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Grazie assessore, ora salviamo quel che resta del più bel palazzo di Rimini

Andando per Via Tempio Malatestiano, passiamo molto spesso di fianco ai ruderi del palazzo Maschi-Marcheselli-Lettimi. Fatto costruire da Carlo Maschi agli inizi del Cinquecento, era il più bel palazzo di Rimini, ricco di marmi e di pitture. Sul fronte, le finestre avevano pregevoli cornici, sormontate da una coppia di delfini le cui code, unite al centro, terminavano in eleganti volute.

 

Il portone di palazzo Maschi-Marcheselli-Lettimi in via Tempio Malatestiano

Un documento del 13 ottobre 1513 vede gli scalpellini Domenico di Donato da Como e Antenore di Tomaso da Bologna impegnati a scolpire le parti marmoree dell’edificio, su disegno predisposto nientemeno che da Benedetto Coda, il più importante pittore del momento a Rimini. Nonostante i bombardamenti che hanno causato la quasi totale distruzione del fabbricato, tre finestre si sono conservate pressoché intatte, mostrando quei bassorilievi, finemente studiati e realizzati, autentiche opere d’arte a cielo aperto.

Difficilmente godibili, però, dal momento che un infestante inesorabile come l’edera tende a ricoprire tutti i ruderi del palazzo. Con un duplice danno perché, non solamente occulta quelle opere alla vista, ma con le sue radici ne attacca ed erode il marmo. Occorrerebbe una periodica e diligente azione di potatura, che viceversa non c’è.

In passato ero riuscito, per una volta, a promuovere l’intervento; ma recentemente, nonostante le ripetute sollecitazioni rivolte ai responsabili delle aziende municipalizzate competenti, non c’è stato nulla da fare. Allora ho pensato di coinvolgere l’Assessore alla Cultura che, in breve tempo, è riuscito a fare ripulire la facciata dell’edificio. Grazie, Piscaglia!

Palazzo Lettimi prima del taglio dell’edera

Vorrei cogliere l’occasione per rivolgere anche un invito. Non tutti sanno che, nell’immediato dopoguerra, molti frammenti marmorei di quel palazzo sono stati recuperati e vengono tuttora custoditi dal Museo, in un deposito di cui non indico l’ubicazione perché non facciano la fine della Pietra Oziosa.

Ora, poiché ad intervalli si parla di ricostruire quella struttura, è opportuno che sia resa di pubblico dominio l’esistenza di quel materiale, per non correre il rischio che un architetto da strapazzo, volendo rincorrere il proprio discutibile estro, si permetta di ignorare il patrimonio superstite a pro di qualche sua soluzione bislacca.

Oreste Delucca

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