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Guarire dal covid e forse anche dal pollice nero

Nell’anno della pandemia mi sono ammalata di Covid ma – non so se le due cose sono collegate – sono guarita da un disturbo che mi affliggeva fin dalla fanciullezza: il pollice nero.

Una sindrome letale – non per me, ma per qualunque forma di vita vegetale affidata alle mie cure, pianta grassa o da fiore, stagionale o perenne, rampicante o aromatica, amante del sole o dell’ombra. Appena la povera creatura si rendeva conto di coabitare con me, si ammosciava e si lasciava morire. Non importava se e quanto la innaffiavo, come la esponevo o la rinvasavo, se le parlavo o la ignoravo, aveva un solo obiettivo, tornare all’humus da cui veniva, il prima possibile.

Me ne ero fatta una ragione e mi ero rassegnata alle piante di plastica, all’Ikea ne hanno di bellissime e molto realistiche. Poi, durante il lockdown dell’anno scorso, i figli mi hanno fatto notare che le piante erano gli unici esseri viventi che si potevano ricevere in casa propria senza incorrere nelle sanzioni della legge. Nessun dpcm vietava assembramenti di gerani né imponeva distanziamento sociale fra le begonie, e il confinamento apriva larghi e inusitati spazi di tempo libero perfetti per il giardinaggio, che avrebbe portato in casa un po’ della primavera inattingibile in parchi e giardini.

Il problema era che temevo di essere per le piante l’equivalente del Covid, e già prevedevo una strage. Invece ho scoperto che qualcosa è cambiato in me o nelle piante. Dall’anno scorso a oggi ne ho adottate a decine, e se non sono diventata una dea della vegetazione, posso dire che ne ammazzo molte meno di una volta. Alcune sono riuscita perfino a farle sopravvivere all’inverno, scoprendo che possono rifiorire, per quanto sconciate da potature decisamente goffe.

Le roselline della ricerca sul cancro comprate in autunno al supermercato hanno una grinta insospettabile, e il nasturzio seminato da mio figlio, che sembrava piuttosto pigro e svogliato (il nasturzio, non il figlio) è diventato invadente e si infila dappertutto come certe campagne pubblicitarie. Il rododendro non ha voluto saperne di fiorire ma mi dicono che è fatto così, cocciuto come tutti i montanari, ma tiene botta, così come il limone e la camelia.

Li sento che brontolano perché non hanno abbastanza sole – la mia casa è incassata in una viuzza stretta, c’è poco da fare – però ce la mettono tutta, sperando che un giorno io li esibisca orgogliosamente su Instagram. L’unica specie con cui ancora non ho trovato un modus vivendi – o meglio, è lei che non l’ha trovato, è il basilico.

Non c’è verso, il mio terrazzo (qualunque terrazzo di qualunque casa in cui abiti io) per il basilico è il braccio della morte. Lo sposto, lo trapianto, lo innaffio a filo, a gocce, a cascatella, a giorni alterni o due volte al giorno, stacco le foglie in alto o ai lati: tutto inutile. E’ come fare un videogioco in cui il mio avatar viene subito ucciso dai nemici. Chi l’avrebbe detto che la banale aromatica con cui si profuma il sugo di pomodoro fosse più delicata di un’orchidea tropicale? Oltretutto, anche quando campa non è che mi dia molte soddisfazioni: è palliduccio e insipido, se ci fai il pesto sembra di mangiare la pasta in bianco.

Lo so, è un’inezia rispetto alle emergenze dell’attualità. Ma c’è un oscuro legame fra le cose immensamente piccole e quelle immensamente grandi. Se il battito delle ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo, chissà cosa potrebbe determinare la sopravvivenza di una piantina di basilico. Magari la salvezza della foresta amazzonica o il risanamento del nostro debito pubblico.

Lia Celi

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