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Il ciuffo di Trump e le corna dello “sciamano”

Se non fosse una pagina drammatica, rivelatrice delle difficoltà della democrazia nell’era digitale, sarebbero quasi divertenti l’ostinazione con cui Trump rifiuta la sconfitta e il connesso assalto al Congresso americano. In queste ore la stampa di tutto il mondo si interroga su cosa sia successo a questo miliardario eccentrico, capace di portare al potere la pancia sofferente del midwest americano. Si parla di narcisismo estremo, di insofferenza per le istituzioni e le loro regole, di fantasia di onnipotenza frustrata, perfino di attacco di follia.

Tutto sommato il profilo psicologico è semplice: 

  1. non posso avere perduto perché sono il migliore ed ho uno smagliante ciuffo arancione in testa, perché io solo posso rappresentare i bisogni di milioni di americani, non certo quella mezza cartuccia di Biden. Solo io so conquistare l’amore del popolo. Sfoggiando la mia ricchezza tengo in vita il sogno americano, mentre la dura legge del capitalismo  spinge le classi medie  verso la soglia della povertà. Pensando ai 75 milioni di americani che hanno scelto Biden, Trump, come il gerarca fascista in Amarcord di Fellini, si chiede: ”Perché, perché vi ostinate a non capire?”. 
  1. Le elezioni sono state truccate perché era l’unico modo di battermi visto che i dati economici sono stati positivi. Diseguaglianze? I nuovi ricchi sapranno dare lavoro ai nuovi poveri. Covid 19? Una influenza appena più contagiosa! 
  1. Cosa farò “dopo”? Certo, potrei curare la mia ricchezza personale, ma che noia, che squallido ritorno al conteggio dei milioni di dollari! La verità è che non c’è nulla di più eccitante dell’esercizio del potere di una nazione o di una Regione o di una città.

In qualche modo, noi italiani, abbiamo già visto questo film con Berlusconi, ma il vecchio Silvio ha un’anima latina, possiede quel pizzico di ironia che gli consente uno sguardo laterale al potere perduto. E sa come passare il suo tempo. 

Un problema, apparentemente diverso, si manifesta in Italia nelle elezioni comunali. 

Il Testo Unico degli Enti Locali ha escluso la possibilità per i Sindaci uscenti di avere un terzo mandato. La norma intende bilanciare i poteri di tipo “presidenziale” introdotti dalla elezione diretta, inserendo un limite di tempo al rapporto “personale” con i cittadini. Alla personificazione del comando che caratterizzava le talvolta infinite carriere del passato, la legge sostituisce l’impersonalità dell’istituzione “Sindaco”. Quindi, più poteri ma entro un limite di mandato. E’ chiaro che la fine del secondo mandato è dolorosa. Lasci cose a metà e non sai se saranno portate a termine, hai cercato di dare un’impronta e temi che essa vada perduta, hai pensato di essere amato ed ora tutto quell’amore si disperde, ecc. ecc. Scatta  quella “personalizzazione” di ciò che hai fatto che comporta eccitazione durante la gestione, ma sofferenza al momento del distacco. E ti fa dimenticare che hai potuto agire grazie a poteri, risorse, strutture organizzative, voti che avevi ottenuto solamente in prestito.

Nei primi anni 2000 balzò alle cronache il caso del Sindaco di Treviso Gentilini che, dopo avere svolto i due mandati, fece eleggere un suo “discepolo” e continuò ad amministrare la città come assessore e vicesindaco. Una cosa umiliante per lui e per il nuovo Sindaco.

Tuttavia alla sofferenza psicologica di chi lascia il potere, si deve aggiungere un problema politico che si nasconde dietro le corna dello “sciamano” sostenitore del “ciuffo” di Trump: fra il Presidente e lo “sciamano”, nella società americana (e non solo quella), domina Twitter, dominano algoritmi, flussi di fake talvolta ingenui, talvolta pilotati. Così nasce il consenso. 

“Cultura”  deriva dal latino “cultus” (coltivato), significa coltivare la mente per comprendere la realtà. Allora è il momento di chiedersi chi produce la cultura di cui si nutre il popolo americano (e non solo quello). Marginalmente consapevoli del problema, gli stessi social media, qua e là, intervengono con forme di censura. Ma non sarà la censura a far ragionare lo “sciamano”. Forse sarebbe ancora utile un “intellettuale collettivo” (Gramsci) se fossimo capaci di costruirne uno. Ma questo è un altro discorso.

Giuseppe Chicchi

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