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Il Pd ha perso, occorre una nuova stagione

L’esito delle elezioni politiche lascia pochi spazi ad interpretazioni fantasiose. Il centrodestra ha vinto, il centrosinistra ha perso. Fratelli d’Italia ha vinto, il Partito Democratico ha perso. Poco importa se il risultato di Giorgia Meloni è avvenuto in buona parte cannibalizzando la Lega di Salvini che crolla sotto il 10%. Alla fine il centrodestra guadagna solo 136mila voti rispetto al 2018. I 5Stelle hanno dimezzato i voti di cinque anni fa. Ma possono ugualmente esultare per la rimonta durante la campagna elettorale rispetto a sondaggi, che davano il movimento di Grillo sotto il 10%. Il centro di Renzi-Calenda non sfonda e si ferma alla somma aritmetica dei due partitini (Italia Viva e Azione). Il Pd ha perso un milione di voti rispetto al 2018, consensi acquisiti dalle varie formazioni nate nel frattempo dalle scissioni. Questi i numeri.

Poi c’è la politica. Il centrosinistra ha perso per carenza di alleanze. Inutile mettere sotto processo il sistema elettorale (non si è voluto riformarlo quando si poteva). È un sistema elettorale fatto per impedire a chi non si allea di vincere le elezioni. Un sistema contro il movimento 5stelle che nel passato non faceva alleanze. In realtà il campo largo auspicato da Enrico Letta è stato sistematicamente boicottato, da dentro il Pd e da fuori, con una serie di veti incrociati  compresa la scissione provocata da Di Maio per mettere in crisi i 5Stelle. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Conte ha tolto la fiducia a Draghi e Lega e Forza Italia hanno portato il paese ad elezioni anticipate. Come rappresaglia il Pd ha rotto la possibile alleanza con i 5Stelle per trovare un accordo con Calenda, poi saltato dalla sera alla mattina. Sembrava quasi che nessuno volesse allearsi a sinistra per sperare comunque in una paralisi al Senato come nel 2018. Il centrodestra si è coalizzato e ha vinto. Ora vediamo se sono in grado di governare

Andrea Gnassi eletto nel proporzionale alla Camera dei Deputati

La chiusura della campagna elettorale del candidato Andrea Gnassi è stata una parata di sindaci di altre città: Gori di Bergamo, Nardella di Firenze, Ricci di Pesaro, De Caro di Bari, poi Bonaccini e i dirigenti locali. L’obiettivo era chiaro. Sostenere un loro collega e dimostrare che solo i sindaci o gli ex (da poco) potevano ribaltare i risultati elettorali. Le urne hanno sconfessato questa linea, facendo diventare un gigante il leghista Jacopo Morrone da Forlì, inviso da molti dei suoi che speravano in una sua sconfitta. Morrone ha vinto in tutti i comuni della provincia compreso quello di Rimini. Da vittima a eroe del centrodestra. Un vero capolavoro del centrosinistra. E dire che Gnassi le aveva provate tutte. Compreso l’oscuramento del simbolo del Pd dalla sua campagna elettorale e invitato a votare solo Andrea Gnassi sulla scheda. Il risultato è stato un piccolo recupero di poco più del 2% tra Camera e Senato. Troppo poco per le ambizioni di partenza.

Matteo Lepore sindaco di Bologna

Annoto che tra i presenti alla chiusura a Rimini vi erano alcuni pronti oggi per la successione a Letta. Non solo Bonaccini che si allena da anni, ma anche Matteo Ricci sindaco di Pesaro, Antonio Decaro sindaco di Bari e lo stesso Dario Nardella da Firenze. Tutti ci stanno pensando. Mi auguro una soluzione diversa.

Ora si deve ripartire. Non dai sindaci, non dalle città, non da Gnassi come ho letto in questi giorni. Si deve ripartire dal Pd dalle sue politiche, dai punti di riferimento ideali e culturali e se può essere riformato. Il tempo a disposizione c’è, ma evitiamo di fare un congresso sui nomi. Non serve a nessuno.

Il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha auspicato per il Pd “un partito laburista e democratico, perché è attraverso il lavoro che si riducono le diseguaglianze”. Concordo. Uno degli errori commessi è la tanta attenzione che abbiamo dato ai diritti civili e molta meno attenzione ai diritti sociali. Occorre recuperare una capacità di lettura a partire dal lavoro. E’ nel mondo del lavoro che nasce la preoccupazione per il futuro, i bassi salari e l’inflazione che aumentano le famiglie nella soglia di povertà. L’altro aspetto è la scuola, che va presa sul serio. Insomma, penso che il Pd debba essere visto senza equivoci come un partito progressista di sinistra e non un contenitore buono per tutte le stagioni. Dobbiamo dare voce a disoccupati, casalinghe, giovani che si affacciano alla vita lavorativa, under 35. Figure non garantite, non iscritte ad associazioni o corpi intermedi, e quindi sfiduciate: a loro la politica non parla. Buona parte di queste fascie di popolazione non è andata a votare. Il congresso dovrebbe chiarire tutto questo oltre ad un profondo rinnovamento dei gruppi dirigenti. Ma forse la mia è solo utopia.

Ps: Valentina Cuppi, presidente nazionale del Pd e sindaco di Marzabotto non è stata eletta. Era stata messa terza nel listino. Inutile parlare di presenza femminile e di antifascismo se poi ci comportiamo in questo modo.

Maurizio Melucci

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