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Greek pass: o ti vaccini o devi studiare il greco antico

La canea social improvvisamente scoppiata nei giorni scorsi sull’argomento lingue classiche era degna di una nuova ingiunzione anti-Covid. Ho perfino immaginato che, visto che non basta il green pass a frenare la quarta ondata, il governo volesse introdurre in alternativa il Greek pass, ovvero un certificato di conoscenza e padronanza del greco antico: niente accesso a uffici, cinema e ristoranti se non te la cavi con aoristi e perfetti e non sai a memoria almeno venti esametri dell’Odissea, in originale e con la metrica. O ti vaccini o devi studiare il greco: questo sì che sarebbe un ricatto anticostituzionale, anche se sicuramente incoraggerebbe molti degli irriducibili a prenotare di corsa la prima dose.

E invece no: la contesa su greco e latino – sempre quella: servono o non servono? Erudizione di lusso o ginnastica per la mente? – è nata da un’intervista del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi (nell’immagine in apertura) a una rivista per insegnanti, in cui annunciava l’impegno dei paesi dell’Europa mediterranea per sostenere lo studio delle lingue classiche, fondamento della nostra cultura.

E questa è una novità: di solito ad aprire le ostilità è una presa di posizione in senso opposto, ossia un politico o un opinionista si lamenta che i giovani italiani sanno poco o nulla di inglese, di informatica, di economia o di finanza e nei licei perdono tempo prezioso a studiare “rosa rosae” e il genitivo assoluto. Puntualmente gli risponde un coro sdegnato di ex liceali classici che ribadisce le virtù pedagogiche delle lingue morte, toccasana per i neuroni e chiave per attingere alle eterne sorgenti della sapienza e della bellezza.

È un teatrino che prima del Covid si riproponeva almeno una volta all’anno, così inutile e uguale a se stesso da essere quasi ridicolo, e il fatto che la questione torni alla ribalta è un altro segno di un ritorno alla normalità. Ma questa volta il primo passo lo fa addirittura un ministro, senza paura di sembrare passatista e di sfidare gli alfieri dello svecchiamento della scuola.

E forse i timori sulla prossima estinzione del greco e del latino non sono infondati. Il glorioso liceo classico sta perdendo alunni con rapidità vertiginosa e ormai gode di meno consensi di Italia Viva. Nella terza media frequentata da mio figlio, per dire, su venti ragazzi e ragazzi nessuno, ma proprio nessuno, intende iscriversi al Giulio Cesare, nemmeno le superschiappe in matematica.

Evidentemente noi adulti usciti dal Classico non siamo granché come testimonial dei mirabolanti effetti della cultura greca e latina sull’elasticità mentale e veniamo giudicati per lo più pedanti e snob. Oltretutto dal Classico esce la maggioranza degli esponenti di categorie oggi piuttosto malviste: politici, magistrati, avvocati, giornalisti, intellettuali in genere.

Se aggiungiamo il fatto che sul mercato del lavoro la richiesta di latinisti e grecisti non è mai stata così bassa, il disamore è abbastanza giustificato. Non sarà facile riaccendere l’amore per la classicità, specie se l’operazione viene affidata a vecchi professori allergici a tutto ciò che oggi è la vita dei giovani. Sarebbe più efficace Chiara Ferragni su Instagram con sottobraccio il Rocci, il leggendario dizionario di greco, o i Maneskin in tunica e calzari che aprono il Plautus Festival di Sarsina. Chissà, forse il ministro Bianchi li ha già contattati.

Lia Celi

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