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Lucio Gobbi, giovane economista riminese: “Nella manovra del governo pochissimi investimenti e nulla per i giovani”

Lucio Gobbi, da poco hai conquistato il dottorato in Economics and Managment all’Università di Trento dopo esserti laureato con lode in Bocconi; al momento sei professore a contratto all’Università di Verona, da qualche anno un ruolo nel consiglio di amministrazione di Italian Exibition Group (Fiera di Rimini & co.), ma con fidanzata e casa a Roma.

Si tratta di un talento naturale per la movimentazione che ti deriva dal padre Lino ferroviere? Non ti pesa per nulla stare sempre sui treni? Giovane e gran lavoratore, un ragazzo prodigio ma umile e disponibile che si interessa di politica senza cavalcarla: è la scuola comunista di famiglia che ti ha dato questo rigore e anche lo spessore umano?

«In effetti devo dire che una buona metà del mio stipendio lo devolvo a Trenitalia. Lo faccio sempre con piacere, sarà che ogni volta che passa un capotreno penso a tutti i ferrovieri con i quali si è intrecciata la mia vita. Certamente in casa mia si è sempre data importanza allo studio e all’approfondimento, quest’attenzione però deriva più da mia mamma che da altri componenti la famiglia. Ad ogni modo a Rimini non sono certamente l’unico che prova a fare dello studio una professione e un progetto di vita, tra i miei amici più stretti penso a Niccolò Cavalli che si sta dottorando in sociologia a Oxford e a Davide Vittori che si dottorerà a breve in scienze politiche alla Luiss, ma come loro ce ne sono tanti per fortuna. Sulla politica ti devo correggere, provai a “cavalcarla” (ndr. candidato del Pd, nelle ultime regionali non fu tra i prescelti) ma non ci furono le condizioni, ad oggi il mio ruolo politico cerco di interpretarlo nelle associazioni, come sostenitore del Partito Democratico e anche amministratore dell’Italian Exibition Group, una bella realtà che crea ricchezza e opportunità alla nostra città».

Della bella realtà che tra non molto da Rimini decolla sui mercati azionari, quotandosi in borsa, che puoi dirmi?

«Se mi permetti, ti do una risposta un po’ secca, perché ne sono molto convinto: in una società in fase di quotazione parlano solamente il presidente e l’amministratore delegato. Dunque io me ne sto ben zitto».

Sei in totale disaccordo sulla recente manovra economica del governo: soprattutto perché economista o perché del Pd? Cosa trovi ci sia di peggio e di più grave?

«Si, non condivo minimamente l’impostazione data alla manovra. I motivi sono sia tecnici che politici. Dal punto di vista tecnico, vedo tante spese correnti e troppo pochi investimenti di cui il Paese avrebbe invece grande necessità. Dal punto di vista politico, perché è una manovra che non considera i giovani, ma rende ancora più precario il loro futuro. Per giunta, indebitando generazioni su generazioni».

Rispetto al debito pubblico, anche con Renzi era un bel po’ cresciuto a forza di bonus e prebende, no? 

«In realtà negli anni del governo Renzi ci sono stati una stabilizzazione del debito, un trend migliore sul deficit e provvedimenti come il pacchetto “industria 4.0” che andavano nella direzione di una maggiore crescita. Lasciami però dire che questa discussione sui decimali e sul deficit non mi appassiona, il deficit a 2.4 è nel breve periodo sostenibile. Quello che trovo totalmente fuori dal mondo è la dinamica di creazione del consenso. Lo stato di guerra che Salvini e Di Maio hanno instaurato con le istituzioni italiane ed europee crea consenso interno al governo, più che i timori sul deficit, mentre gli investitori e i mercati sono spaventati da queste dichiarazioni. Il conseguente aumento degli interessi sul debito sta costando allo Stato tanti miliardi: ed io questo lo definirei un costo della politica a scapito dei cittadini. Famiglie e imprese vedranno presto peggiorate le condizioni di accesso al credito e ciò non può che incidere negativamente sull’andamento economico. A quale fine? Proprio nessuno… se non aumentare il consenso demagogico e populista di chi non decodifica le dinamiche economiche. La cosa più singolare sta nel fatto che si tratta della prima volta in cui un Governo in carica riesce a rapinare letteralmente gli italiani, ma a detta dei sondaggi, senza pagarla in disaffezione dell’elettorato di riferimento. E’ infatti chiaro che l’Italia non uscirà mai dall’euro, che i migranti continuano ad arrivare con regolarità con costi di gestione che non diminuiranno, e che i proclami contro l’Europa non porteranno a niente se non ad alimentare fughe di capitali e a farci pagare vagonate di miliardi pubblici. Un abbaglio collettivo senza precedenti».

