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I candidati rispondono – Jamil Sadegholvaad: “Un altro salto di qualità per la mia Rimini

Nato dall’incontro tra uno studente iraniano in vacanza a Rimini e una ragazza di Coriano, Jamil Sadegholvaad, riminese doc, si è laureato a Bologna in Scienze Politiche. Sin dall’adolescenza ha affiancato i genitori nella gestione dello storico negozio di tappeti in via Dante, lì da 43 anni. Dal 2009 al 2011 è stato assessore per la Provincia di Rimini, dal 2011 al 2016 è stato assessore del Comune di Rimini con il sindaco Gnassi con delega alle attività economiche e dal 2016 ad oggi con delega aggiuntiva ai lavori pubblici. Con la sua compagna Katia ha una figlia di nome Jasmine.

Mancano pochi giorni alle elezioni del 3 e 4 ottobre, che risultato si aspetta dalle urne? 

“L’attesa non è per il risultato in sé ma per il desiderio di sapere, quasi la curiosità, quanti riminesi aderiscono e si identificano in una proposta di futuro, incardinata sull’innovazione, sul valore del lavoro e dell’impresa sana, su un Comune che vada verso i cittadini e non viceversa. Il risultato, in fondo, è la sintesi di un giudizio più articolato, su quello che sei e quello che proponi. L’esito che mi aspetto è buono perché è buona la proposta di cammino collettivo fatta ai riminesi”. 

Che giudizio ha del lavoro dell’amministrazione Gnassi? 

“Quello che ha la grande maggioranza dei riminesi e cioè di una stagione di cambiamenti urbani radicali e sostanziali e di un’apertura veramente europea allo stesso essere città. Rispetto ad altri, ho avuto la fortuna di vivere e lavorare dall’interno a questa rivoluzione in cui si è messo mano, e portato a soluzione, a problemi endemici per la città, e che ne mettevano a rischio addirittura il cammino futuro. Gnassi è un grande sindaco, che ha raccolto e portato a compimento diversi elementi che venivano anche dai buoni governi precedenti, a cui lui ha impresso una spinta formidabile sia nel concretizzarli sia nel sistemarli in una vision armonica che davvero oggi ci mette al primo posto tra le città mediterranee più innovate e sostenibili. Con un elemento in più: un orgoglio di comunità, un senso di appartenenza collettivo che, dopo lunghi decenni di tiepido sentimento, adesso è diventato un vero e proprio collante identitario. E tutto ciò è un valore e un patrimonio da non disperdere da qui in poi”. 

Quali sono le sue priorità per la prossima legislatura? 

“Dico sanità, lavoro e impresa, ambiente, educazione, partecipazione. Tutti i versanti, non solo amministrativi, ma della vita stessa, di cui abbiamo scoperto la centralità o evidenziato le criticità durante il drammatico periodo della pandemia. Ma voglio sottolineare un elemento precedente a ogni progetto amministrativo: l’approccio che deve avere il Comune nei confronti della comunità di riferimento. Il rapporto deve essere improntato alla fiducia e non alla diffidenza, in maniera paritaria, consapevoli del proprio ruolo e della responsabilità di dare ognuno il proprio contributo alla crescita armonica della città. Dopo la stagione del Covid, penso a un Comune che non possa e debba fare tutto, che non abbia l’obiettivo di avocare a sé ogni questione o dibattito. Il Comune a cui penso è quello che migliora la sua efficienza, la qualità e la quantità dei servizi erogati in ogni parte del territorio, è rapido e responsabilizzato ma prima di tutto accompagna e sostiene lo sforzo, le ambizioni, il lavoro, i progetti che vengono dal tessuto socioeconomico. Se l’impresa sana è un valore di comunità perché produce occupazione e ricchezza, allora il Comune deve sveltire i suoi processi burocratici, facendo prevalere la fiducia nei confronti dei cittadini e delle imprese”.

“Se la sanità è il grande tema legato al benessere individuale e collettivo, allora bisogna realizzare nuovi servizi sul territorio, a partire dalle nuove Case della Salute che saranno costruite a Rimini. Se l’ambiente è in senso generale la cura e il rispetto verso i luoghi che abitiamo, allora a nuovi spazi verdi (parchi) abbineremo l’attenzione verso la sicurezza attraverso una maggiore presenza delle istituzioni in ogni parte del territorio”. 

In caso di ballottaggio farà degli accordi? E con chi? 

