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La poesia, il pane di tutti

Poeti si nasce, analfabeti si diventa. Proprio così. L’eruttiva creatività e la capacità espressiva di quando si è bambini vengono intorpidite da modelli pedagogici familiari e scolastici non incentivanti il perdurare di questa condizione poetica. Come può allora un adulto recuperare il poeta che era nato insieme a lui?

Molto semplice.
Tornando a giocare a Nascondino.

Nel gioco del Nascondino è racchiuso tutto il segreto del fare poesia. Mentre nel gioco del Rubabandiera è contenuto il segreto contrario: la ragione per cui a un certo punto della vita veniamo invitati un po’ alla volta a prendere le distanze dalla primigenia forma espressiva poetica.

Perché la poesia viene prima? Perché è la forma con la quale l’uomo si approccia al linguaggio?

Immaginiamo i primi uomini che s’incontrano tra radure e foreste incontaminate. Nel momento stesso in cui un uomo avvista un suo simile che comincia a emettere dei suoni per richiamare la sua attenzione, per richiamarlo a sé.
Ehi, chi sei? Come ti chiami? Dove vai? Vieni qua! Fermati!

Sono parole che fanno vibrare l’aria. Scoppiettano. Devono uncinare un’attenzione e riportarla vicino al richiamante. Sono poche sillabe. Sonanti. Tuonanti. Ecco spiegata la ragione per cui la poesia è musicalità. Canto. Canzone. Perché c’è dentro tutta l’energia sprigionata dal desiderio d’incontrare l’altro. Quello che non conosciamo ancora. La parola poetica è sempre con-vocante. E con-suonante. Chiama sempre qualcuno a sé, perché a questo qualcuno è indirizzata.

La prima forma di poesia è il bisogno ancestrale di raggiungere un ascolto. È una supplica d’amore. Dove c’è poesia c’è sempre una comunità che nasce e prolifera, per stare in pace. Che ha sempre voglia di incontrare. Di porre domande semplici e vitali.

“Hai voglia di fare l’amore con me?”. L’endecasillabo è nato facendo l’amore. Per questo è il verso per eccellenza della nostra tradizione poetica. Resta un po’ con me! Mangiamo insieme? Esprimere un desiderio e comunicarlo nello stesso istante. Espressione e comunicazione in rapporto di rivalità. Ma non nel senso di contrasto. Al contrario. Chi sono i rivali? Quelli che siedono sulle rive del fiume. Il fiume scorre solo se ci sono due rive, due sponde.

Il linguaggio/fiume – senza le sponde simmetriche di espressione e di comunicazione – non scorre. È facile da comprendere. Una riva sola smette di essere una riva e diventa un muro. Una diga. Dove l’acqua ristagna. Nell’era dei mezzi di comunicazione di massa, nell’era in cui la comunicazione ha sbaragliato il campo all’espressione, l’umanità stagna nell’acquitrino paludoso della Rete. La comunicazione di massa sta spegnendo l’espressione del singolo. Non può esserci espressione dove non c’è ascolto. Prossimità. L’espressione è un ex-premere. Fare uscire premendo. Proprio come il dentifricio fuoriesce dal tubetto. Con un gioco di parole stimolato dalla parola dentifricio, esprimersi è neologisticamente un’attività di ‘dentrifricio’: sfregare quello che è chiuso dentro di noi – il dentifricio nel tubetto – per riversarlo sulla pagina bianca – spazzolino. Un’attività che richiede tempo. Ascolto profondo. Uno stato di allerta sensoriale. Istinto animale e intelligenza umana che si coagulano in un gesto solo. Esattamente quello che accade giocando a Nascondino.

Al centro di questo gioco – la cui origine si perde nella notte dei tempi – è l’atto del nascondersi, non tanto alla vista, quanto a una ‘prima vista’. Il gioco richiede quindi di prestare la massima attenzione. Lo studio dello spazio in cui le persone sono scappate a nascondersi. Un prendersi cura degli assenti. Di chi sparisce allo sguardo. Di avere voglia di cercare e incontrare l’Altro. Tutto parte da un luogo che si chiama tana, in cui un giocatore che è stato prescelto, chiude gli occhi e inizia una conta a voce alta per consentire – in quel lasso di tempo – che tutti gli altri giocatori trovino un nascondiglio. Terminata la conta, il giocatore si mette alla ricerca di tutti i giocatori spariti al suo sguardo. Di norma si sceglie uno spazio limitato in cui giocare.

