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Inchiesta: il FEMMINISMO a Rimini raccontato dalle protagoniste / 1. Nives Vaselli.

Di recente anche in relazione al ’68 e le sue tante e non sempre autentiche celebrazioni si riparla di femminismo. Inizia con questa prima narrazione, da chi l’ha vissuta tutta sul nostro territorio con impegno, seppure senza esibirne il merito, un’inchiesta sul femminismo a Rimini e dintorni. A partire dai primi anni ’70, poiché prima non ce ne era traccia, per noi femministe (sono dichiaratamente di parte e a buon diritto mi ci metto dentro) quegli anni hanno tracciato una linea di demarcazione sui diritti civili e l’emancipazione femminile: il ’78 (dieci anni dopo il ’68) in Italia è entrata in vigore la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, la grande svolta laica dopo la vittoria sul divorzio per la quale abbiamo perfino supposto l’indipendenza dal Vaticano fosse oramai irreversibile.

Dopo secoli di speculazioni morali ed economiche sulle sofferenza delle donne, il nostro Stato ha finalmente legalizzato e regolamentato, per prevenire, controllare, evitare rischi di morte, l’aborto volontario e terapeutico con una legge. In Italia è stata la principale conquista di diritto civile che si è guadagnata duramente più della metà della popolazione e che ancora va difesa, dopo 40 anni dalla sua promulgazione dai troppi medici obiettori, per introdurre pratiche più evolute e meno invasive (aborto farmacologico, pillola del giorno dopo), dalle aggressioni degli integralisti che intendono fare della loro fede la legge per tutti.

Nives Vaselli è over (non diciamo di quanto) ma solo che ha vissuto a tutto tondo e intensamente quegli anni. Ha cominciato con quella che oggi si definirebbe una laurea breve in scienze sociali (Magistero di Urbino, ’71) poi un percorso esemplare per studi (laurea in Scienze sociali a Urbino e master in Sessuologia clinica a Firenze), con relativa carriera professionale. Ha dunque lavorato per decenni a stretto contatto con il percorso di cambiamento delle donne: la domanda (i movimenti femministi), l’offerta (i servizi socio-sanitari e le leggi).

E’ tra le poche che da Rimini e dintorni è stata davvero protagonista di ogni conquista e che ha il diritto di parlarne. Non da intellettuale (solamente), sebbene le sue tesi universitarie siano capisaldi da pubblicare (da affidare per consultazione alla Biblioteca di Rimini, Riccione o Cattolica, decida lei), non da operatrice e formatrice, attiva e competente (solamente), non da animale sociale mai sposata, tra fidanzati, nipoti e tante amiche come non si è mai visto (solamente)… ma di tutto questo insieme, alla luce della lunga esperienza vissuta sul campo: sanitario, umano e politico.

Deontologicamente parlando con correttezza, ma mai distante e asettica, ha affrontato momenti difficili, quando tuttavia non c’erano ordini di scuderia capaci di demotivare un patto e una scelta politica fatta tra donne. Diciamolo una buona volta, visto che attualmente perlopiù va diversamente – la competitività ha più spesso il sopravvento – che quella strana roba complice, solidale e trasversale, e forse irripetibile si chiamava “sorellanza”.

