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“Dammi una mano”, lo sceneggiatore riminese Terlizzi racconta il suo ultimo film

Scrivere è molto difficile. Quando, però, quello che scrivi viene apprezzato dalla critica e dal pubblico, la soddisfazione cresce in maniera esponenziale. Deve essere stato così per il riminese Vincenzo Terlizzi (classe 1968), giornalista, addetto stampa della Provincia di Rimini, ma anche e soprattutto scrittore e sceneggiatore di grande talento. L’ultima fatica di Terlizzi riguarda la sceneggiatura del film ‘Dammi una mano‘, che verrà proiettato giovedì 22 e venerdì 23 dicembre alle ore 21, al Multiplex Le Befane di Rimini.

Terlizzi, quando ha scoperto l’amore per la scrittura?

Risale ai tempi dell’Università e, in particolare, ad un periodo molto difficile della mia vita, coincidente con un problema di salute. Credo che, almeno all’inizio, il mio amore per la scrittura sia scaturito da un forte desiderio di fuga dalla realtà e forse, non a caso, si è concretizzato nella composizione di storie nere e dell’assurdo, nella fattispecie un romanzo e una manciata di racconti”.

Ha mai pensato di abbandonare il suo lavoro da addetto stampa per dedicarsi anima e corpo alla scrittura?

Francamente l’idea di concentrarmi totalmente nella scrittura e abbandonare il mio lavoro non mi ha mai sfiorato, un po’ perché mi piace quello che faccio per vivere e un po’ perché dedicarsi alla professione di scrittore, a mio parere, richiede una qualità che io non ho mai avuto, ovvero quella di promuovere se stessi. Sono piuttosto schivo da questo punto di vista, preferisco stare nell’ombra, come i personaggi inquietanti dei miei primi lavori (sogghigna, n.d.r)”.

Quanti racconti ha realizzato fino a questo momento?

Per quanto riguarda la narrativa sono stati pubblicati tre racconti, ‘L’Esecuzione’, ‘La torre’ e ‘La gabbia’, e un romanzo, ‘Il Manichino e le streghe’. Per il teatro, invece, ho scritto ‘Rumore’, un copione per lo spettacolo ‘Campanelli’, andato in scena al Grattacielo di Rimini. Infine, per il cinema ho scritto tre cortometraggi: ‘Un uomo felice’ e ‘Movimenti minimi‘, entrambi con Michele Bertelli, e ‘Nel mio castello, la Bellezza’ con Alessio Fattori. Infine, il lungometraggio ‘Dammi una mano’, insieme alla regista Raffaella Covino”.

Terlizzi, qual è l’ingrediente giusto per rendere una sceneggiatura interessante?

Partendo dal presupposto che ogni storia, anche la più banale, può trasformarsi in un buon film, è fondamentale la qualità della scrittura, intesa come qualità della struttura della narrazione, della costruzione dei personaggi, della ricerca di un ritmo e di uno stile uniformi. In una parola, bisogna studiare tanto e padroneggiare gli strumenti del mestiere. Bisogna conoscere la storia che si vuole scrivere e i suoi personaggi come, e forse meglio, di quanto conosciamo noi stessi”.

Secondo lei, la bravura di certi attori può rendere interessante una storia mediocre? Oppure se la storia è ottima può avere successo comunque, indipendentemente dal cast stellare?

“Non credo. Un film è il prodotto di un lavoro di squadra e la sceneggiatura, per fare un esempio, è solo un semilavorato. Nel cinema è sufficiente un pessimo fonico per decretare un flop”.

Mi parli del film “Dammi una mano”, di che cosa parla?

Questo film nasce dalla determinazione e dalla tenacia della regista, la perugina Raffaella Covino, che è un rullo compressore in gonnella: voleva fare questo film, e a dispetto di un budget irrisorio e delle tante difficoltà che accompagnano imprese come questa, c’è riuscita con risultati forse al di sopra delle aspettative. Ha anche convinto un amante dell’horror come me a scrivere una commedia al femminile. Quella che narra Dammi una mano è una storia di caduta e rinascita, una vicenda che ha a che fare con un concetto oggi particolarmente in voga, quello di resilienza. È inoltre una storia che esalta i valori dell’amicizia e della solidarietà”.

Delle sue opere, a quale è rimasto più affezionato?

Sì, la sceneggiatura del lungometraggio ‘L’Esecuzione’, tratta da un mio racconto omonimo. Questa resta la mia opera più riuscita, geometrica nella sua compiutezza, ma anche una sorta di testamento letterario”.

L’arte della scrittura si può imparare strada facendo o è un talento innato?

Borges o Philip Roth si nasce. Ma noi mortali, tutti, possiamo diventare dei bravi professionisti della scrittura, a patto di studiare con passione, leggere tanto e guardare tanto cinema e serie tv, oggi la forma di narrazione più interessante e innovativa, a mio avviso”.

Nicola Luccarelli

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