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Invece del covid sarà debellata la febbre del sabato sera

«Cubista, cubista, come balli tu io non ho ballato mai»: la citazione da «Fossi figo» di Elio e le Storie Tese – struggente, a suo modo – sorge spontanea alla notizia della morte di Renato Ricci, il tycoon del divertimento in Riviera negli anni d’oro.

Ma sarebbe il caso di chiamarlo il Picasso delle discoteche, perché se il grande Pablo negli anni Dieci del ‘900 inventò il cubismo, Ricci negli anni Ottanta ha inventato le cubiste. Non perturbanti demoiselles d’Avignon con gli occhi storti e il naso ribaltato, ma conturbanti danzatrici dai corpi perfetti e molto scoperti, che ballano solitarie su grandi cubi per «scaldare» l’atmosfera sulla pista.

Figuriamoci se anche quest’idea – semplice, efficace e «virale» quando ancora l’aggettivo era limitato alle brutte malattie – non veniva in mente a un romagnolo. A dire il vero non è una vera e propria «invenzione» – i go-go dancers ambosessi impazzavano negli Usa fin dagli anni Sessanta – ma una versione più essenziale e, in un certo senso, asettica dell’originale americano: la cubista danza in cima a un cubo che la rende distante e intoccabile, come una specie di idolo o di feticcio, l’incarnazione dello spirito della discoteca, un luogo in cui si balla tutti insieme ma in fondo si è soli, ognuno isolato nel frastuono pulsante, dove può solo ballare senza comunicare.

Ricci ha lanciato le cubiste, ci ha pensato la dura realtà ad appesantire il concetto con corollari sgradevoli: i pagamenti spesso in nero, la mancanza di rispetto da parte di datori di lavoro, agenzie e avventori delle discoteche, perfino la gelosia a volte violenta di ragazze indispettite dalle occhiate vogliose che i loro partner lanciano ai lati B delle sinuose sirene sul cubo. Che di giorno sono per lo più studentesse o giovani lavoratrici con tasse universitarie e affitti da pagare, o bambini piccoli da mantenere, come la «Regina del Celebrità» cantata da Max Pezzali.

Uso il presente, anche se le cubiste, così come le piste da ballo affollate, sembrano fare parte di un lontano passato. Green pass o no, le discoteche restano ancora chiuse dopo un anno e mezzo di pandemia e per ora non si vedono spiragli di luce nel mondo della notte. E in questo senso la scomparsa di Renato Ricci, il patron di due fra i più celebri locali della riviera, il Pineta di Milano Marittima e il Pascià di Riccione, sembra suggellare il tramonto di un mondo che non tornerà mai più, almeno non come l’abbiamo conosciuto e come Ricci aveva contribuito a costruirlo.

Anche se forse la discoteca post-pandemia dovrà ripartire proprio dalle sue profetiche cubiste, che in tempi non sospetti soddisfacevano il primo requisito anti-contagio: il distanziamento sociale. Non stupirebbe se il Comitato tecnico-scientifico avesse allo studio una soluzione «cubista» per tornare a divertirsi in sicurezza.

I gestori delle discoteche dovranno disporre sul dancefloor dei cubi accuratamente collocati a due metri l’uno dall’altro. L’avventore ne prenota uno e ci balla da solo anche fino all’alba, se vuole, con un drone che gli porta da bere quel che ha ordinato al bar via cellulare. Ma forse se non beve è meglio, visto che non sarà così agevole andare e venire dalle toilette quando tutte le volte devi scendere e salire da un cubo. Il rischio è che l’unica malattia a venire debellata non sia il Covid, ma la febbre del sabato sera. Speriamo che Renato Ricci e Gianni Fabbri, ora riuniti, illuminano le menti di politici e gestori di locali.

Lia Celi

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