Spazio circoscritto in uno scenario noto, molto spesso anche frequentato dai partecipanti. Un cortile, un giardino con piante, l’interno di un’abitazione, persino. Il giocatore che si mette alla ricerca deve individuare non solo dove si nascondano ma anche l’esatta persona che si è nascosta, e – una volta indicata – correre a toccare con la mano la tana in cui è avvenuta la conta a occhi chiusi. Ogni volta che viene toccata la tana, il giocatore individuato risulterà catturato e diventerà prigioniero della tana stessa. Nel caso in cui il giocatore nascosto riuscisse a raggiungere la tana prima dello scopritore dei nascondigli e dei nascosti – al grido a voce alta di ‘tana’ – risulterebbe all’istante libero e non prigioniero. L’ultimo giocatore che fuoriesce dal nascondiglio ha il potere – raggiungendo la tana prima dello scopritore – di gridare ‘tana – liberi tutti’, facendo uscire di prigione tutti i giocatori catturati, determinando definitivamente la sconfitta dello scopritore. Queste sono – a grandi linee – le regole del gioco. Ma quale profonda esperienza vivono i giocatori? Un’esperienza unica e straordinaria. Quella di leggere e di scrivere nello stesso istante.
Ma partiamo dall’inizio.

Cosa rappresenta la conta a occhi chiusi del giocatore che dà inizio al gioco? La cerimonia iniziatica sta per cominciare. La conta a occhi chiusi è una soglia da varcare. Per entrare in un altro spazio e in un altro tempo. La condizione necessaria per abitare la dimensione dell’ascolto profondo. Cosa accade alla fine della conta e alla riapertura degli occhi? Che comincia una lettura diversa dello spazio circostante. Cosa è cambiato? È cambiato tutto. Quello che prima era soltanto un tronco d’albero, una porta, una tenda, un cespuglio, una colonna, un armadio, ora diventa un paravento dietro al quale si nasconde un corpo. Una verità.

E il giocatore che ha finito di contare comincia una lettura diversa. Comincia a cercare dei segnali minimi. La vista perde il primato tra i sensi, poiché occorre attivare l’olfatto. L’udito. Dalla vista alla visione. Chi si nasconde dietro a cosa? Il cercatore dei giocatori nascosti compie due azioni contemporaneamente. Legge – attraverso tutti i sensi – lo spazio per avvertire la verità, ciò che i greci chiamavano non-nascondimento. Analisi e intuizione. In attesa di una rivelazione. Ma mentre il cercatore prende la mira per cogliere chi si nasconde dietro a un cespuglio, allo stesso tempo, per agevolare la sua ricerca, compie dei passi cercando una direzione che lo conduca a una soluzione. Una traiettoria che può essere lineare, decisa. Oppure incerta, balzellante. Sincopata. Piccoli passi in orizzontale. Lunghe falcate per fare esperienza dello spazio. Cosa sta facendo? Molto semplicemente – scrive.

I movimenti del cercatore non sono altro che una scrittura. Questo altro non è che lo stile. Ognuno, ovvio, ha uno stile diverso. Unico. Il coraggioso – che si lancia nello spazio per stanare i giocatori nascosti. Il meticoloso – che in assenza d’indizi certi presidia la tana, rinunciando quasi a individuare i giocatori nascosti, ma certo che nessuno riesca così a uscire dal nascondiglio per correre verso la tana per liberarsi. Il nascondino insegna che lettura e scrittura – leggere e scrivere – sono lo stesso gesto complementare. A volte, addirittura, un gesto unico. La lettura che si serve dei sensi noti ma soprattutto del sesto. Quello misterioso. Le accelerazioni neuronali che creano dei cortocircuiti cerebrali e provocano fantasmagorie, visioni. Un’ultra sensorialità anarchica e indomabile. Impulso al movimento. Che sospinge il cercatore a dirigersi verso il corpo nascosto dietro a quella che prima era solo una tenda, solo un cespuglio, e ora, invece, rappresenta il mistero della vita.