NIVES: “Manu, sai che sono pigra a scrivere e se non lo fai tu, difficilmente ne resterà traccia, però credo sia importante dire qualcosa ai giovani, maschi e femmine, anche per prevenire la violenza sulle donne, la grande tragedia di questi anni. Si deve tentare di affermare l’autostima e il rispetto per la differenza femminile. Noi dobbiamo saper richiamare il loro interesse. Non si può disperdere lo spirito ideale che ha responsabilizzato e fatto crescere un Paese intero, casomai oggi è ora di fare un nuovo salto di qualità. Noi che abbiamo vissuto quell’epoca sappiamo bene che se non fosse stato per le donne, l’Italia sarebbe rimasta arretrata, anche economicamente, oltre che succube del Vaticano. Il ’68 aveva preparato l’humus, ma i compagni del movimento studentesco, notoriamente, non lasciavano spazio alle ragazze, relegate ad “angeli del ciclostile”, per cui eravamo leggermente agguerrite. Così dai primi anni ’70 ci siamo improvvisamente sentite padrone di noi stesse, con passione e il divertimento (anche) nel sovvertire regole arcaiche e irrispettose della nostra differente identità… non uguale ripeto, come ancora sento dire da chi non sa. Si è liberata la ribellione al potere maschile, anche dei medici, lo dico perché nella sanità pubblica, dove ho sempre lavorato, era ben radicato. I Consultori pubblici hanno significato anche questo, poiché con la concretezza dei servizi aperti e dedicati per lo più gestiti da donne che ne riconoscevano i bisogni, hanno contribuito a sostenere l’unica e grande rivoluzione culturale nonviolenta del ‘900, il femminismo appunto.”

Nives Vaselli con Gabriella Moretti (sorella di Walter) durante una manifestazione femminista nel libro prodotto dall’Unità per l’anniversario della scomparsa di Enrico Berlinguer. Collana Documenti, 1985. Direttore Emanuele Macaluso

Con le tue tesi oltre che con la prassi nel lavoro, tu Nives sei una delle poche vere e continuative depositarie di quell’esperienza, cosa ha significato per te durante, e cosa ha lasciato alle generazioni di donne che ne sono seguite?

NIVES: “Ha contraddistinto tutta la mia vita, ma forse anche un po’ per caso… Da Cattolica erano nelle Marche i nostri riferimenti scolastici. La mia famiglia, madre democristiana e padre socialista, era avvezza a “faticare” anche con il lavoro estivo e stagionale, già nel boom del turismo famigliare degli anni ‘60. Così mi ero diplomata alle magistrali di Pesaro e subito avevo frequentato il corso per assistente sociale a Urbino perché la laurea all’epoca era riservata ai ricchi o ai genietti, per noi del popolo. Si cominciava a parlare di riforma del diritto di famiglia, controllo delle nascite, sessualità femminile, riforma sanitaria e consultorio ed io avevo fatto la mia prima tesi su “I movimenti di liberazione della donna nell’opinione pubblica italiana”, mentre per la successiva laurea in Scienze Sociali è stata concentrata sul Consultorio, la sua nascita e lo sviluppo coi dati statistici di affluenza e l’analisi delle richieste che ci provenivano.

L’aria di femminismo in Italia si era cominciata ad avvertire in ritardo rispetto agli altri paesi europei come Inghilterra e Francia, gli Usa, dove i figli dei fiori ne erano stati precursori. Noi ci siamo ritrovate soprattutto contro la solita perbenista ipocrisia nostrana: il controllo delle nascite, la voglia di ribellione ai destini già segnati, col passaggio dall’autorità dal padre padrone a quella del marito padrone, i doveri scritti erano matrimonio e figli. In virtù delle leggi fasciste ancora in vigore l’adulterio, il delitto d’onore e l’aborto era un delitto contro la stirpe. Cattolici e anche no, sapevamo tutti che l’aborto clandestino era il metodo più diffuso e classista nel controllo delle nascite: per le benestanti i raschiamenti avvenivano nelle cliniche private o da ginecologi e ostetriche compiacenti, coi cucchiai d’oro che arricchivano, mentre causava la morte con ferri da calza infilati in utero, o decotti al prezzemolo alle donne più povere.”

