Ci sono periodi dell’anno in cui camminando per strada si ha l’impressione di vivere in una gabbia di matti – cioè, ormai l’impressione è costante, ma in certi momenti dell’anno è più intensa. Nelle settimane a cavallo fra aprile e maggio, ad esempio. Il motivo, se vogliamo, è molto banale: non è ancora estate, ma la primavera comincia a fare sul serio – sul serio nei limiti della primavera, stagione variabile per eccellenza, con escursioni termiche brusche non solo fra giorno e notte, ma anche da un’ora all’altra. In pratica, se una nuvola copre il sole, si fa di colpo un freddo marzolino; si dilegua la nuvola e ricominci a sudare.
Siccome nessuno di noi può uscire di casa con l’armadio al guinzaglio, e vestirsi “a cipolla”, diciamolo, stilisticamente è così deprimente che fa venire le lacrime agli occhi (questo è il vero motivo per cui si chiama così), ognuno la mattina fa una scommessa col meteo, il guardaroba e la propria personalissima termoregolazione. Risultato, in giro si vedono persone ancora col cappotto accanto a teenager in shorts inguinali e top, impermeabili indossati sopra i prendisole, strani centauri vestiti da spiaggia dalla vita in giù e da après-ski dalla vita in su, o viceversa, in canottiera e minigonna, ma con gli stivali imbottiti.
L’effetto manicomio è assicurato – e anche il disagio di conversare, intabarrati fino ai denti, con persone mezze nude, domandandosi chi dei due è il matto (spoiler: è sempre l’altro), e citando con aria giudiziosa i proverbi di Frate Indovino: “aprile, non ti scoprire”, “maggio, adagio adagio”, tanto per completare la figura dell’anziano o dell’anziana rincoglionita.
Avrete capito che io appartengo al team-intabarrati. Sono sempre stata freddolosa, anche da giovane, ma con l’età il disturbo è aumentato a livelli imbarazzanti: mani e piedi sempre gelidi, a parte, forse, un paio di settimane fra luglio e agosto, le sole in cui rinuncio a ogni tipo di piumone (ma non a una copertina leggera).
Finché non arriva giugno, esco sempre con un soprabito, in casa sto con il felpone di pile mentre i miei figli sono già in maglietta, e temo già il momento in cui i loro bollori giovanili pretenderanno l’accensione del condizionatore, fonte di fresco ma anche di mille malanni, fra cui bollette astronomiche.
Speravo nelle caldane della menopausa – almeno per una volta nella vita le parti si sarebbero invertite, e sarei stata io quella che sudava mentre tutti bubbolavano di freddo (chiedo perdono a chi le ha avute davvero e ne ha sofferto, ma anche soffrire di “freddane” per anni e anni non è divertente). Non ho avuto una caldana che fosse una. O forse l’ho avuta, ma era così blanda che la mia unica reazione è stata andare a dormire con un solo paio di calzini termici anziché due.
Lo so, la vecchiaia è programmata per odiare più il freddo del caldo, anche se, con il cambiamento climatico, il caldo è ancora più micidiale per gli anziani, minacciati oltretutto dai letali sbalzi dai 40 ai 15 gradi ogni volta che entrano in un negozio o in un supermercato (il Conad di via Serpieri, dove dal punto di vista termico è gennaio per dodici mesi all’anno, ha sulla coscienza un bel po’ di raffreddori e tonsilliti estive).
È che scatta l’effetto rana bollita: quando la temperatura sale, noi vecchietti siamo così felici di non sentire più male alle ossa che la lasciamo aumentare, dimentichiamo di bere molta acqua, mangiare frutta e non uscire di casa nelle ore più calde, come consiglia saggiamente il telegiornale. Ma è ancora presto per preoccuparsi. E siccome mi sta venendo freddo, ora vado a mettermi un golfino.
Lia Celi