Parimenti il giocatore che si è nascosto, non potendo avvalersi della vista, poiché il suo affacciarsi renderebbe riconoscibile il volto e quindi facilmente catturabile nella tana, è costretto a rispolverare sensi spesso arrugginiti. Mettersi all’ascolto dello scalpiccìo di chi sta cercando di scoprire il nascondiglio. Fiutare l’aria per riconoscere un profumo, un odore. Attivare anch’egli/anch’ella il sesto senso. Quell’ultra sensorialità che spinge ad agire. A mettersi in pericolo. O in salvo. Impulso irrefrenabile a uscire. A correre verso la tana. E poi, all’improvviso, la decisione presa in un lampo di uscire allo scoperto e di correre verso la tana per liberarsi. Verso la libertà, quindi. Verso. Versi. Ecco svelato come nasce un verso poetico. Dopo il surriscaldamento neuronale. Dopo che carne, sangue, cuore, respiro, anima, scheletro e pelle si sono fusi in un unico gesto. Il verso poetico – quando strazia – è sempre una corsa a perdifiato verso la libertà. Dopo la spremitura. Dopo l’ex premere. Che diventa espressione. L’espressione è un’esplosione di sensazioni che diventano una forma che prende corpo nello spazio e nel tempo. Questa è la scrittura per urgenza. L’etimo di urgere è ‘spingere fuori’. Non può esserci rivelazione espressiva senza un’analisi impastata con l’intuizione. Altro etimo di urgere è ‘chiudere in prigione’. Esprimere è ciò che fugge da una prigione verso la libertà. Per questo il verso è quella traiettoria fulminea. Centometrismo verbale contro il maratonetismo della prosa. Per questo il verso è ritmico. Folgore e tamburo. Il passo del centometrista sulla pista. Che batte il piede. Ogni sillaba è una falcata. Il verso è il mezzo più veloce per andare da un punto all’altro. Nel verso non c’è ri-flessione. Solo guizzo. Lesto come il lampo. Che squarcia l’oscurità illuminando per un minimerrimo istante la notte. Poi torna il buio, placenta del mistero.

Chi sono i più grandi giocatori di nascondino?
Ovvio, i bambini. Perché sono i meno contaminati dalle sovrastrutture razionali. I meno fantasiosamente indeboliti. Meno corrosi di adultità adulterata. Pronti a meravigliarsi sempre. Gli unici che sanno prendere sul serio il gioco. A mirare, etimo di meraviglia. A prendere la mira. E a precipitarsi verso la tana. A scrivere un verso d’urgenza, incuranti degli ostacoli sul tragitto – che vengono spazzati via come dune in una tempesta di sabbia -; incuranti di venire catturati. La libertà non è arrivare alla fine del verso. La libertà è massima durante la corsa, durante la scrittura del verso. Perché in quel tragitto c’è espressione pura in atto. Azione. Ciò che fuoriesce dalla prigione interiore. Correre. E andare ogni volta a capo.

Il nascondino insegna che il talento porta, quasi sempre, allo spreco della sua potenzialità. Il talentuoso della corsa non ha alcun bisogno di praticare l’arte dell’ascolto profondo, l’attivazione dell’ultra sensorialità. Usain Bolt può balzare fuori in qualsiasi momento e la sua falcata lo porterà a liberarsi. A toccare la tana prima del cercatore di nascondigli.

Ma il talento, quasi sempre, porta a una falsa libertà. Perché raggiunta con meriti che esulano dalla partecipazione profonda al gioco. Ed essendosi liberato, il talentuoso non deve nemmeno sperare nel “tana, libero tutti” dell’ultimo giocatore nascosto. Spesso il talentuoso viene isolato, in quest’attesa inerte e infruttifera per lui, che è già (falsamente) libero. Spesso il talentuoso si annoia. O perde la voglia di giocare. Si allontana dal gioco. Si perde per strada. Per questo i bambini, che non sanno ancora riconoscere il loro talento, pur essendone già intrisi in ogni loro fibra, sono i più grandi giocatori di nascondino. Perché sanno stare alle regole. Sanno attingere e affidarsi alla loro genialità. Sanno meravigliarsi del magico mutamento dello spazio dopo la conta. Sanno meravigliarsi dei loro super-poteri. Sono perennemente stimolati. Stimolo non è altro che il pungiglione. Qualcosa che punge. Una puntura. Uno stigma. Per questo i poeti sono gli stigmatizzati dalla società. Portano il marchio a fuoco di questa puntura. Di questa eccitazione da pungolo. Lo stesso che induce gli animali a compiere operazioni con maggiore lena. Come i buoi con l’aratro. Il solco tracciato dal vomere è il verso scritto da chi si esprime, correndo verso la libertà. Questo – e sicuramente molto altro – insegna il gioco del Nascondino.

