Se dovessi scegliere uno fra i tanti eventi che dànno la misura a noi diversamente giovani di quanto il mondo sia cambiato negli ultimi decenni, avrei solo l’imbarazzo della scelta. L’America non sembra più la terra della libertà. La Russia è ancora una minaccia, ma non perché vuole diffondere il comunismo oltre i suoi confini, ma perché vuole allargare direttamente i confini, chissenefrega del comunismo. Le macchine non sono più al nostro servizio, siamo noi gli esecutori dei loro ordini, “svolta alla seconda uscita”, “paga ora” “digita il PIN”, “inserisci la tessera” eccetera.
Ma ci sono anche indizi più frivoli e apparentemente insignificanti, che solo le donne mature possono cogliere, con un senso di smarrimento e di vertigine. A me è capitato qualche giorno fa, in una boutique del centro impegnata nell’ennesimo fuori-tutto per chiusura negozio (l’ultimo caduto della sanguinosa guerra fra il piccolo commercio e i canoni d’affitto esagerati), mentre con altre consorelle dell’Ordine del Prezzo Basso mi aggiravo fra pantaloni e magliette. “Questi jeans non mi stanno bene, no le gambe troppo grosse!” si è lamentata una voce di ragazza. Mi sono voltata in cerca della fanciulla dalle gambe grosse, ma non ho visto nessuno. C’era, sì, una giovane cliente che si rimirava allo specchio, ma era slanciata, longilinea, i suoi arti inferiori erano dritti, affusolati e, ai miei occhi (e a quelli di chiunque nato prima del 1990) indiscutibilmente snelli.
Invece era proprio lei a lagnarsi, lanciando sguardi insoddisfatti alle sue gambe, fasciate da un elegante paio di jeans taglia 40 (lo so perché era l’unica misura rimasta). Ho guardato sconcertata la signora che gestisce il negozio, e lei mi ha ricambiato con un’occhiata rassegnata. Mi è proprio uscito di bocca: “Ai miei tempi quelle erano gambe magre!”. Al che la ragazza si è voltata, e nei suoi occhi ho letto chiaramente la scritta “okay boomer”, anche se io, solo per un anno, appartengo già alla generazione X.
Intendiamoci: non mi sono svegliata adesso, sono anni che si discute dei canoni di bellezza e di magrezza improponibili imposti alle donne, e ultimamente anche ai giovani uomini, non più esentati da ossessioni, disturbi alimentari e illusioni sul magico potere di questo o quell’integratore. Quel che mi ha colpito era il tono della ragazza, addolorato e vergognoso. Come se quelle gambe belle e sane fossero una colpa: bisogna averle filiformi, scheletriche, guai se non vedi la luce fra i due interni-coscia. Devono essere la prova visibile che sei una ragazza che sa disciplinarsi, negarsi il cibo e sfinirsi in palestra per ottenere il corpo richiesto dai media, la moda e, più spietati di tutti, i social. Oggi, ogni giovane donna ha in sé un agente della polizia estetica che la guarda nello specchio con riprovazione e la insulta dandole della cicciona, se ha un grammo in più di carne sulle gambe, se la pancia non è piatta e soda come un tagliere da cucina. La snellezza degli anni Ottanta oggi è considerata antiestetico sovrappeso. Non avrei dovuto dire quella frase alla ragazza arrabbiata con le sue gambe. Scommetto che più tardi ha confidato alle sue amiche: “sapete, oggi in un negozio una vecchia mi ha detto che sono grassa”.
Lia Celi