Dopo il 4 marzo eri tra coloro i quali hanno sostenuto che sarebbe stato necessario il Pd si sedesse al tavolo coi 5 Stelle. Che ragionasse o almeno ascoltasse e casomai si richiamasse al ruolo del Capo dello Stato per evitare a tutti i costi il loro sodalizio con la Lega. Il quale sodalizio si è dimostrato come pensavi, o perfino peggio? 

«Nel momento in cui le trattative tra Lega e 5 Stelle si arenarono ero e sono ancora convinto si dovesse cercare un dialogo politico con i 5 Stelle. Non ci presentammo neppure all’incontro con Fico e non fummo in grado di sfidare politicamente i 5 Stelle. Volevo evitare che si formasse questa perversa alleanza, anche se ciò avesse dovuto implicare una perdita di consenso per il Pd. Devo dire che il governo è anche peggio di come me lo aspettassi, i 5 Stelle sono stati “mangiati” dalla retorica della Lega. Mi spaventano molto le forme di razzismo come i casi di Lodi, le dichiarazioni sui negozi etnici, l’accanimento contro il modello di accoglienza di Riace… e chi più ne ha più ne metta, senza limiti né confini alla chiusura degli spazi aperti di democrazia».

Cosa pensi del reddito di cittadinanza? Aiuterà davvero a contenere diseguaglianze e povertà vecchie e nuove?

«Non sarò mai contro un provvedimento che destini delle risorse agli ultimi. Non penso però che la modalità di erogazione di queste risorse sia ben pensata. Sono convinto che ci siano tanti bisogni sociali insoddisfatti a cui si potrebbe destinare chi percepisce il cosiddetto reddito di cittadinanza. Provo a fare un esempio semplice semplice: io vivo a Roma, dove le zone cosiddette degradate abbondano e quando cala il buio, sono poche le persone, soprattutto donne, che si sentono sicure nell’attraversarle. Il semplice presidio pacifico e animato di queste zone potrebbe fare aumentare il senso di sicurezza reale e percepita dei cittadini. Più in generale, penso che il reddito di cittadinanza debba essere associato a una forma di servizio civile, almeno fino a che i centri per l’impiego e la formazione non saranno all’altezza del compito».

Parliamo delle pensioni cosiddette d’oro e la loro riduzione proposta dal Governo. Perché dici che la Corte Costituzionale la casserà, mentre così non sarebbe se fosse “spalmata”, come il contributo che aveva istituito il Governo Letta? 

«C’è un’area non piccola di quel mondo che vede nella spesa per le pensioni il male da sanare. Ed è disposta a tutto pur di ribilanciare la spesa pensionistica che in Italia è alta, vero, ed è un portato della Guerra Fredda che nessuno ci sconterà. La legge Fornero avrebbe sanato questa situazione nel tempo, mentre la riforma che stanno per varare cerca di minare il suo impianto: sono convinto anche io che sia un male per la tenuta dei conti pubblici (aspetto il testo definitivo votato dal Parlamento, a quanto pare la famigerata quota 100 si porterà dietro ingenti tagli agli assegni pensionistici…). Quello che contesto a chi vuole ribilanciare la spesa in tempi rapidi sono tre questioni: la prima è che per quanto mi riguarda il patto che uno Stato stipula con un cittadino in merito al trattamento pensionistico non debba poter essere modificabile unilateralmente, se non in casi di emergenza nazionale. Un cittadino ha fatto una scelta di vita (smettere di lavorare e magari garantire mutui a figli e nipoti) a determinate condizioni, cambiarne i termini vuol dire destabilizzare e creare non pochi problemi sia ai pensionati che al sistema bancario. Secondo, se il principio è l’adeguamento al contributivo deve valere per tutti e non solo per i redditi alti, personalmente non sarei d’accordo a un tale provvedimento per le motivazioni suddette. Terzo, se il principio è ridurre la diseguaglianza non devi aumentare la tassazione solo sui pensionati, ma su tutte le persone che percepiscono un reddito superiore a una data soglia… Per quanto riguarda la Corte Costituzionale, senza entrare nei tecnicismi, rilevo che ha bocciato di recente una proposta simile all’ipotesi di Di Maio, mentre potrebbe non bocciare l’ipotesi Salvini. Staremo a vedere che succede».

In passato hai contribuito insieme ad altri giovani colleghi collaboratori universitari ai documenti economici degli ex “giovani turchi” tra i quali Martina e Orlando. Hai sostenuto tuttavia il Sì al referendum e la candidatura di Renzi alla segreteria: che vuol dire? 