Ma si sa che i ‘cattivi maestri’ sono indispensabili per la nostra formazione. E cattivo maestro è stato sicuramente il gioco di Rubabandiera.

Innanzi tutto, per iniziare a giocare si traccia una linea retta in mezzo al terreno di gioco e altre due linee a essa parallele ed equidistanti, dove i giocatori si dovranno collocare per fronteggiarsi. Questo gioco come primo disvalore insegna a disporsi su due file – una di fronte all’altra. Proprio come in guerra. Di fronte al nemico. Per affrontarsi e non per con-frontarsi. Lo spazio tra le due linee costituisce una vera e propria frontiera. Una striscia di territorio che sta a ridosso del confine.

Due schieramenti opposti. Comandati da un porta-bandiera. Che simboleggia l’autorità. Il potere. Per di più spersonalizzante. In quanto i giocatori schierati rispettivamente sulle due linee contrapposte prenderanno un numero in ordine progressivo da uno in avanti. Quindi, per ogni fila ci saranno solo numeri. Si perde l’identità. Il nome. Si diventa numeri. Doppi, per di più. Perché due numeri uno, due numeri due e così avanti per tutti i partecipanti. Il porta-bandiera chiamerà a questo punto un numero qualsiasi. Entrambi i giocatori – portanti lo stesso numero – dovranno precipitarsi verso la bandiera per rubarla. Per ghermirla. Afferrarla sottraendola all’altro. Vince chi riesce a strappare la bandiera e correre in salvo oltre la propria linea. Vince anche chi inseguendo riesce a toccare, normalmente vista la foga dei partecipanti – a colpire -, la schiena avversaria prima della linea.

Vince quindi anche il vile che non prova nemmeno a fare una mossa per portare via la bandiera ma semplicemente si mette all’inseguimento per raggiungere l’avversario prima della linea di salvezza. Ma l’aberrazione più grande è questa. Poniamo che io sia il numero uno e nell’altra fila il numero uno corrispondente sia la ragazza che alle scuole medie corteggio dal primo giorno in cui l’ho vista sedere nel banco. Ebbene, questo gioco mi mette nella condizione di arrivare vicino alla bandiera, insieme a lei, in questa danza nevrotica nell’attesa che qualcuno compia la prima mossa. Un abbraccio simulato. Un avvolgere con le braccia senza toccare l’altro corpo, perché se si tocca il corpo – prima che l’altro afferri la bandiera – il punto va assegnato all’altra squadra. In questa metafisica e surreale mimica muta dei corpi, in questo duello senz’armi, il mio volto potrebbe essere a dieci centimetri dalla ragazza di cui mi sono segretamente innamorato. E invece di godere di quel sensuale strofinamento dell’aria a distanza ravvicinata, la concentrazione è rivolta tutta alla bandiera. Gioco, quindi, che fa scaturire ansia da prestazione. Come se la bandiera fosse un fallo da impugnare, nello spasimo che solo uno trarrà il piacere profondo. Concentrazione sull’idea di afferrare. Di prendere. Di sottrarre. Di rubare. Di portare via. Tutti sinonimi di capire. Càpere. Prendere, appunto.