“In un periodo in cui la stanchezza verso la politica è sempre più elevata, e sostituisce perfino la rabbia di qualche anno fa, credo che la cosa meno opportuna sia presentare le solite liturgie legate immancabilmente a posti e potere. Nel caso di ballottaggio, se ci sarà, non cambierò la proposta perché comunque il confronto tra forze e politiche e civiche deve essere sempre sulle cose da fare e non sugli assessorati da dividersi. Trattative sui posti in giunta non ce ne saranno, confronti sì. Su questo voglio essere chiaro”.  

Esiste un problema periferie a Rimini? 

“Rimini territorialmente è una città compatta. La Statale taglia trasversalmente il territorio in un sopra e un sotto. Tendenzialmente ogni governo di questa città, dal dopoguerra in poi, ha operato omogeneamente proprio per le caratteristiche peculiari di questa realtà. Il dibattito su questo tema è eterno, in tutte le città del mondo, Rimini compresa. Ricordo che a fine anni Novanta l’allora sindaco Chicchi venne criticato, anche da componenti interne alla maggioranza, per la sua presunta indifferenza nei confronti delle periferie. Chi lo seguì, Ravaioli, venne a sua volta messo nell’obiettivo perché troppo interessato alle buche in strada e poco alla vision complessiva della città. Ritengo questo approccio arbitrario, parziale, spesso più facile per la sintesi mediatica a cui troppo spesso la politica va dietro non considerando la realtà delle cose. Per quanto riguarda il lavoro della giunta uscente potrei dire che le nuove fogne interessano tutta la città, da Corpolò alla Marina, da Miramare a Torre Pedrera. Oppure che le 17 tra nuove scuole e plessi rigenerati sono diffusi in tutto il territorio; o, ancora, portare l’esempio concreto delle nuove piazze nel forese. Ma se vogliamo stare ai fatti, e non alle semplificazioni più o meno interessate di battaglie politiche anche interne, la pandemia ci indica un nuovo modo di orientare la crescita delle città. Negli ultimi 40 anni, il mito è stato quello della città, della metropolizzazione dei servizi e, di converso, delle aree decentrare sempre più deserte. Pensiamo solo alla sanità, alla chiusura dei piccoli ospedali, ai servizi sempre più scarsi nei piccoli paesi con conseguente calo di appeal, non tanto turistico ma residenziale, degli stessi. Un errore fatale, che purtroppo il Covid ci ha restituito in tutta la sua crudezza e anche crudeltà. Adesso è il momento di invertire questa rotta sbagliata e portare ai cittadini dove vivono, e non obbligandoli a mettersi per strada per un certificato o una visita, i servizi pubblici, l’anagrafe, la sanità, i servizi sociali, i presidi di sicurezza. In parallelo allo sviluppo delle nuove tecnologie che consente oggi a un esploratore sull’Hymalaya di tenere una conferenza telematica all’Università di Boston. Non solo: una catena è salda quanto è forte il suo anello più fragile. Significa che dobbiamo portare avanti un’idea di città armonica, equilibrata, servita, accessibile in ogni sua parte. Tradotto: i servizi pubblici devono tornare nelle aree più decentrate, occorre stimolare l’insediamento di negozi di vicinato e di botteghe perché davvero nei piccoli centri anche l’attività commerciale è un valore di comunità, potenziare trasporti pubblici, reti ciclabili e viabilità da e per il centro storico, completare il programma delle nuove piazze e mettere in atto un nuovo e sostanzioso piano di edilizia cimiteriale. Avere una città in sintonia in tutte le sue parti è convenienza della città intera.   

La sicurezza a Rimini è un’emergenza? 

“La sicurezza non è un assessorato, sapendo peraltro bene che sicurezza e ordine pubblico sono prerogative statali per legge. La sicurezza è un concetto che attraversa tutta l’attività amministrativa del Comune e che ha a che fare con la vivibilità di un luogo. Eliminare il degrado è sicurezza, costruire musei e piazze dove c’era degrado è sicurezza, attivare nuova illuminazione pubblica è sicurezza. E’ sicurezza, e questo è un mio punto programmatico prioritario, dislocare i servizi comunali e sanitari in collaborazione con l’Ausl su tutto il territorio; così come sostenere economicamente lo sforzo di chi apre un negozio o una bottega nella aree meno prossime al centro. Luoghi che vivono sono il primo deterrente alla criminalità micro e macro. In questa logica di presidio, ho già annunciato che verrà potenziata la Polizia locale con l’assunzione di almeno 30 nuovi agenti, raddoppiato il numero di occhi per la videosorveglianza, chiusa finalmente – a costo di procedere a una causa civile contro lo Stato – il tema del nuovo Federal Building alla caserma Giulio Cesare che porterà con sé il potenziamento strutturale delle Forze di Polizia. Francamente non è più giusto né tantomeno dignitoso aspettare con le mani aperte ogni anno il rito dei rinforzi estivi di Polizia. La sicurezza significa migliorare tutta la città e in questo processo di crescita coinvolgere tutti i cittadini. E’ un grande tema che è anche un dilemma di tutte le città del mondo. La risposta non può essere il filo spinato intorno a casa nostra, agenti ad ogni angolo e fari puntati montati su garitte. La mia idea di città è una comunità che si riunisce sotto le bandiere della libertà e della responsabilità”.

