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Vinicio Vergoni: “Origini e morte di una sirena. Racconti e poesie” – Raffaelli Editore / Hostaria del Terzo.

Leggendo questi racconti postumi di Vinicio Vergoni (1926-2017), lasciati in un cassetto, ho avuto l’impressione nettissima di averlo ancora davanti, quando con bassa voce ti parlava, ti raccontava. Un Vinicio sempre elegante, posato, misurato ma nello stesso tempo tenace e costante nel voler raggiungere l’obiettivo che si era prefissato, fosse esso un contributo per bandire una nuova edizione del premio di poesia o pubblicare un nuovo numero del giornalino “Il Terzo. Miramare News”, organizzare un evento, ottenere per la popolazione di Miramare un nuovo servizio dal Comune. Conosceva tutti quelli che contavano in Città, dentro e fuori il Partito Comunista, dentro l’Amministrazione Comunale. Vergoni è stato uno straordinario punto di riferimento per il PCI sul territorio, prima a Viserba (sino al 1967) e poi a Miramare.

Nato nel 1926 a cavallo fra centro Città e fiume Marecchia, figlio di un ferroviere (ovvero all’epoca parte dell’aristocrazia operaia) che ha avuto i mezzi per farlo studiare. I racconti editi sono collocabili tutti fra il 1936 e il 1950, venati da vicende biografiche vissute e ricordate con piacere.

Ricordano gli amici dell’Hostaria del Terzo, il Circolo culturale che Vergoni fondò e sostenne con grande passione sino alla fine, nella Prefazione al volume: “Nel 1940, allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’autore ha quattordici anni: ha attraversato l’infanzia e la prima giovinezza nelle seduzioni di un’educazione scolastica ‘di regime’, fino ad essere attratto, nel 1943, dall’inganno di un falso ‘eroismo’ o dalla ‘retorica patriottica’ dell’ultimo fascismo di Salò. Cosa che descrive con schiettezza e linearità, evitando gli scrupoli dietrologici che spesso hanno contraddistinto le memorie della sua generazione”.

“Al centro della narrazione c’è, dunque, una metamorfosi: il passaggio da quell’abbaglio giovanile alla maturazione di una presa di coscienza civile e politica che, dall’epoca della Liberazione e della nuova Repubblica democratica, non lo ha più abbandonato, anzi è stata per tutta la vita la bussola del suo comportamento di cittadino attivamente impegnato, fedele ai valori del progressismo”.

Del racconto che dà il titolo al volume “Origine e morte di una sirena”, ovvero la costruzione della Casa del Popolo di Viserba e del dancing “La Sirenetta”, ne abbiamo già parlato allegando una selezione di foto degli anni ’50.

Negli altri racconti Vergoni spesso fornisce splendidi squarci sulla vita dei giovani fascisti a Rimini. In “L’estate era vicina” per esempio racconta del saggio ginnico che si teneva allo Stadio: “All’Arco si erano radunati centinaia di ragazzi e ragazze in divisa ginnica. I megafoni chiamavano per la formazione dei reparti. Con i tamburi in testa si sfilò fino allo stadio passando per Via XX Settembre, un tratto di Via Tripoli e Via Silvio Pellico. Il passo cadenzato. Si cantava: ‘Mamma ritorna ancor nella casetta’. La gente ai lati della strada li guardava senza scomporsi, qualcuno accennava a un battimani. I più grandi dietro. Gli esercizi, per i maschi con il moschetto, per le femmine con il cerchio e a corpo libero, erano press’a poco sempre gli stessi, anche se cambiavano le coreografie. La raffigurazione conclusiva era un’esaltazione del regime fascista”.

Oppure quadri di vita di una Città ormai scomparsa, come nel racconto “Sla’ paleda”, quando descrive “il trenino che trasportava lo zolfo dalla miniera [di Perticara] scendendo da Porta Montanara passava da Via Roma e Via dei Mille: la ‘Cuntreda Granda’. A ogni incrocio il macchinista del macinino lanciava acuti e ripetuti fischi. Nel curvone che dirigeva al porto il trenino rallentava e noi saltavamo sull’ultimo carro in corsa per gettare giù i tocchi di zolfo necessari per fare i botti a S. Giuseppe”.

Nel dopoguerra Vergoni milita attivamente nel PCI e per conto di questo tiene incontri. Nel racconto “Il mezzadro” parla di un incontro da “Palin” a Santa Maria in Cerreto. “Un podere grande, non ricordo quanto, ma certamente uno dei più grandi. Arrivai nell’aia e intorno alla Topolino si appiccicarono piccoli curiosi; poi arrivò un uomo di una certa età, dalla barba incolta, che mi chiese senza tanti preamboli: ‘U t’manda la Federazion?’. Al mio sì, disse: ‘Allora vein’. Mi portò in una grande stalla calda, dove c’erano almeno una decina di buoi, vacche e vitelli, e in fondo, in uno slargo, presso una porta sgangherata, alcuni uomini, donne e bambini. Almeno trenta; erano quelli dei fondi vicini. Salutai tutti e tutti sapevano perché ero lì. Molti mesi prima, in Parlamento il PCI e il PSI avevano fatto richiesta di revisione del contratto padrone e mezzadro che allora era 50-50”.

“Si stava bene in quella stalla. Le bestie muggivano di frequente. Era per me la visione di un mondo che non conoscevo”.

Oppure la descrizione del duro confronto per le elezione del 1948 nel racconto “Il processo”: “Mancavano quindici giorni alla consultazione. Il clima si era fatto rovente. La città era tappezzata di manifesti. In quelle notti era frenetico il lavoro dei galoppini dei partiti. Si spostavano con il secchio della colla, il pennello e la scala per arrivare più in alto. Lo strappare i manifesti del nemico era un dovere e se i gruppi di diverso colore si incontravano si accendevano furibonde zuffe”.

Bene hanno scritto i curatori del volume nella Prefazione: “Una Rimini lontana, sfumata e vera, rivive in questi brevi racconti autobiografici. Vinicio Vergoni li ha scritti diluiti in vari anni, come riflessione su se stesso, sul tempo che passa, sui territori mitici dell’infanzia, con sincerità e commozione, con umana nostalgia, e senza l’assillo della pubblicazione, da autentico ‘dilettante’, che avverte nella scrittura un modo riservato e naturale per raccontarsi e, soprattutto, per dimostrare interesse per le proprie radici e amore verso la propria terra”.

Questa pubblicazione è stato un bel regalo ai tanti che hanno conosciuto e voluto bene a Vinicio Vergoni ad un anno dalla sua scomparsa avvenuta il 6 settembre 2017. Ciao Vinicio.

Paolo Zaghini

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