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La Rimini e il Sigismondo del professor Ciavolella

Uno dei due Sigismondo d’Oro di quest’anno è stato assegnato al professor Massimo Ciavolella, nato in provincia di Bologna ma cresciuto a Rimini e diplomatosi al Liceo Classico “Giulio Cesare”.

Ciavolella vive da molti anni negli Stati Uniti dopo aver studiato presso le Università di Bologna, Roma, e in quella canadese della British Columbia, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in studi classici, medievali e rinascimentali. Ha insegnato per molti anni presso la Carleton University (Ottawa) e presso l’Università di Toronto, prima dell’attuale cattedra di italiano e di letteratura comparata all’UCLA, l’Università della California di Los Angeles.

Molto cortesemente, il professor Ciavolella ha voluto rispondere ad alcune nostre domande.

Professore, cosa ricorda di quando era dall’altra parte della cattedra, da studente al Liceo Classico di Rimini?

«Al “Giulio Cesare” ho vissuto un’esperienza molto bella, è uno dei ricordi che porto sempre con me. Alla fine quando uno vive all’estero sono i ricordi che contano, sono i compagni di scuola. E alcuni sono ancora i miei amici, sono loro che vengo a trovare quando torno a Rimini. Ovviamente il Liceo classico allora era un po’ diverso da quello che è adesso. Avevo fatto le elementari in piazza Ferrari, dove ora c’è una banca, le medie alle “Decio Raggi”. Quando arrivai al Liceo, be’.. ricordo in particolare la professoressa di matematica, si chiamava Sandon, una persona, come dire, difficilissima. Era molto, molto severa. Suo nipote, che fra l’altro era un Tonini, discendente degli storici di Rimini, mi diceva che perfino lui aveva paura della nonna. Pare che il personaggio della professoressa cattiva in “Amarcord” fosse proprio ispirato a lei. Infatti era stata professoressa anche di Fellini e di tutta quella generazione. Ebbi anche un professore di italiano davvero molto bravo, Balducci, ottimo dantista. Ricordo che abitava in via Roma. Suo figlio, medico, anche lui vive in America. Comunque è davvero un ricordo molto positivo, quello del Liceo classico di Rimini. Era una scuola severa, ma dove si imparava. Quando andai in Canada e per una serie di motivi decisi di rimanerci per concludere gli studi universitari, il fatto di aver avuto un’educazione forte sia alle medie che al liceo, mi ha permesso a laurearmi a Vancouver in un solo anno, perché con quella formazione mi ritrovavo un grossissimo vantaggio. E quando poi feci il dottorato di ricerca in studi classici e romanzi, sia in latino che in greco avevo un background che agli altri compagni di scuola mancava del tutto. Perché io i testi li avevo letti al “Giulio Cesare”: a fondo e mio malgrado. Fra i compagni di scuola avevo Alfredo Giovannini e Roberto Chicchi. Purtroppo Alfredo è morto ormai da molti anni, mentre con Roberto ancora ci incontriamo».

Come vede Rimini ogni volta che vi fa ritorno?

«Rimini cambia continuamente. E moltissimo. Ogni anno me la ritrovo diversa. Basti vedere quello che sta succedendo nel centro, i tanti negozi sul Corso che stanno scomparendo, mentre, un po’ come in America, come punti di ritrovo si formano questi centri satellite. E per me è strano, ovviamente, perché faccio parte di quella generazione che si incontrava nel tardo pomeriggio sul Corso o più tardi alla Taverna degli Artisti, da Nadi. Tutto questo è completamente sparito. Però è rimasto quello che per me è la cosa più importante: quegli amici che avevo, li ho ancora e sono ancora i miei amici. Sono loro che mi danno un senso di continuità. Vengo a Rimini perché ritrovo i vari Chicchi, Nadi Fiori, Forcellini, Anelli. L’idea di stare con loro e rivederli mi rende felice. A Rimini non ho più famiglia, mia sorella vive a Tradate, i miei genitori sono scomparsi. Ma sono i vecchi amici e poi anche i nuovi, come Ferruccio Farina che conosco ormai da quindici anni, che non solamente mi consolano, ma fanno sì che io ancora possa pensare a Rimini come la mia città».

L’anno prossimo ricorrerà il seicentesimo anniversario della nascita di Sigismondo. Quale sarebbe il modo migliore per celebrarlo a Rimini? Il “solito” convegno o anche qualcosa di diverso?