«I “giovani turchi” erano dei giovani dirigenti del PD che si opponevano alla formazione del governo Monti. Mi avvicinai a quell’area e penso ancora fosse stata una scelta giusta. Nel tempo i “turchi” si spaccarono e secondo me fecero un grave errore… Ho sostenuto il referendum perché ritenevo migliorasse l’impianto Costituzionale, sanando i non pochi problemi nati con la riforma Bassanini. Abbiamo perso una battaglia, ma è una riforma che sosterrei ancora. Per quanto riguarda il mio sostegno a Renzi, in vista delle imminenti elezioni lo ritenevo il leader più carismatico del Pd. Visti i risultati di LeU non penso che Orlando avrebbe avuto un maggior consenso. Sul congresso attuale non mi sento di prendere posizione, ancora non ho capito quanti sono i candidati in campo. Spero in una discussione franca e centrata sui bisogni del Paese. Ma dico anche che se si prospetta una lotta in cui addirittura ci sono i candidati delle sottocorrenti, io non voterò alle primarie».

A Roma hai lavorato con Radicali Italiani per la privatizzazione dell’Atac “il referendum fantasma” come viene chiamato a causa della scarsa informazione che c’è stata e c’è: la messa a mercato del servizio di mobilità pubblica disastrato che si celebrerà prestissimo, domenica 11 novembre. Ci spieghi cosa sta facendo il Pd a Roma? Lo sostiene o lo ignora per non sbilanciarsi? Farà in modo si raggiunga il quorum? Che tipo di opposizione riesce a fare alla Raggi, dunque anche a una componente del Governo? Sta giocando col fuoco come ha fatto con Marino? 

«Ho dato una mano ai Radicali a raccogliere le firme. Lo stato in cui versa Atac è un’indecenza, un’azienda piena di debiti che regolarmente pagano i cittadini romani e saltuariamente i cittadini italiani. Un servizio pubblico inadeguato a una capitale a vocazione turistica, autobus che esplodono e nessuno che paghi il biglietto… Penso ci voglia una scossa. Il referendum è consultivo e serve ad aprire una discussione. La palla sarà sempre in mano alla politica, mettere a gara il servizio di trasporto pubblico, attribuendolo per bando, con le regole del mercato comprovabili in esperienza e convenienza costi/qualità a una o più aziende, sotto il diretto controllo del Comune di Roma, mi sembra un buon percorso. Soprattutto di garanzia sull’efficienza del servizio per i cittadini. Una soluzione va trovata: Atac è di fatto fallita, non vorrei che dopo l’agonia arrivi un nuovo monopolista con logiche poco chiare. Frequento poco il Pd romano, penso abbia lasciato libertà di voto. Non contesto la scelta purché inviti ad andare a votare. Credo soprattutto che sia importante il ruolo che il Pd avrà, essendoci davvero, nella discussione che si aprirà dopo il referendum. Sull’abbandono di Ignazio Marino, col senno di poi, credo che in pochi possano definirla una scelta saggia, tanto per usare un eufemismo. Direi che il non aver sostenuto il proprio sindaco ha significato aprire al “grillismo reale” della Raggi».

Pur provenendo da una famiglia “comunista”, come tu la definisci, collabori coi Radicali, sei ambientalista e quelle rare volte che sei a Rimini partecipi al Gruppo “Per la Sostenibilità”, aperto, del e intorno al Pd, e sei perfino tra i fondatori dell’associazione Basta Plastica in Mare. Potremmo forse ricavarne che ti piacciono le aperture e le differenze e che preferiresti l’inclusione che ha ispirato Veltroni quando ha fondato il Pd? Invece tu, classe 1987, ti ritrovi in un partito le cui correnti non si placano. Come ci ha detto Nadia Urbinati, questo lo fa assomigliare più a uno solo dei genitori (cioè la Dc)?

«Dici bene, sono nato nell’87, per fortuna troppo giovane per avere esperienza della Dc. Penso però che se nel Pd non cessa la guerra interna permanente, sarà qualcun’altro a sostituire questo governo fallimentare che non arriverà a fine legislatura. Si, sono un ambientalista ma non un fondamentalista. L’aps Basta Plastica in Mare è un bel progetto, ho aderito perché lo ritengo un obiettivo importante per il territorio sia in termini ambientali che turistici. Le due cose non sono in opposizione e penso che la città di Rimini sia un bel banco di prova, così come è accaduto sulle fogne e per la chiusura degli scarichi a mare che l’amministrazione Gnassi sta terminando di realizzare. La lotta all’abuso e alla dispersione di plastica in mare può diventare un altro esempio nazionale di pratica virtuosa sulla quale Rimini saprà eccellere, ne sono certo: non può che essere così per vocazione e per i grandi numeri che movimentiamo. Se entriamo in gioco noi lasciamo il segno, non siamo la realtà turistica di un’isola. Dipenderà molto dalle proposte che sapremo mettere in campo e dalla capacità di coinvolgere le istituzioni e gli operatori turistici, ma penso anche che l’associazione sia ben attrezzata per farlo».

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