta anche sull’ordinamento dell’avvocatura civica:  “Sotto altro profilo, si è osservato, con riguardo alla posizione dei c.d. avvocati pubblici (ovvero quelli che sono incardinati organizzativamente presso un determinato ente pubblico e ai quali è affidato lo ius postulandi nell’interesse dell’ente di appartenenza), che le loro prerogative di indipendenza e autonomia, proprio perché affidatari dell’interesse di una parte, attengono essenzialmente al “modo” in cui perseguire quell’interesse, ovvero alle scelte difensive da mettere in pratica per la sua migliore tutela, con la conseguenza che esse non rischiano di essere pregiudicate, anche nella percezione ab externo, da forme di controllo, circa le modalità anche temporali di svolgimento della loro prestazione, che con quelle scelte non siano, direttamente o indirettamente, interferenti, e che, tuttavia, non può escludersi aprioristicamente che determinate forme di controllo, pur rivolte in via diretta a verificare le modalità temporali di assolvimento della prestazione professionale dell’avvocato pubblico, quindi attinenti agli aspetti “estrinseci” della stessa, si rivelino oggettivamente idonee a intaccare il “nucleo essenziale” dei requisiti di indipendenza e autonomia della sua attività lavorativa (Cons. Stato, III, 26 settembre 2018, n. 5538)”.

“Sotto altro profilo, si è osservato, con riguardo alla posizione dei c.d. avvocati pubblici (ovvero quelli che sono incardinati organizzativamente presso un determinato ente pubblico e ai quali è affidato lo ius postulandi nell’interesse dell’ente di appartenenza), che le loro prerogative di indipendenza e autonomia, proprio perché affidatari dell’interesse di una parte, attengono essenzialmente al “modo” in cui perseguire quell’interesse, ovvero alle scelte difensive da mettere in pratica per la sua migliore tutela, con la conseguenza che esse non rischiano di essere pregiudicate, anche nella percezione ab externo, da forme di controllo, circa le modalità anche temporali di svolgimento della loro prestazione, che con quelle scelte non siano, direttamente o indirettamente, interferenti, e che, tuttavia, non può escludersi aprioristicamente che determinate forme di controllo, pur rivolte in via diretta a verificare le modalità temporali di assolvimento della prestazione professionale dell’avvocato pubblico, quindi attinenti agli aspetti “estrinseci” della stessa, si rivelino oggettivamente idonee a intaccare il “nucleo essenziale” dei requisiti di indipendenza e autonomia della sua attività lavorativa (Cons. Stato, III, 26 settembre 2018, n. 5538).

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