Come giudica gli interventi nel centro storico? 

“Di primo acchito rispondo che per la prima volta nella storia il mondo intero si è accorto che Rimini ha un centro storico. Sinora la rappresentazione era limitata all’ombrellone, al coccobello e al verbo finito nei vocabolari ‘riminizzare’. Il teatro, il Part, la piazza sull’acqua, il Museo Fellini hanno fatto parlare il mondo intero, inteso come media internazionali di prestigio assoluto. Ma non è la rassegna stampa l’unica cosa che conta. Qui si parla di avere ricucito Rimini con la sua storia, restituendo funzioni a luoghi inaccessibili per le famiglie e per tutti, e facendo una leva per progettare il futuro intorno a un perno nuovo: la cultura e le relazioni che essa produce. Lo stesso dibattito sollevatosi su piazza Malatesta è il segno di un cambiamento nella città. A parte la ricostruzione del Galli, per la quale Rimini si è divisa per anni tra ‘nuovisti’ e ‘comeradoveristi’, mai come in questi anni l’elemento intellettuale, culturale, artistico ha occupato da protagonista il dibattito pubblico. Si sono appassionati un po’ tutti, non solo gli addetti ai lavori e questo è un grande valore. Il dibattito è per certi versi simile a quello seguito alla decisione di Mitterrand di coprire il Louvre con una piramide di vetro; degno cioè di una capitale europea. Poi sul resto le opinioni magari divergono ma da parte mia non posso fare a meno di sottolineare come piazza Malatesta sia stata restituita alla città e ai suoi primi abitanti, i bambini. Vorrei si capisse che non è un intervento spot: compone un quadro d’insieme straordinario, dentro al quale c’è anche la pedonalizzazione del ponte di Tiberio e una viabilità riorganizzata ad anello proprio per esaltare le caratteristiche di un luogo che prima esisteva solo in virtù di mille contraddizioni: un parcheggio a soffocare il castello, una palestra al posto di un teatro, una sala inutilizzata 364 giorni all’anno al posto di un museo internazionale, un pantano al posto di una piazza sull’acqua”.   

E sui parcheggi zona mare e centro storico?

“Tutte le città d’Italia e del mondo si stanno ponendo il problema di come uscire dalla dittatura del mezzo privato che ha tutta una serie di controindicazioni, che peraltro incrociano temi prioritari come ad esempio la salute delle persone a causa dello smog e dell’inquinamento.  In questi anni il Comune di Rimini ha agito su una serie di tasti per riequilibrare il modo in cui ci si sposta in città: il Metromare, l’incremento notevole della rete ciclabile, il fila dritto con la sostituzione dei semafori con rotatorie, la creazione di nuovi parcheggi di attestamento (stazione, fiera ad esempio) indicano già la direzione del lavoro che dovrà vederci impegnati anche nei prossimi anni. Il Ponte di Tiberio transitabile alle auto era una vergogna internazionale, diciamoci la verità. Riaprirlo in attesa del nuovo ponte alternativo sarebbe un’altra vergogna. Con la chiusura alle auto disposta nel 2018, attraverso una semplice modifica della viabilità, si è dimostrato che si può fare anche oggi, con benefici veri, evidenti”.  