Nives Vaselli con Bersani

Sei diventata assistente sociale con la tesi che indagava il movimento d’opinione che avrebbe rivoluzionato l’assetto sociale italiano e questo ti ha aperto strade per allora non proprio scontate…

NIVES: “Sì, in effetti l’assistenza sociale era all’epoca pressoché monopolizzata dai cattolici… a Rimini la scuola era presso una sede della Diocesi, in Via Cairoli, nell’edificio ora intitolato ad Alberto Marvelli. Nel ’75 ho vinto il concorso in Sanità a Rimini (che non si chiamava ancora Ausl) che lì davanti al Tempio Malatestiano insieme al Comune di Rimini, stava mettendo in atto il primo vero screening sulla salute femminile, con il pap-test. A proposito di influenze religiose e perbenismo, neppure nelle anamnesi, nei precedenti della loro storia sanitaria le utenti riuscivano a dirlo a noi operatrici: nessuna aveva mai avuto un aborto. Mentre sapevamo tutti quanti ce ne fossero in Italia. E dire che erano quelli gli anni dalle autodenunce dei radicali, ricordo Adele Faccio, Emma Bonino, i medici volontari che si autoaccusavano per disobbedienza civile e richiamare l’attenzione, come ora succede per l’eutanasia.”

Le manifestazioni oceaniche, gli slogan aggressivi “tremate tremante le streghe son tornate, o l’utero e mio e decido io” perché furono necessari? Fu anche la riforma del diritto di famiglia a dare la spinta al cambiamento?

NIVES: “Sì, entrò in vigore nel ’75 e diede una svolta stabilendo nuovi diritti di uomo e donna, fondamentale l’aver sancito il primato dei figli, rispetto ai due contendenti. Non dimentichiamo che prima di allora la moglie aveva un ruolo assolutamente subordinato all’uomo: l’adulterio della moglie era punito in quanto reato, la patria potestà era esclusivamente del padre, la donna doveva seguire per legge il marito ovunque, etc. Il femminismo in giro per l’Italia stava nascendo appunto intorno al diritto alla procreazione responsabile, dunque sulla libera scelta di avere un figlio. L’Aied e il Movimento di Liberazione della Donna, i collettivi di selfhelp. Prima del ’74 neppure la contraccezione era ammessa, i medici prescrivevano la pillola solamente per regolamentare il ciclo.”

Stiamo finendo il 2018, a quarant’anni dall’approvazione della legge 194, che ha sancito la legalizzazione, e il diritto di decidere della donna di avere o non avere un figlio, una decisione epocale, presa insieme da Dc e Pci…

NIVES: “Sì, quando è stata approvata, eravamo incredule che questi due partiti insieme fossero stati capaci di produrre una legge che ci è parsa sostanzialmente buona, seppure con due punti deboli, subito chiari e prevedibili per noi: le minorenni e l’obiezione, se si voleva davvero sconfiggere l’aborto clandestino sarebbe dovuta essere migliorata. Infatti uno dei referendum abrogativi che ne sono seguiti era rivolto a questo, ma poi abbiamo capito che se si fosse toccata, sarebbe stato in termini peggiorativi. I primi tempi del Consultorio non c’era ancora la legge quando ci veniva posto il problema dalle utenti non potevamo che dare gli indirizzi di Londra. Poi a Rimini ci fu il processo per direttissima al dott. Montanari denunciato da una di noi, Maura Sensoli che era moglie di Sergio Semprini, entrambi dipendenti del Consorzio Socio-Sanitario. Lei era andata “in camuffa” da questo medico notissimo poiché lui (come altri) ne eseguiva di clandestini a pagamento sia prima che dopo la legge, soprattutto alle donne borghesi che non volevano si sapesse. Lei lo ha denunciato, e noi tutte con lei in tribunale. Ai tempi le cliniche private si arricchivano sul proibizionismo. E le nostre azioni dovevano essere anche plateali per lasciare il segno. Prima dell’entrata in vigore della legge c’erano i gruppi di controinformazione e anche a Rimini selfhelp autogestiti da psicologhe e infermiere dei collettivi femministi, uno dei quali era gestito da Natalina. Il Cisa, federato anch’esso ai radicali, praticava aborti in ogni capoluogo di regione, con riferimenti telefonici nelle varie città col metodo Karman, meno doloroso e invasivo; mentre l’unico usato dai medici era il raschiamento sotto anestesia totale. Si manifestava anche così il potere consolidato dei medici. I nostri rapporti con l’Ospedale di Rimini dove tutti erano obiettori è stato difficile, fin dall’inizio, dovevamo inviare le pazienti in altri ospedali, da Cattolica a Novafeltria e quando è stato appositamente assunto un medico non obiettore per le interruzioni, i gruppi pro-life tra i quali la Papa Giovanni XXIII con le loro preghiere manifestavano e accoglievano le donne nei giorni previsti all’interruzione di gravidanza all’entrata dell’ospedale e solo perché le donne si sono opposte nel farli entrare. Noi tentavamo di proteggere le utenti del servizio pubblico che usufruivano della legge 194 da ulteriori ingiuste colpevolizzazioni, non è stato sempre facile.”

