HomeLia CeliLa favola bella dell’IA è meno bella di quel che crediamo, ma sicuramente è una favola

Sono sempre di più le voci che mettono in guardia dall’eccessiva fiducia nell'intelligenza artificiale


La favola bella dell’IA è meno bella di quel che crediamo, ma sicuramente è una favola


15 Marzo 2026 / Lia Celi

“Diagnosi complesse ed esami più brevi: l’intelligenza artificiale cambia la sanità in Romagna”: così titolava ieri un giornale locale. Più in basso riportava un dato scoraggiante: per una visita “urgente” nella sanità pubblica l’attesa può essere di 490 giorni. Problema e soluzione nella stessa pagina, insomma: ai ritardi e alle file che affliggono gli utenti del sistema sanitario nazionale non si risponde con maggiori investimenti e assunzione di nuovo personale, ma con l’IA, che permette di mandare a casa anche parte dei sanitari superstiti, tenendone il minimo indispensabile per controllare i referti dell’algoritmo e prendersi la responsabilità della diagnosi.

La stessa tecnologia che sta impigrendo i nostri cervelli facendo al posto loro anche il minimo sforzo di una ricerca su Google, salverà i nostri corpi sofferenti scavalcando disguidi, burocrazia e deficit di aziende sanitarie. Fantastico, no? Fantastico, esatto, ma in senso letterale: è una costruzione della fantasia. Sono sempre di più le voci che mettono in guardia dall’eccessiva fiducia nell’IA, che grazie a un’accorta strategia pubblicitaria, nella quale rientrano, consapevolmente o no, anche titoli di giornale come quello citato, sta diventando fede, ossia “credenza piena che si poggia più sull’autorità altrui che su prove positive”.

A dubitare delle magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale non sono cupi oscurantisti e profeti di sventure, ma studiosi ed esperti del digitale. Che sottolineano, in primo luogo, come la stessa espressione “intelligenza artificiale” sia una trovata di marketing, e una contraddizione in termini: l’”intelligenza” non può, per definizione, essere artificiale, poiché è umana e solo umana; per chi crede, anche divina. Ma per vendere meglio quella che è sostanzialmente una nuova forma di automazione, potente e sofisticata quanto si vuole, ma solo automazione, la si umanizza (o divinizza) chiamandola “intelligenza”, facendo leva sui latenti complessi di inferiorità che ci spingono a sognare un’entità provvida, onnisciente e onnipotente in grado di risolvere per noi tutti i problemi in un batter d’occhio.

Per chi produce sistemi di intelligenza artificiale è essenziale mantenere vivo lo “hype”, cioè il clamore mediatico, intorno ai suoi prodotti, per tenere alte le quotazioni di borsa e anticipare la concorrenza. Così, da un lato, si alimenta l’ottimismo esagerato sulle potenzialità dell’IA, che ci regalerà, per citare lo Stato sociale, una vita in vacanza e una vecchia che balla perché l’intelligenza artificiale le ha fatto la gastroscopia dopo sole ventiquattr’ore.

Dall’altro si fomenta il catastrofismo, diffondendo cupe prospettive su un imminente futuro di disoccupazione di massa. Risultato, chi lavora dietro un computer deve temere ogni giorno di essere sostituito dall’algoritmo, che consuma tonnellate di energia ma non ha pretese tipo busta paga, ferie pagate, malattia e congedi di maternità. 

Chi ha già visto ridotte le proprie mansioni a “controllo finale” del lavoro dell’IA (ci vuole pure un umano cui dare la colpa degli errori, a volte grossolani, dell’algoritmo, tipo bombardare una scuola piena di bambine a Teheran, anziché una base militare) ha scoperto che controllare richiede più tempo e fatica che lavorare. E anche quando gli si libera qualche ora, non è che si può andare a casa prima: semplicemente, si fa dell’altro lavoro.

Insomma, la favola bella dell’IA è meno bella di quel che crediamo, ma sicuramente è una favola. C’è chi la chiama una bolla. Come quella delle dot-com, le aziende rampanti nel settore informatico, collassate intorno al 2000. Per loro, come oggi per Anthropic, Open AI e compagnia, l’aut aut era “espandersi o fallire”. Quindi, non lasciamoci incantare, nemmeno quando la bolla ci promette una sanità super-efficiente, che si ottiene solo assumendo più medici e infermieri, e pagandoli meglio.

 

Lia Celi