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Il governo di Nessuno

Anche se dubito che i lettori fossero in pensiero, ci tengo a dire che un così lungo intervallo fra questo e il precedente mio articolo è dipeso da due fattori: l’intestardirmi a voler aspettare l’avvento del governo legaiol-grullino, sommato all’eccesso di creduloneria verso le litanie televisive che ogni sera lo davano oramai per fatto. Fossero quelle garbatamente sciorinate da Giorgetti, l’unico capataz leghista che mentre parla non ti stupisci che non abbia lo stuzziacadenti in bocca; o le altre, intonate a turno dall’impettito Toninelli (che ti verrebbe di chiamare “Tontinelli” per l’incocalita fissità dello sguardo) e dalla “sbirulina” Giulia Grillo, entrambi bravissimi a recitare la filastrocca del «contratto per il governo del cambiamento» che la “Casaleggio Associati” ha fatto imparare a memoria ai suoi sottoposti.

Non che siano mancati appassionanti quiz nazional-popolari in queste ultime settimane: «Chi vincerà “Ballando con le stelle”? Chi accompagnerà Meghan all’altare, dato che il di lei padre si finge malato perché non ce lo vogliono? Chi vincerà lo scudetto? Andrà in “Champions League” la Lazio o l’Inter? Chi sarà il prossimo a uscire dalla “Casa del Grande Fratello?”». Grillini e leghisti hanno però avuto l’indubbio merito di aggiungervi due altri tormentoni di loro esclusiva creazione: «Avrà l’Italia per Presidente del Consiglio un “perenne ridolini” quale Di Maio o uno con l’aria da bullo e la parlata sborona di Salvini? Riusciranno quei due a riesumare dalla notte dei tempi un vecchio trombone stonato per farne l’euroscettico ministro dell’economia?»

Poiché nessuno dei due voleva rinunciare a favore dell’altro, alla fine Di Maio e Salvini non hanno potuto far altro che designare a premier quel tal Giuseppe Conte, al cui confronto perfino Carneade risulterebbe avere la notorietà di una star, nonostante il mezzo chilo di curriculum – meno cinquanta grammi di taroccamento – pomposamente esibito dal grigio professorone. Il quale ieri, essendosi Mattarella rassegnato a conferirgli l’incarico dopo molti tentennamenti, ha finalmente potuto varcare il portone del Quirinale, dove era giunto in taxi. Se fosse ancora fra noi il grande Fortebraccio, si può star certi che avrebbe così aggiornato la sua celebre battuta su Cariglia: «S’è aperta la portiera e dall’auto non è sceso nessuno: era Giuseppe Conte».

Uscendo dal colloquio, il futuro premier grillino ha impreziosito una professorale lagna ai giornalisti con la comica gradassata di quel «Sarò l’avvocato difensore del popolo». Bisogna capirlo: non poteva esimersi dal lasciarsi andare pure lui a una minchiata, proprio nel giorno in cui, a Palermo, il grillino Presidente della Camera si faceva fotografare mentre ascoltava l’Inno d’Italia con le mani in tasca; e il “grillino d’assalto” Di Battista, col sostegno del babbo neo-fascista, aggrediva il Presidente della Repubblica col suo teppismo verbale.

Prima di Conte, per la verità, Di Maio aveva tentato di proporre un altro suo sconosciuto gregario, il Professor Andrea Roventini. Ma quando Salvini ha saputo trattarsi di un “economista keynesiano” s’è messo a urlare come un ossesso che lui avrebbe impedito con ogni mezzo di far diventare capo del governo un immigrato del Kenia.

Personalmente ho sempre ritenuto il governo legaiol-grullino (vedi corsivo del 29 aprile) coerente col risultato elettorale del 4 marzo, oltre che il solo praticamente possibile; beccandomi per questo, su Chiamamicitta.it, prima le dotte “rampogne politiche” di Chicchi Giuseppe, poi il colto sarcasmo di Chicchi Rudens.

Non mi stupirei se qualcuno volesse per questo annoverarmi fra gli «esponenti del PD che esultano per la formazione di un governo avversario», come ha stigmatizzato Emma Petitti sulla stampa. Emma si sbaglia, scambiando per esultanza il sommesso sospiro di sollievo della stragrande maggioranza degli iscritti nel veder rientrato un pericolo che avrebbe spinto tanti di loro a restituire la tessera (solo io ne conosco una trentina a Rimini). Un pericolo nato dalla balzana idea di “andare a vedere le carte” allorché Di Maio s’è inventato la barzelletta del “secondo forno”, quale espediente per forzare Salvini a farsi dare il via libera da Berlusconi.

Una tentazione, quella, da cui non fu immune qualche prestigioso maggiorente del PD, sia pur con una “dignità di riflessione” distante anni luce dall’imbarazzante farneticare della macchietta Emiliano, che giorni fa ha dichiarato: «Ho letto il programma di governo Lega-M5S e l’avrei sottoscritto dalla prima all’ultima clausola».

Appena qualche gradino più sotto, in quanto a indecenza, si colloca l’esternazione del Segretario Generale della CGIL (lei vuol farsi chiamare al maschile): «Questo governo parla al nostro mondo».

Avete dunque capito? Intenerisce il cuore del Signor Segretario Camusso l’alleanza di governo fra il partito italiano a maggior tasso di xenofobia e un movimento che, in molti suoi tratti, ricorda la fase d’incubazione del fascismo. Un governo che, non a caso, suscita in Europa l’entusiasmo di fascisti quali Orban e la Le Pen, nonché in America quello di Steve Bannon, il guru del losco figuro che oggi siede alla Casa Bianca. Un governo il cui programma solidarizza con la delinquenza No-Tav, si propone di affamare non solo Taranto chiudendo l’ILVA e minaccia di lasciar morire in mare gli immigrati. Un governo che mutuerà dal ventennio fascista sia il “sostegno a prescindere” di parlamentari prigionieri del reintrodotto “vincolo di mandato”, sia il doversi sottoporre al vaglio censorio di un Comitato di Conciliazione, gemello del Gran Consiglio del Fascismo.

«Stiamo scrivendo la storia», ha ripetutamente gongolato Di Maio. Ma sarebbe forse meglio se, anziché “scrivere la storia”, imparasse a scrivere in italiano e a non far ridere quando tratta di economia, vista la “supercazzola” di tognazziana memoria cui s’è lasciato andare nella veste di prossimo ministro allo sviluppo economico: «Se i soldi che hai li cominci a investire hai i soldi anche per finanziare le altre misure dopo, perchè crei sviluppo economico che consente più gettito allo Stato per avere soldi».

Chiudo con due annotazioni locali.

La prima: sui campi nomadi il “contratto” firmato anche da Salvini prevede le stesse soluzioni che si stanno approntando a Rimini e che hanno fatto “andar via di testa” i comitati manovrati dal zuccardo legaiolo immigrato dal Lombardo-Veneto in Consiglio Comunale. Avrebbe detto mio nonno: “Adesso come la mettiamo, i miei pataca?”

La seconda: dicono che il leghista Pecci abbia mugugnato per questa investitura di Conte alla guida della squadra di governo: “Ma non era meglio Allegri, o al limite Spalletti?”

Post Scriptum. Al momento di inviare l’articolo in redazione, le agenzie diffondono la notizia che «voci dal Colle lasciano trapelare l’insofferenza del Quirinale per le pressioni sui nomi dei ministri da parte di Lega e Cinquestelle, ribadendo l’inammissibilità di diktat nei confronti del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce ad entrambi».

Vuoi vedere che ho scritto per niente?

Nando Piccari

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