Situazioni impegnative. Allora forse puoi correggere anche qualche leggerezza (colletto inamidato con fiocco o non sul grembiule dalle Maestre Pie) che si è sentita e/o un falso storico (Udi femminista) che ultimamente è stato accreditato alla mostra di Fabio Bruschi che dal ’68 si è avventurato nel femminismo al Museo di Rimini?

NIVES: “L’Unione Donne Italiane aveva una sede e spesso ci incontravamo lì, insieme. Era definito il movimento femminile del Pci, loro stesse non si sono mai considerate femministe, anzi c’era una dialettica vivace con le ragazze del Movimento delle donne, Lotta Continua, Manifesto, le radicali, i collettivi, molto più bellicose e decise. Seppure fin dal dopoguerra le donne partigiane dell’Udi avessero posto dei principi di eguaglianza ai compagni comunisti, e se a Roma e Bologna nascevano la Casa delle Donne, la provincia rossa rispondeva con un certo ritardo alle rivendicazioni delle donne. Fu il successo del No al Referendum nel ’74 che la Dc di Fanfani, certi di vincerlo, aveva indetto per l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini (socialista e radicale l’uno e repubblicano l’altro, non scordiamo) sul Divorzio, promulgata nel ’70 a riempirci di entusiasmo. La vittoria era stata di tutta la sinistra indubitabilmente e anche noi donne ci sentimmo più forti. In quel periodo Franco Micucci segretario cittadino di Cattolica, poi diventato sindaco negli anni ’90, ha voluto iscrivermi al Pci. Fu da lì che il partito convocò noi operatori alle Frattocchie per prepararci alla nuova legge di riforma del diritto di famiglia. La ricordo come un’ottima esperienza professionale: i docenti erano tra i più prestigiosi nel campo, lo trovai molto formativo e ne fui grata, per cui accrebbi la mia convinzione di appartenenza al Pci. La riforma diede la svolta più significativa alla parità dei diritti. A quei tempi la politica era ritenuta formazione culturale. E questo nonostante le dirigenti nel Pci, poche e relegate al ruolo di responsabili della commissione femminile, dovessero rassicurare gli uomini della segreteria, mentre noi ragazze anni settanta ci sentivamo arruolate alla “nostra” politica: quella per quale dettavamo noi gli obiettivi.”

Le donne vicine al Pci a Rimini, e che facevano i primi passi nei ruoli sempre esclusivamente maschili (non ricordo nessuna segretario, mentre dal ’77 io sono stata la prima segretaria a Rimini del Partito Radicale) erano in maggioranza, e anche se non tutte sceglievano di partecipare alle lotte delle donne, il movimento e le manifestazioni erano trasversali e di grande aggregazione

