La favola ecologica di Rimini e quella Bandiera Blu dimenticata per 15 anni
17 Maggio 2026 / Maurizio Melucci
Rimini ritrova la Bandiera Blu dopo 15 anni e il racconto degli amministratori regionali e comunali sembra quello di una città finalmente uscita da una lunga emergenza ambientale grazie al PSBO, alla rigenerazione urbana, alla sostenibilità, alla mobilità dolce e quasi a una conversione ecologica collettiva.
Peccato che la realtà sia molto più semplice. E anche molto meno epica.
Rimini la Bandiera Blu l’aveva già ottenuta per 10 anni consecutivi, fino al 2011. Non solo: la otteneva senza dover evocare ogni volta il Parco del Mare, la rigenerazione urbana, la rivoluzione culturale o il “patto di comunità”. Semplicemente aveva i requisiti richiesti.
Nel 2012 la giunta guidata da Andrea Gnassi decise volontariamente di non presentare più domanda. Non perché il mare fosse improvvisamente peggiorato. Non perché mancassero i parametri ambientali. E nemmeno perché il PSBO non fosse ancora completato.
Anzi.
La motivazione ufficiale del Comune fu chiarissima e perfino polemica verso il sistema Bandiera Blu. Palazzo Garampi sostenne che molti criteri richiesti dalla FEE erano già obbligatori per legge e verificati da enti pubblici terzi come ARPA. Inoltre contestava il fatto che il riconoscimento attribuisse punteggi anche a servizi turistici, approdi, arredo urbano e altri indicatori legati al turismo ecosostenibile, mescolandoli alla qualità scientifica delle acque.
La giunta Gnassi rivendicò allora un approccio considerato “più pertinente e scientificamente fondato”: informare direttamente cittadini e turisti con pannelli lungo la spiaggia contenenti tutti i dati certificati sulla balneazione delle 25 aree in cui era stata suddivisa la costa riminese.
E soprattutto ricordava un punto decisivo: le analisi ARPA classificavano già allora le acque riminesi come “eccellenti”.
Esattamente come oggi.
Per questo il racconto secondo cui la Bandiera Blu sarebbe il frutto diretto del PSBO o della recente trasformazione urbana semplicemente non regge. Il PSBO è un’opera strategica enorme e fondamentale per la sicurezza idraulica, la gestione delle acque meteoriche e la resilienza ambientale della città. Nessuno lo mette in discussione.
Ma il PSBO non è la condizione che ha reso improvvisamente balneabile Rimini nel 2026. La Bandiera Blu richiede, tra i requisiti essenziali, quattro anni consecutivi di qualità “eccellente” delle acque. Dunque il mare riminese quei parametri li possedeva già da tempo.
Il punto vero è un altro: Rimini oggi torna a chiedere un riconoscimento che per 15 anni aveva scelto politicamente di non chiedere. Tutto qui.
Legittimo cambiare idea. Molto meno convincente è raccontarla come una conquista resa possibile da condizioni ambientali che, dati ARPA alla mano, esistevano già da anni.
Più che il ritorno della Bandiera Blu, sembra il ritorno della memoria corta.

A SPASS 2026: il ritorno di Collinea con un logo nuovo
Nel 2026 si chiama A SPASS: turismo sostenibile, mobilità lenta, borghi autentici, mare ed entroterra “finalmente messi in rete”.
Nel 2003 si chiamava invece Collinea – in bus nella Signoria dei Malatesta. Cambiano i loghi, gli assessori e gli slogan, ma l’idea è identica: convincere il turista spiaggiato a Rimini che oltre l’ombrellone esiste anche la Valmarecchia e Valconca
A sentire oggi gli amministratori sembra quasi una scoperta rivoluzionaria:
le colline, i borghi, le degustazioni, i bus turistici, il “fare sistema”.
Peccato che vent’anni fa ci fossero già:
pullman dedicati, hostess, rocche, cantine, pacchetti integrati e cene medievali.
Nel 2003 si diceva:
“Il turista non vuole più solo il mare”.
Nel 2026:
“Il turista cerca esperienze autentiche”.
Traduzione: il turista è lo stesso, cambiano solo le parole dei convegni.
La vera specialità romagnola non è il turismo esperienziale, ma la capacità di ripresentare ogni vent’anni lo stesso progetto come fosse una rivoluzione.
E già si può immaginare il comunicato del 2048:
“Un modello innovativo per collegare costa ed entroterra con mobilità sostenibile”.
Con qualcuno in fondo alla sala che mormora:
“Ma non l’avevamo già fatto?”
PS: Il sindaco Sadegolvaad ha riconosciuto che l’iniziativa riprende lo spirito del vecchio bus ‘Collinea’. Diciamo che oltre allo spirito c’è anche l’anima.

Nel Pd il disagio c’è. Anche a Rimini
Le parole di Graziano Delrio descrivono un disagio reale dentro il Pd. Quando dice che la cultura cattolico-democratica è fondativa del partito e chiede maggiore attenzione, pone un problema politico vero: quello della rappresentanza delle diverse sensibilità interne. In particolare Delrio: “Che si desse piena cittadinanza a chi esprime una sensibilità diversa nelle varie articolazioni del partito, anche negli enti locali”.
È un tema che non riguarda solo l’area cattolica.
Anche molti iscritti e dirigenti che hanno sostenuto Elly Schlein avvertono uno squilibrio tra gli esiti dei congressi e gli assetti reali del potere locale.
A Rimini, ad esempio, il congresso è stato vinto dall’area che sosteneva Schlein. Eppure le principali responsabilità politiche e istituzionali restano nelle mani di chi quel congresso lo aveva perso: sindaco, assessore regionale, parlamentare, segreteria di federazione. Alcune di queste nomine sono state fatte dopo i congressi.
Non è una questione di posti. È una questione di equilibrio politico e culturale. Nel Pd convivono sensibilità diverse — riformiste, cattoliche, civiche, sociali — che oggi non si sentono rappresentate in modo adeguato.
Per questo i prossimi appuntamenti elettorali dovranno essere coerenti con gli equilibri usciti dai congressi. Altrimenti il rischio è che la discussione interna resti formale e che una parte del partito continui a sentirsi semplicemente tollerata, ma non davvero coinvolta. Con le conseguenze inevitabili.

Maurizio Melucci