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In Italia non facciamo più bambini. Però li quereliamo

Guardiamola dal lato positivo: meno male che la Valmarecchia non è negli Stati Uniti. Altrimenti il bambino di dieci anni che per recuperare il suo pallone è entrato da una finestra aperta in una casa disabitata non se la sarebbe cavata (si fa per dire) con una denuncia, ma si sarebbe beccato come minimo una pistolettata.

Giusto così si riesce ad alleviare l’indignazione e lo sbalordimento per un episodio che non fa certo onore alla Romagna «terra dell’ospitalità», specie alle soglie della regione turistica: davvero ospitale e accogliente una terra dove si denuncia per «invasione di edifici» un bambino di quarta elementare che si intrufola in una casa deserta per riprendersi un giocattolo, e lo si convoca in lacrime alla Procura dei minori di Bologna. Passi per il vicino che, sentendo rumori sospetti all’interno dell’immobile, ha avvertito il proprietario – anzi, magari ce ne fossero di più, di vicini che insospettiti dal fracasso nelle abitazioni altrui avessero tanta fretta di dare l’allarme: forse si sventerebbero molti episodi di violenza domestica. E invece no: la maggior parte dei vicini, quando sentono venire dalla casa accanto urla, pianti e frastuono di mobili rotti, alzano le spalle e pensano che l’amore non è bello se non è litigarello e che in ultima analisi non sono fatti loro.

Dicevo, passi per il vicino. Ma del proprietario, che quando scopre che si tratta di un bambinetto in cerca del pallone (e anche se fosse entrato a cercare della marmellata, via) anziché fargli una paternale – il classico «te lo buco quel pallone» – lo denuncia per invasione di immobili, senza essere nemmeno sfiorato dal dubbio di essere non solo inumano, ma anche infinitamente ridicolo, cosa possiamo dire?

Che il Gigante egoista della favola di Oscar Wilde al suo confronto era Maria Montessori, certo. Ma non basta. Nelle infanzie di tutti quelli che oggi hanno una certa età c’è un’invasione di proprietà altrui, dal giardino dove si andava di nascosto a spogliare il ciliegio, al vecchio rudere dove ci si infilava per giocare a nascondino, al parcheggio deserto teatro di partite clandestine di calcio. Finché a un certo punto appariva il proprietario, che era quasi sempre un vecchio o una vecchia (o almeno a noi bambini sembrava sempre vecchio o vecchia: magari aveva quarant’anni) che brandiva un bastone, un badile o una scopa, urlando improperi per lo più in dialetto e minacciando di denunciarci ai nostri genitori o «ai carabinieri».

Scappare ridendo inseguiti dal vecchio/vecchia rappresentava un buon trenta per cento del divertimento. Ma per quanto quel vecchio/vecchia fosse intollerante, o avesse perfino ragione, non si sarebbe mai sognato di adire per davvero le vie legali contro dei bambini. Era troppo cosciente di sé per farlo. Sapeva di essere parte del grande gioco della vita, ieri era lui il bambino che scappava con le ciliegie rubate, oggi deve fare la parte del cattivo, i ragazzi sono ragazzi, così è sempre andato il mondo.

L’adulto di oggi, invece, eccolo qua: denuncia, forze dell’ordine, carte bollate, tribunali, contro un bambino che rivoleva solo il suo pallone. Ma il vero bambino è lui, accecato dal senso di proprietà tanto da scavalcare i limiti della ragione e della sensatezza, che a una certa età dovrebbero essere ben più invalicabili del davanzale di una finestra aperta. Degno abitante di un Paese dove ai pochi bambini che ci sono si proibisce di giocare nei cortili dei condomini in cui abitano, e la presenza di un bebè nello stesso scompartimento ferroviario è considerata la più tormentosa delle iatture. Lo stesso Paese che si domanda come mai non si facciano più figli.

Lia Celi

(Nell’immagine in apertura, illustrazione da: “Le avventure di Pinocchio, storia di un burattino”, Carlo Collodi, Bemporad & figlio, Firenze 1902 (Disegno di Carlo Chiostri e A. Bongini)

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