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Il futuro di Rimini non è la statua di Cesare: pensiamo a terziario, periferie e strutture ricettive

Il confronto sul futuro di Rimini non può essere rappresentato dalla questione, pur nobile nelle intenzioni, della statua di Giulio Cesare. Questione sulla quale mi sono dovuto porre questa ingenua domanda: che differenza c’è fra una copia (quella donata dal Duce nel ‘33) e una copia della copia (quella oggi presente in piazza Tre Martiri, donata alla città dal Rotary nel ‘93)? Si potrebbe aprire qui un dibattito a partire dal famoso saggio di Walter Benjamin del 1935 sulla riproducibilità tecnica delle opere d’arte, ma non credo sia il caso perché abbiamo altro a cui pensare in un post- Covid che ci lascia insieme macerie e opportunità. Allora provo a mettere giù qualche riflessione personale a disposizione dei candidati Sindaci (se ne troveremo).

Terziario. L’arrivo a Rimini del Polo universitario ha dato risultati apprezzabili in termini quantitativi, meno in rapporti con la città. Il sistema pubblico e quello privato avrebbero dovuto investire di più in ricerca, perciò i giovani cervelli fuggono all’estero. Rimini dispone di potenti “motori” come Fiera, Palacongressi, Porto turistico, Teatri e Musei, ecc. , ma questi motori non irradiano attorno a sé processi ad alto contenuto di ricerca. Il nostro terziario resta quello alberghiero, delle tavernette, dei pub e dei chiringuitos, delle professioni liberali, ecc. Tutte cose apprezzabili ma insufficienti a dare a questa città una capacità attrattiva sui “cervelli”. E si può aggiungere che anche la significativa presenza di industrie di livello europeo “irradia” poca ricerca sul territorio.

Bisogna dunque trovare il fiammifero per accendere il fuoco, di legna ce ne sarebbe.

A Nizza, cinquant’anni fa, hanno creato un polo tecnologico, “Sophia-Antipolis”, dove si sono insediati start-up e centri di ricerca in elettronica, telecomunicazione, farmacologia, design, ecc. Si chiama terziario avanzato. Cosa ha attratto a Nizza ricercatori da tutta Europa? Certamente le aree produttive disponibili (2000 ettari), ma anche clima, mare, alloggi confortevoli a buon prezzo accanto ai laboratori. Sarebbe capace Rimini di fare una cosa così? Magari più piccola, ma non come i 2000 mq dell’ex Macello. Magari in accordo con la Repubblica di S.Marino, Il rapporto con la prestigiosa Università di Bologna diventerebbe sicuramente più fecondo se ci provassimo.

Struttura ricettiva. I tanti alberghi di Rimini hanno bisogno di una scossa, il marketing, l’arredo urbano, gli eventi di massa non bastano più. C’è una fascia di strutture ricettive fuori mercato per dimensione, per profilo edilizio, per assenza di parcheggi, per assenza di investimenti, ecc. alla quale occorre dare un futuro, prima che arrivino gli avvoltoi. Sono problemi che le grandi crisi portano alla luce, come con la mucillagine nel ’89, e che non possono essere messi sotto il tappeto. Ne deriverebbe un intervento anticiclico per dare lavoro alle imprese artigiane, trasformando gli hotel obsoleti in una nuova disponibilità di spazi, di volumi, di residenze pubbliche e private; sotto il profilo ambientale, si ridurrebbe il carico antropico “di punta”. Le norme regionali ci sono già, basta tradurle sul territorio.

Poi, a parte alcune eccellenze, c’è una fascia di strutture ricettive che mantiene potenzialità ma che deve rinnovarsi. I titoli sono: carbon free (a proposito di eolico), arredi, design, informatizzazione, lavoro qualificato e regolare, ecc. Emerge anche il tema degli hotel in affitto nei quali si investe poco per ovvie ragioni. Sarebbe assai utile riprendere, in campo turistico, il filo della Legge Fanfani che nel 1948 permise di trasformare migliaia di affittuari agricoli in coltivatori diretti. Un esempio di “debito buono” da suggerire a Draghi.

Periferie. Molto si discute del tema delle periferie urbane. Il PRG di Leonardo Benevolo nel ‘99 aveva lanciato il tema di un rafforzamento degli insediamenti periferici sul modello inglese della “new town”, nuclei abitativi autosufficienti per i servizi di base, compresi quelli sanitari, connessi con il Centro urbano per i servizi superiori. Ne derivarono Peep nuovi o ampliati. Forse anche per l’abolizione dei Consigli di quartiere, questo sviluppo “a rete” non si perfezionò e le periferie rimasero deboli nei servizi e nelle connessioni. Non è mancata però la voglia di partecipare come dimostrano certe vitalità nei Civivo, nei centri anziani, nelle parrocchie, in qualche circolo di partito, nelle associazioni. Mi pare che a tutto ciò manchi la connessione, il “router” che li metta in rete con i luoghi in cui si esercita la forza della democrazia, affinché questa non resti per loro, appunto, periferica. Negli anni ’70 ci fu a Rimini un serio dibattito sul decentramento (l’assessore era Lorenzo Cagnoni) e si evitò la trappola del “decidere molto ma non contare nulla”, puntando sull’espressione di pareri obbligatori piuttosto che sul cambio delle lampadine dei lampioni. Oggi occorre un nuovo progetto partecipativo, che nasca qui e magari diventi un modello nazionale. Per valorizzare le forme associative bisogna mettere in campo figure professionali di “mediatori sociali” in grado di progettare e stabilizzare le relazioni fra centro e periferia. Sono cose che hanno un costo elevato, ma chi governa deve mettere i soldi pubblici dove può crescere la partecipazione: è l’investimento migliore.

Giuseppe Chicchi

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