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La prossima volta la colazione la faccio a casa

La colazione è un rito quotidiano ma anche identitario ed intimo, come un momento da dedicare a sé stessi. Gli organi di senso si attivano con i propri tempi, l’aroma del caffè stimola l’olfatto, i borbottii della moka sono note che riaccendono l’impianto acustico, la luce che filtra tra le stecche della serranda dilatano la pupilla quanto basta e il primo sorso sprona il gusto e incoraggia la prima parola da pronunciare dopo il risveglio, “Buongiorno”.

Stamattina è domenica e ho deciso di uscire dalla routine della colazione casalinga. Con mia moglie andrò in una di quelle pasticcerie con il servizio bar. Passo dall’edicolante, mi armo di giornale ed entro nel locale vicino a casa. Il luogo è gremito, tante sono le persone che affollano bancone e cassa, ma anche tanti sono i passeggini e i guinzagli che assicurano il cane alla sedia. Mi dirigo verso la cassa scansando persone, passeggini e aimè, guinzagli tesi a mo’ di trappola. Purtroppo non ne vedo uno, perché di plastica trasparente anche se adornato con Swarovski. Inciampo malamente rovinandomi su un passeggino, fortunatamente vuoto.

Chiedo scusa istintivamente, anche se la trappola attraversa il passaggio, in risposta sento solo “Amore ti sei fatto male”. Rimango esterrefatto non tanto per la premura della mamma ma perché mi ha chiamato con quel “Amore” così materno. Non è rivolto a me, ma al Chiwawa a pelo lungo, strattonato dal mio gesto “maldestro”. La mamma poi rivolge il suo sguardo verso di me, non dice nulla, ma il linguaggio non verbale è eloquente. Taccio per non entrare in un inutile polemica. Arrivo finalmente alla cassa, chi mi precede ha cane in braccio e bambino legato, scusate bambino in braccio e cane legato al seguito. I più ordinano, brioche dietetica per il figlio e una con la crema per il cane, sì avete capito bene la brioche per il cane.

Anche la signora dietro la cassa è in tema con il resto degli avventori, in bella evidenza tiene una cornice con la foto del suo cane, un barboncino Toys a pelo color whisky, sopra c’è anche la dedica “…al mio Arturo”. Arturo, Teo, Giorgio, Nora, Ofelia, Odessa ma non ci sono più i nomi “canini” di una volta, che ne so Fufi, Pluto, Buk, Lilly, Rex. Ma! Finalmente conquistato lo scontrino, due capuccini e tre paste, una da portar via per il figlio nottambulo, mi siedo al tavolo in attesa che arrivi la colazione.

Tutt’intorno è un vociare confuso, tra adulti che cercano di raccontare il sabato sera, bambini che urlano, cani che abbaiano, ma c’è una parola che prevale in questo coro senza direttore ed è “Amore”, a volte anche tronca con un più semplice ma cacofonico “Amò”. Lo dice lei rivolgendosi al marito, al bambino e al cane. Se pronunci “Amore”, si girano tutti, mogli, mariti, amanti, figli e cani, tanto questa parola ha contagiato il nostro lessico. Il bambino vicino a me, imprigionato nel suo passeggino, fa smorfie di disgusto appena assaggia la brioche dietetica e guarda con interesse quella alla crema che Odessa, uno Yorkshire Terrier nera e marrone, sta leccando. Il bambino elude la sorveglianza della mamma e sottrae a Odessa la colazione. Quando il suo palato incontra la crema, anche se leggermente leccata da Odessa scoppia in un sorriso celestiale. La mamma lo vede e ignara grida “Ti piace è….. Amoreeee!” A quel punto si girano tutti perché pensano di essere chiamati in causa, ma Odessa abbaia per la brioche sottratta, scatenando in risonanza gli altri cani, che abbaiano pure loro. A questo punto la marcia trionfale dell’Aida non è niente a confronto dell’esplosione all’unisono della parola “Amoreeee”.

Finalmente torna la pace nel locale, mi accingo ad uscire e devo ritirare la brioche per il figlio, arrivo alla cassa e cerco lo scontrino a testimonianza della terza brioche, ma non lo trovo. Lo devo aver smarrito nella caduta. La cassiera mi guarda e si allunga per guardare in basso, in direzione dei miei piedi, allora dico “L’ho perduto nell’incidente di poco fa”, Lei mi guarda con commozione funerea, fa il giro della cassa e mi abbraccia dicendomi “Si faccia coraggio, condoglianze, come si chiamava”.

A quel punto capisco il “qui pro quo”, ma accetto le condoglianze per il mio cane mai avuto e rispondo “Ritintin”. Esco felice di uscire, con la consapevolezza che la prossima colazione sarà tra le mura di casa, mia moglie mi prende a braccetto e dice “….e adesso A………..ndiamo a casa”.

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