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La Rimini del futuro: “Serve un cambiamento radicale, altro che continuità”

Bernardo di Chartres, quasi mille anni fa, per evidenziare il legame fra passato e presente, diceva che i moderni sono “nani sulle spalle di giganti”, oggi usa dire che i moderni sono “giganti sulle spalle di nani”. Perciò seguo con attenzione le diverse “puntate” del racconto di Maurizio Melucci sulla storia recente della città. Ogni ricostruzione è comunque utile perché il passato ci dice ancora molto sul presente.

Nella ricostruzione di Melucci è apprezzabile la valorizzazione del filo rosso che lega le amministrazioni che si avvicendano nel tempo.  Un filo lega uomini, idee, scelte fra loro diversi ma intrinsecamente connessi in quella che viene comunemente chiamata “continuità amministrativa”. Poi ognuno ci mette del suo, nel bene e nel male.

Non intendo però iscrivermi fra gli “storici” e mi limiterò a tre brevi osservazioni.

La prima riguarda il Turismo nel passaggio fra gli anni Ottanta e Novanta. La crisi dell’Adriatico degli anni Ottanta (eutrofizzazione prima, mucillagine dopo), mentre evidenziava l’insostenibilità del modello di sviluppo italiano (sviluppo al Nord, arretratezza al sud), diceva qualcosa anche sul “nostro” modello: un’immensa struttura ricettiva costretta a ripagare impresa, lavoro, fisco, utilizzando gli impianti per soli 90/120 giorni. Un’impresa complicata e ricca di “non detti”, in particolare sui rapporti di lavoro. Ciò aveva un senso negli anni “felici” in cui la domanda superava l’offerta di vacanza balneare (anni ’50 e ’60) e quando la “fame” del dopoguerra riminese spinse migliaia di persone verso l’impresa turistica. Ma già dagli anni ’70, l’affacciarsi progressivo dei competitors (Spagna, Grecia, Jugoslavia, Turchia, ecc.) stava cambiando il mercato, per di più con l’Adriatico in crisi.

Bisognava prima di tutto salvare il mare: quella battaglia fu condotta dalla Regione ER e dal PCI, fu sostenuta da tutti i parlamentari locali (per la legge sul fosforo sento ancora di dover ringraziare il senatore Armando Foschi) e fu capita da Bettino Craxi con lo stanziamento di 2600 miliardi per depurare la valle Padana. Poi bisognava portare in equilibrio le imprese turistiche e salvaguardare il lavoro. Perciò la Conferenza regionale sul Turismo (Bologna, dicembre 1989) lanciò il progetto della destagionalizzazione e dei “cento turismi. La L.R. 28/90 favorì l’uscita dal mercato delle imprese marginali, proponendo un approccio “ecologico” che non fu da tutti capito (ridurre il carico antropico di punta e i costi sociali e territoriali connessi).

Ora che ci troviamo in una crisi ancor più drammatica perché c’è in gioco la vita delle persone, forse quella vicenda ci suggerisce qualcosa sulla necessità di un cambiamento radicale, di un salto di paradigma. Altro che “continuità”!  Ancora una volta il passato può dirci qualcosa.

La seconda riguarda le infrastrutture della città. Melucci sbaglia, l’arrivo della Provincia fu solo una concausa della vasta campagna per dotare la città di infrastrutture. La motivazione principale fu un giudizio sull’arretratezza delle strutture di servizio superiore di cui  Rimini aveva bisogno per continuare il suo percorso di sviluppo, per dare lavoro alle nuove generazioni e per ridurre il peso del vincolo stagionale.

Alcuni esempi: la nuova Fiera, insieme al Palacongressi voluto dal Sindaco Ravaioli, avrebbe dovuto sviluppare il terziario moderno; la Darsena, la cantieristica e la formazione di manodopera qualificata; il Centro Agro Alimentare, la ricerca nell’agricoltura specializzata; il 105 Stadium, lo sport di eccellenza (il basket riminese viaggiava fra A1 e A2); il Teatro moderno di Natalini avrebbe garantito accessibilità a un vasto pubblico e a nuove leve di artisti; il Palazzo di Giustizia avrebbe facilitato i percorsi della giustizia civile e penale; le Befane avrebbero spinto alla specializzazione il commercio in sede fissa del Centro Storico (invece dequalificato dal mercato ambulante); l’arrivo di Unibo avrebbe fornito competenza e ricerca al sistema; le nuove sedi scolastiche (Liceo classico, Einaudi, elementari e medie) avrebbero diffuso cultura nelle nuove generazioni, ecc. ecc.

Ognuno può giudicare se, a distanza di anni, il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. A me basta dire che su questo si può incardinare un progetto di rara potenza per il futuro, per dotare l’hardware di cui oggi disponiamo, di un software adeguato e capace di adeguarsi nel tempo.

La terza riguarda il Piano Regolatore di Leonardo Benevolo. Il grande urbanista si trovò alle prese con una città turistica in cui i valori della rendita erano altissimi e vi applicò una semplice ricetta: far competere l’edilizia pubblica o convenzionata con l’edilizia privata. Competizione sul prezzo e sulle dotazioni di servizi. Nacquero così nuovi Peep e altri furono ampliati; Benevolo lavorava su un modello di crescita urbana basato su medio-piccoli nuclei abitativi “satelliti”,  dotati di servizi di base e collegati con il centro urbano per i servizi superiori (la New Town inglese).

Qualcosa è realmente accaduto (Viserba, Gaiofana, S.Vito, Corpolò), forse sono mancati i servizi e le periferie si sono isolate.

Anche per le Colonie si era trovata una soluzione: 25% della superficie utile destinata a residenza, pre-venduto per finanziare la realizzazione di grandi alberghi o centri direzionali (oggi si parla di Condhotel). Sia il modello inglese, sia le Colonie furono cassati dalla Provincia a causa di vecchie norme regionali e nessuno protestò.

L’idea di Benevolo era che nessun intervento edilizio diretto si facesse sul singolo lotto. Da ciò la diffusa  previsione di comparti edilizi da assoggettare a Piani Particolareggiati da cui ricavare superstandard a favore del bene comune (parchi, parcheggi, scuole, chiese, ecc.). Contro l’introduzione del superstandard ci furono ricorsi dei proprietari privati, tutti vinti dall’Amministrazione. Però i comparti non partirono. Forse sarebbe stato sufficiente sostenere i comparti con procedure accelerate, motivate dall’interesse pubblico connesso. Oppure prevalse l’individualismo dei singoli proprietari, magari ispirato da voci “dal sen fuggite” delle associazioni imprenditoriali. Intanto arrivava la crisi del 2008 che portò al crollo del comparto edilizio cittadino anche per l’assenza di politiche anticicliche.

Giuseppe Chicchi, Sindaco di Rimini dal 1992 al 1999.

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