«Il convegno ci sta sempre molto bene. Ma può anche essere un convegno diverso dai soliti. Si può fare con storici, letterati, studiosi molto bravi da tutto il mondo, certo avrebbe sempre un suo importante riscontro. Ma anche organizzare una bella mostra: ad esempio far venire quel modello del Tempio Malatestiano bellissimo, in legno, che adesso si trova a Mantova; l’architetto che ha effettuato la ricostruzione sui disegni dell’Alberti credo abiti ancora in Italia almeno qualche mese dell’anno, si potrebbe chiederglielo. E poi abbiamo il Tempio Malatestiano che è già una gran bella mostra. E abbiamo il Castello: sarebbe meraviglioso che potesse ospitare di nuovo il ritratto di Sigismondo eseguito da Piero della Francesca e che si trova al Louvre, quello che apparteneva ai Contini Bonaccolsi e poi fu venduto…la storia la sappiamo. Non una mostra grande; pochi pezzi, ma di grandissimo valore. Ancora, le vesti di Sigismondo sono state studiate così bene dalla Tosi Brandi. E la cucina: non sarebbe interessante che i ristoranti facessero assaggiare i menù dei Malatesti? Ci sono gli studi di Meldini sulle nozze di Roberto. E non ci mancano certo i grandi chef che li potrebbero realizzare. Chi se non un riminese come Gino Angelini, per esempio, da cui vado sempre a pranzo qui a Los Angeles? Il mio amico Gino, forse non tutti lo sanno, è anche un grande studioso di cucina del Rinascimento. Lui potrebbe ricreare le ricette di quell’epoca in qualsiasi ristorante. Convegno, mostra, moda e cucina: direi che l’anno di Sigismondo sarebbe portato avanti in maniera perfetta».

Quanto è conosciuto oggi Sigismondo?

«Sigismondo è conosciuto eccome, anche qui in America. Per tanti motivi: perché era un condottiero e mecenate del Rinascimento, per le sue relazioni con la Firenze dei Medici, per le sue lotte con l’Urbino dei Montefeltro. Chi studia il Rinascimento, non solo nel dipartimento di italiano ma anche in quelli di storia, di arte, di architettura, Sigismondo lo conosce benissimo. Ma anche i Malatesti sono conosciuti in generale molto bene. Proprio qui in California, assieme a Farina una decina d’anni fa organizzammo un grosso convegno sui Malatesti, con una giornata offerta dalla famiglia Getty nel loro Getty Museum, tanto per rendere l’idea. Anche perché prima di Sigismondo c’è la storia di Paolo e Francesca, che è universale. A proposito, altro spunto per le celebrazioni…».

L’epoca di Sigismondo quanto era simile alla nostra e quanto era differente?

«Era un’epoca completamente diversa dalla nostra. Direi che noi letterati e studiosi di oggi abbiamo un problema: vediamo il Rinascimento solo come un’epoca assolutamente magnifica, perfetta. Mentre fu anche un periodo terribile, con omicidi, politica senza il minimo scrupolo… ecco qualcosa è rimasto, ma non necessariamente positivo: il modo di fare politica, forse. Ma in generale direi che poco è rimasto del periodo di Sigismondo. Se non la grande arte: arti visive, arti plastiche e letteratura. Quelli sono i lasciti di allora e da quelli abbiamo ancora da imparare. Noi siamo gli eredi di quelle opere, che sono alla base della nostra civiltà. Il legame con il Rinascimento, per noi di Rimini è molto più forte rispetto a quello con la città romana. Con il Rinascimento siamo all’inizio della modernità, cioè di noi come siamo ora».

Secondo lei il popolo amò il suo signore? Come dovevano essere i rapporti fra Sigismondo e i riminesi?

«Per Sigismondo il rapporto con il popolo riminese doveva essere abbastanza lontano, come per tutti i principi di allora. Il signore era più interessato al gioco della politica con gli altri signori. Ma in realtà le notizie che abbiamo sono solo quelle che provengono dalla corte, non sappiamo cosa pensasse davvero il popolo. Però, possiamo solo immaginarlo, un comune cittadino di Rimini di fronte a un’opera straordinaria come il Tempio Malatestiano, potrà aver pensato “però, guarda che bello, che gran signore che abbiamo, ecco come diventa la nostra città!”. Poi non capivano le simbologie, i messaggi occulti fatti solo per chi sapeva intenderli. Ma anche oggi, chi è in grado di capirli fino in fondo? E anche per questo è importante sapere che noi riminesi disponiamo di un tesoro inesauribile, che non finirà mai di essere scoperto».

Stefano Cicchetti

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