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Hikikomori, così la sindrome dell’isolamento colpisce gli adolescenti di Rimini

Nelle scuole dell’Emilia-Romagna in questi anni si sta registrando un numero crescente di abbandoni scolastici di ragazzi che presentano particolari tipologie di disagio nei rapporti sociali; un disagio profondo, che arriva fino al rifiuto di contatti con altre persone e, a volte, anche con la propria famiglia. Nei casi più estremi di ritiro sociale, vi sono ragazzi che non escono dalle loro stanze e vivono le relazioni soltanto sui social e tramite Internet.

Essendo il tema relativamente nuovo per il nostro Paese , non sono diffuse pratiche didattiche sperimentate circa “il quando” e “il come” le scuole possano concretamente agire, quali interventi.

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Per inquadrare i comportamenti di questi ragazzi, in letteratura si utilizza spesso il termine Hikikomori, che in lingua giapponese significa “stare in disparte”, “isolarsi”. L’uso diffuso di un termine giapponese è legato al fatto che in quel Paese si sono registrati i primi fenomeni di autoreclusione di adolescenti (e non solo) nelle proprie stanze. Tuttora il fenomeno giapponese risulta il più studiato a livello internazionale ma si manifesta in contesti sociali completamente diversi da quello italiano od europeo, in cui il rigido conformismo, le pressioni familiari inaudite, la competitività esacerbata, svolgono un ruolo preponderante nel determinare negli adolescenti il rifiuto estremo di ogni dimensione sociale e di sfida dei ruoli familiari tradizionali.

La rilevazione degli studenti “ritirati in casa”

Da alcuni anni l’Ufficio Scolastico Regionale si interroga sull’entità del fenomeno nelle scuole dell’Emilia-Romagna. In prima battuta è stata coinvolta la Sanità regionale, la quale ha comunicato che sono stati 78 nel 2015 i minori segnalati come “ritiro sociale”. A questi vanno aggiunti 258 minori seguiti da psicologi privati nel 2016.

Partendo da questa situazione l’ l’Ufficio Scolastico regionale ha coinvolto 687 scuole con un questionario on line. Di queste, 515 sono istituzioni scolastiche statali (pari al 98,5% del totale) e 172 paritarie (pari al 96,1% del totale). In totale sono 144 (pari al 21%) le scuole che hanno segnalato situazioni di alunni rientranti (a parere delle scuole stesse) nella casistica della rilevazione. Sono invece 346 i casi segnalati: 20 di queste segnalazioni riguardano la scuola primaria, 86 la scuola secondaria di I grado e 240 la scuola secondaria di II grado.

La maggior parte delle segnalazioni (203 su 346) sono riferite alla fascia di età tra i 13 e i 16 anni, cioè nel passaggio tra la scuola secondaria di I e di II grado, a conferma della particolare fragilità dei ragazzi in questo frangente.

Le “ragioni” che i ragazzi adducono per il ritiro sociale sono diverse, ma ruotano sempre intorno al timore di fallire, di essere giudicati e derisi, o dal rifiuto di pressioni sociali ritenute eccessive e contrarie ai propri desideri o aspirazioni (ancorché questi ultimi possano poi apparire dall’esterno come velleitari e irrealistici). Spesso ciò che viene avvertito come inadeguato è il proprio corpo, anche laddove ad un occhio esterno non si registrino particolari problemi. La sintetica descrizione di una scuola definisce drasticamente il punto: “l’alunno non accetta il proprio aspetto fisico”; in altra situazione: “l’alunno è pieno di ossessioni, pensa di essere grasso”. Si parla in questi casi di “bruttezza immaginaria, con l’impossibilità di mentalizzare in modo adeguato il proprio corpo, con il senso dell’inettitudine, della vergogna, dell’inadeguatezza … l’impossibilità di fuoriuscire è data … dal terrore che lo sguardo dell’altro funzioni come elemento di riconoscimento umiliante.

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