I promessi sposi, capolavoro sì ma romanzo contemporaneo è forse azzardato…
26 Aprile 2026 / Lia Celi
E io che credevo che, una volta tanto, il ministro dell’Istruzione Valditara ne avesse fatta una giusta. Quale? A costo di giocarmi la simpatia dei miei venticinque lettori, ritenevo appropriata l’indicazione della Commissione ministeriale di spostare la lettura dei Promessi sposi dal biennio al quarto anno delle superiori, in parallelo allo studio della storia del Seicento, epoca in cui si svolge la vicenda, e della letteratura dell’Ottocento, cui il romanzo appartiene.
Ma, a quanto pare, il ministro ha già fatto marcia indietro, ribadendo che i Promessi sposi parla anche ai quindicenni. E Una questione privata di Fenoglio no? E La storia di Elsa Morante no? E Il barone rampante di Calvino no? E Il gattopardo no? E L’amica geniale no?
Osservava opportunamente la Commissione ministeriale: “I Promessi sposi entrano nei programmi scolastici dopo il 1870 come modello di prosa contemporanea da affiancare ai modelli tre e cinquecenteschi. Com’è evidente, non si tratta più di un classico contemporaneo”. Esatto: capolavoro sì, anatomia esattissima del carattere di un popolo e dei rapporti fra le classi sì, pilastro nella storia della lingua italiana sì, i Promessi sposi lo è ancora nel 2026. Ma “contemporaneo” un romanzo ambientato nel 1628 e scritto due secoli dopo, anche no. Perfino i detrattori acerrimi della letteratura del Novecento dovranno ammettere che in Italia negli ultimi duecento anni è stato scritto qualcosa di buono, e magari un po’ più accessibile a ragazzi di quattordici-quindici anni, magari italiani di seconda generazione ai quali l’italo-toscano di Manzoni fa lo stesso effetto che ha su Renzo l’incomprensibile latinorum di don Abbondio.
Eppure, mentre lo scrivo, mi rendo conto che il ministro qualche ragione ce l’ha. Queste similitudini – Renzo, don Abbondio – così calzanti ed efficaci, sono comprensibili a tutti noi (o quasi) proprio perché i Promessi sposi sono entrati nella nostra vita attraverso i programmi scolastici nell’età in cui potevano imprimersi più solidamente nella nostra memoria e nelle nostre emozioni. È la scuola ad averli resi l’unificante “romanzo degli italiani”, popolo frammentato e litigioso fin dal Medioevo, e a fare dei suoi personaggi e di certe frasi (“questo matrimonio non s’ha da fare”, “la sventurata rispose”, “troncare e sopire, sopire e troncare” e via dicendo) un patrimonio di tutti, un “gergo” che migliora e rende più immediata la comprensione reciproca. Gli unici altri casi che mi vengono in mente sono le grandi saghe fantasy o fantascientifiche: quando evochiamo Gollum o Voldemort, Yoda o Thanos, l’interlocutore capisce subito cosa intendiamo, proprio come quando citiamo don Rodrigo o la monaca di Monza. Per questa loro funzione potremmo definirli, in modo un po’ blasfemo, “emoji letterari”.
Declassare i Promessi sposi a lettura come le altre durante il triennio delle superiori, su cui incombono già la maturità e i dubbi del “dopo”, rischierebbe di privare le generazioni future di un corredo di riferimenti suggestivi ed efficaci. Okay, resteranno le popolari saghe di cui sopra. Ma dove lo trovi, in Tolkien, un Azzecca-garbugli pietra di paragone per tutti gli avvocati cavillosi?
Lia Celi