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Insieme contro il populismo

Si era via via creata nel nostro Paese l’atmosfera inquieta della “disaffezione”, con il rischio di trasformarla in un sentimento d’inconciliabilità tra i desideri e i bisogni, i sogni e la vita. Ci si misurava con le circostanze, le affrontavamo più o meno consapevoli della difficoltà di superarle, ed era un sentire che lentamente si apparentava alla rassegnazione. Il Paese, insomma, non era ancora ammalato dall’inutilità di avere dei progetti, di “nutrire fiducia”, per dir così, all’italiana.

In anni più recenti quello stato d’animo cominciò ad attraversare questioni che, prolungandosi in forme stringenti, rappresentavano un volto più drastico della realtà. Già si parlava addirittura di una “guerra invisibile”, di una “civiltà in crisi”, di una “psicologia e di un costume ormai mentali”.

E’ difficile dire quanto tutto ciò perdurasse nella sensazione che una crisi politica, economica, ideologica, esistenziale – che vistosamente smarriva l’identità nazionale sopraffatta da un’idea imprecisa d’incredulità – ci consegnasse senza accorgercene alla filosofia sedativa di Oliver Cromwell secondo cui “nessuno va tanto lontano come chi non sa dove sta andando”. Poteva sembrare un tentativo di screditare il sospetto che non ci fosse più nulla da credere, da desiderare e da fare. Tanto che risale da quei giorni la tentazione di citare, seppure nella sua inconfrontabile dimensione storica, l’invito rivolto ai genitori dal giovane partigiano Giacomo Ulivi, ormai prossimo alla sua condanna, con una lettera in cui scriveva “… e non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere: pensate che tutto è successo perché non ne avevate più voluto sapere”.

Si farà vivo un egoismo che rinfocolerà il suo modo di pensare, di sentire e di fare: mi riferisco a quell’11 settembre del 2001, chiamato delle “Torri gemelle”, di cui non si coglierà il senso profondo, fino a nascondere quell’emozione nella stiva della memoria. Solo dopo la comparsa del terrorismo islamista si capirà ciò che quell’evento voleva comunicarci; sommando alla crisi economica un’altra ondata di pessimismo, in cui le questioni sociali più gravi conosceranno nuove, e ancor più diffuse, sofferenze.

E’ un segno che non usciremo indenni da una più concreta visione della realtà e, a proposito della razionalità del reale, colpisce la frase inedita e coraggiosa di papa Francesco quando dice, senza scandalizzare nessuno, che “la realtà viene prima anche di una buona idea”.

Si induriscono insomma le ragioni per le quali vale la pena di credere nella vita in cui esistiamo, e non è possibile non essere ciò che si pensa, si sceglie e infine si fa. Un segnale del cambiamento sta nella percezione di ciò che ogni giorno, di fronte a un problema che investe la comunità nazionale, si rivela anche in una debole cognizione della responsabilità. La triste questione dell’indifferenza – peggio, della sfiducia e dei disamori – mostra che non è del tutto estinto il gusto di desiderare, di volere e di battersi per qualcosa che non sia solo l’interesse angusto del giorno per giorno. Mosso da un sentimento di responsabilità etico-politica c’è chi rivendica il bisogno di riformare la società nei suoi aspetti più gravi; e ciò accade in un Paese dove l’indebolirsi della distinzione tra maggioranza e minoranza rischia di separare l’unità politica per far posto a ruoli pregiudizialmente oppositivi, prescindendo dal valore inscindibile e irrinunciabile del confronto. Ma quasi naturalmente si era creata una sorta di fittizia realtà reclamando il diritto di agire da un angolo del partito, vivendolo con un’altra anima, e un’altra intelligenza, senza tenere in conto la premessa della dialettica democratica, che passa attraverso il confronto, e persino lo scontro, tra opinioni diverse. Queste diversità non stanno nel difendere prerogative metafisiche, né filosofiche né algoritmiche, cioè dimensioni non commensurabili e tangibili, ma nel mettere a confronto il diritto di pensare in un altro modo senza per questo sottoporre a un senso di precarietà e irresolutezza un Paese che ha già molti e spesso non deboli motivi per dubitare del rigore della politica e del suo operare.

Era una comune, incontestabile questione quella di ricominciare a occuparsi di un patrimonio che appartiene al diritto di gestirlo accettando che tutto, di volta in volta, possa essere o diventare diverso. Va da sé che compito della politica, in democrazia, è di esercitare la responsabilità perché anche la più innocente modalità ideologica non prevalga su realtà e trasparenza.

E qui mi riconosco interamente in ciò che sul Corriere della Sera scrive Michele Salvati: ”Non mi stupisce il successo dei populisti quando le cose vanno male e avviene ovunque che un’ampia parte degli elettori ceda alle lusinghe di chi propone rimedi drastici e illusori”. E aggiunge: “Mi meravigliano i conflitti delle élite politiche, il loro guelfo-ghibellismo, l’incapacità di unirsi di fronte a gravi emergenze. Se è così, anche le riforme migliori rischiano di fallire”. So di non giovare minimamente alla salda reputazione di Gianni Cuperlo, e lo cito non per intrappolare qualche lettore come se ventilassi la fantasiosa ubiquità di un leader autorevole che, rimanendo risolutamente a sinistra, le aggiunge l’esplicitazione anche culturale della sua identità partitica, che invita tutti a “non evocare tragedie”; nella convinzione che “se il sentiero è stretto – dice Cuperlo – lo percorro nell’idea che aiuti a ridurre le distanze e ad unire”.

Vado chiedendomi come l’energia profusa con due croci in gara per un sì o un no, valutando il costo non solo politico di una scelta perché l’uno perda, oppure l’altro non vinca, ripagherebbe un’Italia che aspira al legittimo successo del cambiamento giovandosi di un ragionato riformismo governativo. Con il rischio di favorire, certo non volendolo, la vittoria del populismo.

Se oggi, con una condivisibile lettura dei mutamenti in atto, s’intendesse un cambiamento del “governo delle riforme”, come l’ha chiamato Obama, correrebbe un rischio la stessa sopravvivenza della sinistra.

Mentre l’Europa vive una seria crisi politica, se le si aggiungesse un grave aiuto al demagogismo potrebbe diventare plausibile l’ipotesi di una riesumata, disaggregante rifondazione, che con la scomparsa dell’Ulivo era già costata la perdita di almeno un ventennio, con il risultato di una Terza Repubblica privata della non augurabile sorte che sta toccando, in Spagna, a una sinistra socialista che, dopo l’ennesimo voto, si fa generosamente da parte, fino a dover vivere la marginalità di uno storico prestigio.

Ecco perché andrebbe condivisa un’oggettiva, coraggiosa ed efficace rivisitazione dei problemi ancora risolvibili, con la concreta partecipazione dello stesso governo. Tutto in nome di un ritrovato, comune orgoglio politico e civico, e del riconquistato ascolto internazionale del nostro non più spaesato Paese.

Non percepire – ma ne dubito fortemente perché una politica democratica ha sempre una sua intelligenza o sottostimare una realtà come quella presente – non essendo la Gran Bretagna che lascia il campo, né la Spagna che trova una soluzione per dare un senso, anche così, alla politica, significherebbe negare all’Italia la strada per ricercare la sua stabilità per dar forza non solo a un governo, che c’è già, ma a una sinistra che, altrimenti, temo pagherebbe duramente le sue contraddizioni.

Rimarrei comunque dell’idea che “insieme” è la parola più preziosa e nobile della politica, quindi del suo pensiero, del suo civismo e della sua responsabilità.

Sergio Zavoli

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