“Adesso va completata la riorganizzazione strutturale, con una struttura a monte – peraltro già finanziata grazie ai progetti presentati da questa amministrazione comunale – che permetta una più omogenea e razionale distribuzione del traffico in quello che sarà un vero e proprio anello per raggiungere armonicamente ogni parte di Rimini. Sulla sosta mi permetto di dire questo. Negli ultimi anni sono stati realizzati ex novo o potenziati i parcheggi in centro: penso a quello dell’area ex Padane e a quello in stazione. Sono già in fase di progettazione il raddoppio del parcheggio Scarpetti e la nuova area di sosta alla ex Fox, entrambi sul lato Marecchiese. In zona mare realizzeremo i due grandi parcheggi interrati in piazzale Fellini e Marvelli. Ma voglio essere molto chiaro: non costruiremo parcheggi così tanto per farlo. Anche le nuove realizzazioni dovranno rispondere a un criterio di integrazione con gli altri modi di muoversi dentro Rimini. Il tema sarà sempre di più al centro delle politiche locali, nazionali e internazionali. Pensiamo ai cambiamenti climatici e alle loro conseguenze ipotizzate proprio in questi giorni da studi scientifici. Occorre un nuovo modo di disegnare e usare le città”. 

In quanto destinazione turistica, che modello di città ha in mente? 

“La pandemia sta già modificando il modo di viaggiare e di fare vacanza. E modificherà i desideri: più spazi, più natura, più servizi innovativi alla persona, più ricerca di turismo esperienziale. Grazie al lavoro su fogne, parco del mare, rete museale internazionale Rimini si presenta come la città sul Mediterraneo più moderna e innovata. La strada è dunque tracciata ma dobbiamo percorrerla fino in fondo. Questo percorso è diventato ancora più necessario e urgente dopo la pandemia, visto che il Covid sta ‘ricostruendo’ le città e i viaggi proprio intorno ai temi della natura e dell’open space. Io credo che Rimini orienterà il suo sviluppo nei prossimi 10 anni su un ulteriore salto di qualità. Non esisteranno più categorie come residenti e ospiti ma cittadini che si fermano più a lungo o temporaneamente. Immagino che con gli investimenti fatti sul mare (fogne), parco del mare (waterfront), cultura (rete museale), viabilità, insieme alle infrastrutture della mobilità che dovranno essere realizzate con il Recovery Fund, Rimini possa essere attrattore di vite e esperienze lavorative creative, di altissima professionalità, una sorta di Silicon Valley dell’altissima specializzazione in cui creativi e le loro famiglie possano recarsi al lavoro a Milano con l’alta velocità in un’ora e 40. Tornare a pomeriggio e lavorare con lo smart working, poi uscire per fare jogging nel parco del mare e alla sera andare a un grande concerto al teatro Galli o al nuovo contenitore di spettacoli che verrà realizzato nella nuova Fiera di Rimini o una mostra organizzata al Museo Fellini nel castello malatestiano. Nel raggio di un chilometro un cittadino di Rimini ha a disposizione quello che un cittadino statunitense fa fatica ad avere in 300 chilometri. A breve e medio termine occorre lavorare sulla riqualificazione alberghiera della fascia turistica, su una accessibilità che metta insieme Metromare, percorsi ciclabili, grandi hub della sosta collegati alla fascia turistica da navette elettriche e un incremento dei parcheggi in fascia turistica grazie alla realizzazione dei due nuovi interrati in piazzale Fellini e Kennedy e già finanziati e una corona di aree di sosta più piccole, derivate dal processo di riqualificazione e rigenerazione alberghiera, sul completamento della rete museale e della città d’arte, anche nella prospettiva della candidatura a Capitale dela Cultura 2025. Ma sempre tenendo presente l’obiettivo di fondo. Dobbiamo essere la capitale internazionale del buon vivere, del benessere 365 giorni all’anno, andando oltre al classico stereotipo della vacanza tradizionalmente fissata in un periodo preciso dell’anno”. 

Cosa pensa di fare per i giovani di Rimini? E gli anziani secondo lei di cosa hanno bisogno? 

