Il voto è un diritto, ma noi abbiamo il dovere di difenderlo, prima di tutto esercitandolo
22 Marzo 2026 / Lia Celi
Quando la mia rubrica esce in una domenica elettorale, devo sempre essere cauta per non lasciarmi scappare nulla che possa influenzare i lettori-elettori. Non mi pesa essere corretta, ma allo stesso tempo mi sembra presuntuoso supporre di avere tutto quel potere sull’opinione pubblica, che quando si tratta di referendum quasi sempre è già polarizzata prima ancora che venga fissata la data della consultazione. Ma posso suggerire, anzi, raccomandare di andare a votare – sì, no, scheda bianca, e magari anche annullando la scheda, con o senza proverbiale fetta di salame corredata dalla scritta “magnatevi pure questa”, un classico della Prima repubblica che si è rivelato, ahimé, intramontabile.
Il voto è un diritto, ma noi abbiamo il dovere di difenderlo, prima di tutto esercitandolo, quando l’attualità ci mostra che questo diritto non è inalienabile e la democrazia non la si conquista mai una volta per tutte. Anche il Paese che per quasi un secolo si è presentato orgogliosamente come il baluardo della libertà e il primo esportatore della democrazia, gli Stati Uniti, “we, the People, ecc. ecc.”, sta scivolando giorno dopo giorno verso qualcosa di simile a una dittatura, la versione politica del narcisismo patologico.
Le autocrazie nel mondo sono tante, forti e aggressive, e la loro comune bestia nera è l’Europa, per il suo “anacronistico” attaccamento ai valori del pluralismo, alla difesa delle minoranze, alla separazione dei poteri, e per la sua riluttanza ad accettare supinamente la legge del più forte e del più ricco. Per forza sembriamo più incerti e tentennanti di chi scatena una guerra perché gli gira così, senza chiedere niente a nessuno. Che poi, gli autocrati 3.0, a differenza dei loro antecedenti novecenteschi, di destra o di sinistra, non si sentono tenuti a fare almeno qualche “cosa buona” che migliori concretamente le condizioni del loro popolo, se non altro per guadagnarne il consenso. Arricchiscono solo se stessi e i loro ricchissimi amici, ignorando le difficoltà delle famiglie e la disperazione dei giovani, cui danno in cambio solo la gretta soddisfazione di vedere chi è ancora più debole – il migrante – cacciato e discriminato.
C’è anche chi vorrebbe realizzare questo modello anche in Italia, sovvenzionato sotterraneamente dall’internazionale autocratica che da tempo appoggia i movimenti sovranisti in tutta Europa, dalla tedesca Afd al Reform UK di Nigel Farage. Non diamogli una mano mostrandogli che il voto democratico è qualcosa di cui possiamo fare a meno, e che preferiamo non essere interpellati sulle leggi che ci riguardano. Che ci piacciano Meloni o Schlein, Nordio o Gratteri, tiriamo fuori la tessera elettorale da quel cassetto, e andiamo a votare, seriamente, come se fosse l’ultima volta. Con questi chiari di luna, possiamo davvero essere sicuri al cento per cento che non lo sarà davvero?
Lia Celi