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I problemi sono ben altri, ma come la mettiamo con il gelato proibito?

A volte i grandi problemi si raggrumano intorno a piccoli, insignificanti dettagli della vita quotidiana, trasformandoli in dilemmi insolubili. Rassicuro il lettore: non mi sto trasformando in una versione riminese del cantore delle “trascurabili infelicità” Francesco Piccolo, sono solo una frequentatrice abituale di gelaterie perplessa che l’emergenza Covid-19 pone di fronte all’enigma del cono. Il cui volume, come diceva il libro di geometria delle elementari, sarebbe area di base per altezza diviso tre; ma per quanto riguarda i coni gelato nell’era del coronavirus la vecchia formula si è maledettamente complicata.

Perché, causa le norme del distanziamento, l’area di base del cono è come minimo quattro metri quadrati per pi-greco, ossia il cerchio di raggio due metri che l’utente del gelato dovrebbe mantenere libero intorno a sé, se vuole abbassarsi la mascherina e leccare in sicurezza, cosa non sempre fattibile in gelateria o nelle sue immediate vicinanze.

Oltretutto dopo le 18 consumare in strada alcunché, gelato compreso, è vietato, quindi l’unica possibilità rimane l’asporto, in vaschette o coppette ben incartate – e questo mette una pietra tombale sulla possibilità di mangiarsi un gelato da passeggio all’ora dell’aperitivo, a meno di non correre verso casa come tedofori olimpici con in mano il cono o il ghiacciolo.

Ora, quando le giornate si accorciano, la temperatura si abbassa e magari piove, come in questo weekend, l’ultima cosa che si vuole è starsene fuori al freddo ingurgitando qualcosa di ancora più freddo, che per di più richiede di sporgere la lingua (anche se nella brutta stagione c’è un indubbio vantaggio: si può sorbire il gelato con tutta calma perché non si scioglie e non cola sulle mani, come succede in estate, quando devi lappare a tutto spiano tipo cane assetato se non vuoi ritrovarti rivoli di crema sugli avambracci e zone limitrofe).

Ma si sa che più qualcosa è proibito più diventa allettante. E per tutti gli amanti della trasgressione, per gli originali a tutti i costi e per i golosi ribelli senza una causa, quelli che a Ferragosto pranzano a cappelletti in brodo e panettone, la pratica più eccitante dell’autunno-inverno 2020 diventerà il cono gelato outdoor dopo le 18, anche se abitualmente preferiscono la coppetta col suo bravo cucchiaino.

Portarsi a casa la vaschetta di gelato con tre o quattro gusti è una cosa bellissima, per carità, ma vuoi mettere con un cono abilmente modellato dalla paletta del gelataio e sormontato da un ciuffo di panna montata? A casa te lo scordi, il ciuffo di panna.

Per non parlare della difficoltà di tenere separati i gusti nella vaschetta: già in frigorifero tendono a contaminarsi reciprocamente, poi ti ci metti tu a pastrocchiare con il cucchiaio da minestra nel vano tentativo di accontentare i commensali: il cioccolato lo vogliono tutti, il pistacchio piace solo a una persona, il tiramisù è sempre troppo vicino al fiordilatte e alla fine tutto è una poltiglia di colore indefinito che per misteriosi motivi sa di variegato al caffè.

Per piacere, niente cori colpevolizzanti della serie “i problemi sono ben altri”. Lo sappiamo tutti. Quello che con la seconda ondata del Covid si sta squagliando non è il gelato, ma la nostra economia. E disgraziatamente si ha l’impressione che chi dovrebbe governare l’emergenza farebbe brutta figura anche come garzone in gelateria.

Lia Celi

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