Mentre un gesto poetico sarebbe infischiarsene della prestazione e godersi quell’istante magico di vicinanza alla bocca, a un respiro, a due occhi, a un odore di corpo che trasuda sensualità. È il gioco per eccellenza agli antipodi del poetico. In poesia non ci sono frontiere, linee, porta-bandiera, nemici, fughe, furti, colpi alla schiena. Questo è il volere capire a tutti i costi. Gioco dell’astuzia. Della scaltrezza. Dell’agilità delle membra e della stasi affettiva e intuitiva. Non che nella vita non sia necessario – molte volte – capire. Se devo montare la lama del tagliaerba o una lampadina devo capire il meccanismo. Devo concentrarmi. Devo correre oltre la linea. Nella poesia, invece, devo rimanere vivo nella mia esperienza di uomo. Rifiutare di trasformarmi in un numero. Ruba-bandiera è il gioco della nientificazione individuale. E gli altri giocatori da dietro le linee sono un branco famelico di una cosa sola: che giunga la bandiera rubata all’avversario.

Per questa ragione, non esiste un vero ‘ambulatorio di poesia’ senza riprendere a giocare a nascondino. Leggere e scrivere è intuire cosa c’è dietro alla parola nuvola. E scrivere è fare precipitare la nuvola sulla pagina bianca. Quando leggo nuvola devo volarci dentro. La parola è il trampolino che mi lancia dentro alla nuvola. Che il gioco del nascondino insegna – non essere mai solo una nuvola. Il verso ha l’urgenza di chi corre verso la tana per liberarsi, e se ultimo, per liberare tutti. Sono sempre gli ultimi, quelli che sanno attendere, che fiutano il momento giusto per uscire allo scoperto, quelli che non sono vampirizzati dal tempo corroso della fretta, che trovano la soluzione per tutti. Che liberano tutti.
Mentre il gioco del Ruba bandiera educa allo scontro, alla perdita della propria storia. Viatico a trasformare i cittadini in sudditi, in marionette scattanti al comando spersonalizzante del porta-bandiera. Vero e proprio dittatore del gioco.

Spazio e tempo della “Rubrica dei poeti” volgono al termine. E allora, parafraso il titolo di un famoso film di Peter Weir – un anno vissuto poeticamente. Proprio questo duemilaeventi: l’anno della pandemia. L’anno in cui tutti sappiamo cosa sia successo e come siano mutati i significati di alcune parole. ‘Positivo’, per esempio. Oppure ‘contagio’, che ha perso l’accezione di – essere, stare in contatto – per assurgere a pura e sola contaminazione. La poesia le salva entrambe, come sempre. Positivo rimane quel meraviglioso aggettivo che significa: dato dall’esperienza. Porre. Posto. Ciò che è posto nel mondo e che trova posto nel mondo. E contagio continua a essere il toccare insieme, il trasmettere stati d’animo, sentimenti, visioni. Pertanto, la poesia resta la più alta e sana forma di contagio che l’umanità abbia mai conosciuto sino a oggi.

Prima di congedarmi con una mia poesia – finalmente (anche alla lettera), rivolgo un doveroso ma soprattutto sentito ringraziamento al Direttore di Chiamami Città – Stefano Cicchetti – e a Paolo Zaghini, da più di quarant’anni ‘spacciatore di cultura’ nel territorio riminese e non solo. Unico spaccio non vietato – anche se troppo poco incentivato – dalla legge. Li ringrazio perché hanno dato ospitalità alla poesia – il pane di tutti.

E ringrazio tutti i lettori e le lettrici, senz’altro donne e uomini di pazienza e coraggio, di sensibilità e ascolto, di leggerezza e premura.

Buon anno.
Viva!!!

La guerra comincia prima
degli spari e delle torture
comincia nelle arsure mentali
negli arsenali vuoti delle intelligenze
arrese alle indifferenze dei gesti.

Le guerre sono dei pretesti facili
per sfogare una violenza sopita
trattenuta nelle fibre
dal primo giorno in cui una madre
non ha partorito per amore
ma nel dolore di una solitudine
da calmare attraverso carne
fresca da macinare per
il banchetto nuziale della vita.

La guerra comincia prima
della prima ferita inferta
comincia nella deserta mente
di un bambino lasciato a macerare
nell’ignoranza dell’istruzione.

La guerra la amano quelli
che credono solo
nella ragione della forza
mentre molti credono ancora
nella forza della ragione.
Qualcuno la chiama Resistenza.
Altri Rivoluzione.

Paolo Vachino

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