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La ballata di Buster Scruggs, un film da Oscar che si può vedere sul divano

La rassegna cinematografica di Chiamamicittà.it che vi accompagnerà fino alla notte degli Oscar del 24 febbraio continua, dopo La Favorita  e Green Book, con La ballata di Buster Scruggs dei Fratelli Coen, presentato in anteprima a Venezia, e poi diffuso su Netflix a partire dal 16 novembre 2018.

Insieme a Roma di Cuaron, la pellicola dei Fratelli Coen rappresenta la vera novità di questa edizione degli Oscar, in quanto entrambe sono le prime produzioni Netflix a varcare la soglia dell’Academy, che tante critiche ha riservato in passato alla piattaforma streaming.

A complicare ulteriormente le cose sono le numerosissime Nomination che queste due opere hanno ottenuto, e quindi probabilmente il 24 febbraio vedremo salire più volte sul palco queste due produzioni di fronte a tutti i mostri sacri del cinema americano. Roma – un film di fronte al quale l’intelligenza dell’Academy non ha potuto che tributare il ruolo di favorito – ne ha ottenute addirittura 10, e La ballata di Buster Scruggs ben 3.

Ma veniamo alla trama. Il film è diviso in 6 storie indipendenti ambientate in un leggendario Far West, dove si alternano pistoleri canterini, uomini di spettacolo, cercatori d’oro e carovane in viaggio. Dopo Il grinta (2010), i Fratelli Coen tornano a fare i conti con il genere western, proponendo sei cortometraggi che danno vita a un mosaico aberrante, ironico e scanzonato in linea con l’inconfondibile stile che li ha caratterizzati – e che ha fatto scuola a registi ormai altrettanto riconosciuti come ad esempio Martin McDonagh.

È impossibile non innamorarsi dei “tipi” creati dai Coen (primo fra tutti, appunto, Buster Scruggs), tuttavia il disegno d’insieme che ne emerge è davvero troppo sconclusionato per potersi fare un’idea precisa. L’alternarsi di momenti grotteschi e surreali a sequenze più cupe e malinconiche (l’episodio con Liam Neeson su tutti) lasciano in bocca un sapore difficilmente definibile, che finisce per acuire la fame dello spettatore – tanto fumo e poco arrosto, potremmo dire, con un’immagine culinaria: il virtuosismo tecnico sfoggiato dai due fratelli è infatti al limite della perfezione, tuttavia non è accompagnato da un soggetto della stessa caratura.

Ne emerge, anche grazie ad una buona sceneggiatura, un film piacevole che però non va mai oltre la dimensione della mera godibilità – come invece facevano ad esempio Fargo (1996) e Non è un paese per vecchi (2007).

Per quanto riguarda il TotoOscar, non avendo ricevuto Nomination particolarmente “prestigiose”, credo che il film abbia ottime possibilità di portare a casa sia Migliori costumi che Migliore canzone con When a Cowboy Trades His Spurs for Wings (musica e testi di David Rawlings e Gillian Welch); invece, per quanto riguarda Miglior sceneggiatura non originale, già premiata a Venezia, credo che i Fratelli Coen non riusciranno a fare il bis.

Edoardo Bassetti

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