NIVES: “Si trattava di una inevitabile esplosione di gioia di vivere, di occasioni continue per ritrovarci, non solamente per le nuove conquiste, ma c’era allegria nel vestire, la musica, il teatro, insomma la creatività in genere era parte di noi e del nostro quotidiano. Non stavamo mai sole. Le manifestazioni a Roma erano la normalità (nella foto Nives nel libro su Berlinguer, Unità Ed.‘85). E a Rimini incontri e discussioni erano sempre su obiettivi comuni e concreti. La sede era un rudere sui giardini in piazza Teatini dove ora c’è l’Università, all’epoca data in uso all’Udi. Ricordo Gianna Bisagni, ora siamo insieme nella Spi, Grazia Nardi mi pare per il Manifesto, Diana Abbondanza ed altre di Lotta Continua, tu Manu, già radicale che rompevi sui diritti civili di tutti, gay compresi, e tante altre: Sandra, Anna, Natalina, Gabriella, Mariolina, Angela, etc., difficile ricordarsi nomi e cognomi. Donne colte e agguerrite. Era l’esplosione dell’intelligenza irriverente, e i collettivi femministi erano i più creativi e variegati. Il Movimento di Liberazione della Donna era considerato quello più libero e incisivo, perché federato al Partito Radicale che su divorzio e aborto, ma anche obiezione di coscienza totale antimilitarista, il voto ai diciottenni, su tutti i diritti civili manteneva il suo ruolo apripista.

Il consultorio di Rimini non fu tra i primi ad essere istituito, era già il ’78, l’anno in cui la legge 194 entrò in vigore… come mai?

NIVES: “Doveva essere un luogo di consultazione appunto, istituito per legge sulla salute delle donne e dei bambini, aperto e gratuito per tutti anche per chi non aveva mutua (la copertura mutualistica era collegata al lavoro). E finalmente veniva affrontata la contraccezione e la maternità, o non la volontà di maternità. Eravamo un po’ in ritardo rispetto ad altre realtà, anche se imparammo a gestirlo con umanità e riservatezza, garantendo alle utenti una decisione libera come voleva la legge, con ginecologi, sociologa, psicologi, assistente sociale… un bel gruppo di lavoro. Roberto Galli, Luciano Tosato, Agnese Marchetti, Lucy Belloni, per un po’ Paola Valcamonici (di recente scomparsa) e Damiana di Biagio. Clara Signori, una delle rare donne con ruolo nel Pci, divenne da subito presidente del Consorzio Socio-sanitario, anticipando la riforma sanitaria. Lei era un po’ rigida e tentava di mediare la gestione assembleare, almeno all’inizio. Molte donne, anche non ufficializzate dai partiti ne facevano parte. Veniva loro riconosciuto il diritto di criticare e proporre. Chi lo direbbe che gli anni, questi, in cui la sinistra parla tanto di democrazia partecipata, sono surclassati dalla capacità di apertura e confronto di allora, 40 anni fa, epoca nella quale chi dettava legge erano Dc e Pci? Un servizio gratuito rivolto ai veri bisogni, con modalità poco burocratiche, anche per le donne straniere e i loro bambini, che ora mi dicono non è più quello dei migliori anni. Ora il clima è differente e i servizi si pagano.”

Io ricordo quando nei primi anni ’90 don Oreste Benzi… che io avevo incontrato più volte, ovviamente contrapposto, anche sull’antiproibizionismo dalle droghe… in un difficilissimo convegno voluto dalla Direzione Sanitaria Ausl, tentò di imporre ancora la propria volontà di acquisire per la sua comunità uno spazio di promozione contro l’interruzione di gravidanza le cui immagini terrorifiche di feti erano peraltro nei corridoi del reparto di ostetricia della struttura pubblica, non appena avevamo un attimo di distrazione. Erano gli anni in cui le pazienti in attesa di abortire erano punite, spesso abbandonate e destinate in camere con altre che avevano appena partorito. Impedimmo unite con decisione che una fede religiosa introducesse adepti nella struttura sanitaria pubblica. La 194 è una legge dello Stato (1978 – 2018) e le strutture pubbliche sono laiche.

Grazie tante cara Nives per tutto ciò che hai dato, in termini di amicizia ed empatia, e hai fatto professionalmente per tante donne. La mia chiosa è che la scelta di diventare (o no) madri, è il primo dei diritti per una persona di genere femminile, poiché ne rappresenta ed esalta la differente identità. Poter decidere col proprio bagaglio culturale, se e quando mettere al mondo una nuova vita alla quale dedicarsi totalmente e per sempre, è una libertà pesante, originale e non delegabile ad altri. Per fortuna e purtroppo.

 

Manuela Fabbri

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