“Innanzitutto vorrei un po’ uscire da questa categorizzazione perché alla fine tutti, giovani e anziani, vivono la stessa città. Sicuramente con esigenze diverse, e dunque su questo bisogna arricchire e potenziare i servizi anche specifici, ma in un contesto comune e dunque la prima risposta potrebbe essere: realizzare una città sempre più bela, attrattiva, funzionale. Non credo alla rappresentazione che troppo spesso si dà dei giovani. Credo invece alla loro curiosità e questo me lo conferma l’interesse e la partecipazione ad esempio a tutti gli eventi culturali organizzati dal Comune di Rimini. Da questo punto di vista arricchire l’offerta, gli spazi, sostenere l’Università e la sua integrazione con il tessuto urbano è sicuramente un’attività fondamentale per una amministrazione comunale. Ma la grande sfida è quella del lavoro. E’ di questi giorni il paradosso statistico italiano di una ripresa che non produce occupazione: un disallineamento pericoloso cui va posta soluzione. Dico che Rimini deve continuare a investire sulla propria modernizzazione strutturale per creare anche un indotto lavorativo qualificato, che stimoli studio, ricerca e innovazione delle aziende, delle start up. Ma contemporaneamente bisogna affrontare il tema dell’apertura agli investitori esterni. Dobbiamo diventare un territorio che favorisce l’insediamento di nuovi comparti industriali, senza pregiudizi, senza chiusure ideologiche ‘allo straniero’ e orientando il lavoro della macchina burocratica a offrire opportunità piuttosto che mettere avanti i problemi che alla lunga squassano qualunque entusiasmo e qualunque voglia di chi avrebbe il desiderio di investire. Per quanto riguarda gli anziani, io allargo il discorso alla protezione sociale. Rimini non può permettersi di lasciare indietro nessuno e personalmente guardo ancora con sofferenza a quei lunghi mesi in cui, purtroppo, tantissime sono state le vittime anziane per il Covid anche nella nostra città. Io mi impegno a investire in una sanità di prossimità e la realizzazione delle nuova case della salute serve soprattutto questo obiettivo. Una sanità che sta in tutti i luoghi, che favorisce la domiciliarità ed è puntuale e diffusa. Ma l’altra grande scommessa è quella della partecipazione e dell’integrazione: ogni cittadino deve sentirsi partecipe delle dire spazi di incontro, relazioni, confronto in ogni quartiere della città”.  

A Rimini ci sono secondo lei problemi di discriminazione di razza, genere o orientamento sessuale? 

“Rimini è una città aperta, europea che ha saputo accogliere tante persone. La mia famiglia ne è un esempio. L’integrazione, la coesistenza e la contaminazione di più culture è un valore per ogni comunità ma essendo ben chiari sulle regole e sui comportamenti. Non posso dire che Rimini sia una città razzista: la cronaca ogni tanto riporta episodi che comunque restano episodi. Questo per merito, a mio avviso, anche dell’attivismo di un associazionismo dei diritti, molto attivo, molto presente, davvero protagonista di iniziative di sensibilizzazione individuali e collettive. Rimini è medaglia d’oro al valor civile e voglio sottolineare due volte la parola ‘civile’. Chiaro che dobbiamo tenere sempre le antenne dritte, anche verso il segnale più piccolo e apparentemente isolato. Il fuoco va spento subito”. 

Cosa pensa del green pass e in generale delle misure contro la pandemia? 

“Sono favorevole a tutto ciò serva a incrementare la copertura vaccinale collettiva e uscire dopo quasi 2 anni da questo incubo che blocca le nostre vite, le nostre relazioni, la nostra economia. Quindi anche all’estensione dell’obbligo di green pass. Il Governo ha fatto la sua scelta. Adesso bisogna applicarla. Mi permetto di aggiungere questo, come contributo operativo: non lasciamo soli i privati, le imprese, gli esercizi anche nella gestione di iniziative che non hanno precedenti nella storia. Condividere, aiutare, farsi elemento attivo e propositivo anche nella spiegazione da parte del pubblico, serve a ottenere il risultato a cui tutti (o quasi…) tendiamo. Io sono vaccinato. E l’ho fatto appena è giunto il mio turno, convintamente, senza perplessità di alcun tipo. E francamente, con tutta la buona volontà, non capisco i dubbi e ancora di più i deliri di chi non procede allo stesso modo di altri 40 milioni di italiani. L’idea che si difenda la libertà non vaccinandosi o non estendendo l’obbligo di green pass è un enorme errore. L’alternativa non è tra l’obbligo di mostrarlo o la libera circolazione, ma tra l’obbligo di esibirlo e un altro lockdown che, come abbiamo visto, limita, elide la libertà, e la vita, di tutti. Per adesso credo giusta  l’estensione dell’obbligo di green pass, perché sicuramente tra i non vaccinati ci sono molte persone dubbiose, alle quali va data una spiegazione sull’efficacia del vaccino e dunque un tempo (breve) per adeguarsi. Forse su questo, su una informazione più positiva e meno aggressiva, si poteva e doveva fare di più. Ma se tra qualche settimana la tendenza torna a essere quella di un anno fa, allora senza indugi l’obbligo. Sulle misure rivolgerei adesso più attenzione verso il comparto dello sport, della cultura, dello spettacolo e anche delle discoteche”.

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